sabato, Ottobre 24

Obama, il Dalai Lama e la Cina field_506ffb1d3dbe2

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Bangkok – I resoconti giornalistici all’indomani dell’ultimo incontro –in ordine di tempo – tra la massima autorità religiosa e secolare del Tibet, Tenzin Gyatso, il IV Dalai Lama, ed il Presidente della più potente Nazione del Mondo, ovvero il Presidente USA Barak Obama, si sono condensati in una nuova acquisizione in termini di linguaggio della politica ma – allo stesso tempo – nella maggior diffusione di un canone filosofico basico nella secolare mistica buddista: “Il Giusto Mezzo”. Da quel momento, in tanti – sia tra i giornalisti poco avvezzi a trattare questa materia sia nell’uditorio più vasto, sebbene attento e curioso verso i temi della Diplomazia internazionale – si è sparso il dubbio su cosa mai fosse questo strambo “Giusto Mezzo”. Il ristretto gruppo di collaboratori del Dalai Lama dipinge il “Giusto Mezzo” come null’altro che un grado superiore di autonomia circa il cosiddetto “Grande Tibet” e da inscrivere all’interno del più vasto quadro della Costituzione cinese. Ma – sebbene sembri che tutto questo sia strettamente osservante della sovranità e della integrità cinese e non sia un modo per procedere verso il richiedere nuovamente autonomia per il Tibet, è evidente che agli occhi delle Autorità cinesi tutto questo vada a confliggere con la Costituzione e lo stesso Sistema statale cinese, tant’è vero che l’agenzia stampa ufficiale cinese Xinhua News Agency l’ha subito bollata come fumo, specchietti per le allodole, falsità e camouflage.

Secondo il punto di vista cinese, il “Giusto mezzo” non riconosce il Tibet come parte della Cina, anzi, lo definisce come uno “stato occupato”. Inoltre, propone l’ideale di un “Grande Tibet” nel quale confluiscano nelle aree tibetane le province di Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan, praticamente un quarto dell’intero territorio cinese e richiede inoltre che tutti i campi di interesse nazionale, esclusi quelli di tipo militare e la diplomazia, siano sotto il controllo diretto del Dalai Lama. Tutto questo implica de facto la creazione di uno Stato nello Stato dove uno dei due non adotta il sistema socialista, non si assoggetta alle leggi nazionali ed alle politiche intraprese, non permette la presenza di un apparato militare nazionale ed esclude qualsiasi tipo di ingerenza da parte di altre “nazionalità”. Per i cinesi, crudamente, si tratta solo di una specie di war game il cui scopo finale è l’indipendenza del Tibet. Per essi, infatti, la cosiddetta “Regione autonoma del Tibet”, dopo alcuni stadi iniziali re-indirizzati verso la via dello sviluppo, compreso il processo “pacifico” di liberazione, le riforme democratiche, la creazione di una regione autonoma ed un clima di maggiore apertura verso la Cina moderna ed il Mondo intero, dovrebbe coscientizzare che si tratta di un popolo ed una Nazione che sono stati condotti nel consesso odierno internazionale, traendoli fuori dalle secche ed anguste caverne della Storia medievale. I cinesi affermano che il popolo tibetano è stato portato via dalla povertà e dall’arretratezza e condotto verso la prosperità e la civilizzazione, ottenendo nel frattempo, libertà, uguaglianza e dignità. Secondo loro, il cosiddetto “Giusto Mezzo” richiesto dal Dalai Lama e dai suoi seguaci contraddice la Storia e lo stato delle cose reali ed attuali. Quel che egli chiede è contro i desideri dei cinesi e di tutti i gruppi etnici che convivono sul territorio cinese, compresi i tibetani. Ecco perché i cinesi affermano che la via che propone il Dalai Lama porta solo ad un binario morto. I cinesi auspicano, così, che Barak Obama sia intelligente al punto di far capire al Dalai Lama che è il caso di fuoriuscire dalla strada sbagliata e di non indurre ancora nell’errore delle false valutazioni e delle cattive scelte, il tutto per il bene dell’intero popolo cinese, un popolo che comprende quello tibetano.

L’incontro di sei giorni fa tra il Dalai Lama e Barak Obama, il quale per evitare contrasti con la Cina ha ospitato la più alta autorità religiosa non nello Studio Ovale dove solitamente si ricevono i Capi di Stato ma nella Room Map, potrebbe essere ascritto al ruolo oscillante degli USA tra i Diritti dei popoli da una parte e la più realistica diplomazia internazionale volta a proteggere i propri interessi a livello globale. Gli Stati Uniti sanno benissimo quale sia il ruolo della Cina nel sorreggere il debito pubblico USA con proprie iniezioni di capitali e titoli del tesoro USA acquistati per dare energia ad un’economia esangue ed in lenta ripresa. Allo stesso tempo, non intendono rinunciare ad essere faro di libertà – almeno a livello di immagine – nel Mondo. Questo spiega perché la visita del Segretario di Stato John Kerry  la settimana precedente, a Pechino, sia stata caratterizzata anche dall’aver ospitato nei locali dell’Ambasciata USA alcuni noti blogger locali particolarmente critici verso il regime cinese attuale. Il tutto nella più ampia cornice nella quale gli USA inseriscono il tema della libertà di espressione di idee anche e soprattutto nelle reti internet. Agli occhi dei cinesi, aver visto John Kerry incontrare prima Xi Jinping e poi i blogger dissidenti ha creato non poche amarezze e nemmeno troppo velate critiche verso il modo di procedere della Diplomazia USA. Tant’è vero che l’incaricato d’affari USA a Pechino, Daniel Kritenbrink, è stato immediatamente convocato dal Vice Ministro degli Esteri, Zhang Yesui, che ha rimarcato l’indignazione e la ferma opposizione cinese su tutta la linea.

In realtà, come lo stesso Barak Obama ha fatto trapelare in margine all’incontro col Dalai Lama, gli USA hanno sempre assunto lo stesso atteggiamento per il quale il Tibet è ritenuto parte del territorio cinese, che non si intende in alcun modo sostenere le richieste tibetane nella direzione dell’indipendenza o dell’autonomia ma –allo stesso tempo – gli USA non vogliono venir meno nel riconoscere che il Dalai Lama è la più alta carica religiosa tibetana e che comunque vanno salvaguardate le unicità e le minoranze tibetane, le tradizioni locali e tutti i tratti pertinenti e specifici della Cultura tibetana. Pechino ha più volte osteggiato questo incontro tra il Dalai Lama e Barak Obama, così come ha apertamente osteggiato anche i due incontri che si sono svolti in precedenza tra i due esponenti diplomatici.

La Cina aveva persino chiesto di annullare l’incontro perché avrebbe potuto incrinare i rapporti Cina-USA, oltretutto in un momento storico abbastanza delicato, dove gli USA sono apertamente scesi in campo a proposito delle questioni di carattere confinario e territoriale che costeggiano il cosiddetto Mar Cinese Meridionale, dove gli USA nell’area pacifica hanno riannodato e nuovamente approfondito i propri legami diplomatici e le proprie alleanze con numerosi “Stati amici” locali come Giappone, Filippine e Vietnam, tra altri, tutte Nazioni con le quali la Cina è in acido contenzioso. Ed infine, gli USA non hanno mai inteso recedere su un’altra questione spinosa agli occhi della Cina, la questione dei Diritti Umani che, nella Nazione che primeggia tristemente nel comminare la pena di morte, sopravanzando grandemente anche Iran e Stati Uniti, suona particolarmente inquietante soprattutto dai tempi di Piazza Tien An Men fino ad oggi. 

 

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