venerdì, Aprile 26

Obama e Bush uniti contro Trump Catalogna, sabato la Spagna applicherà l'art.155. Brexit, Macron: 'Fase 2, è tutto nelle mani della May'

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Donald Trump riesce ad unire anche le persone più diverse. Vedi Barack Obama e George W. Bush. , che nelle ultime ore hanno sparato a zero sul presidente, pur non citandolo mai. Il primo ha approfittato di alcuni comizi a sostegno dei candidati democratici per la carica di governatore in New Jersey e in Virginia per criticare lo stato della politica americana e, indirettamente, Trump. «Dobbiamo inviare al mondo un messaggio: rifiutiamo la politica della divisione e della paura» ha detto Obama, spiegando che «chi vince le elezioni dividendo la gente, non potrà poi governarla. E non potrà unirla successivamente. In gioco c’è la nostra democrazia». Poi l’altra bordata: «È come guardare a 50 anni fa. Siamo nel ventunesimo secolo, non nel diciannovesimo».

Poi in Virginia ha rincarato la dose: «La politica sta infettando le nostre comunità invece di rappresentare i nostri valori. Si cerca di demonizzare chi ha buone idee». Ma c’è stato anche spazio per un messaggio chiaro ai democratici in vista degli appuntamenti elettorali di novembre: «Qualche volta sono pigri: la posta in gioco è alta e non consente di essere addormentati e pigri».

In precedenza invece Bush da New York aveva detto, riferendosi a Trump: «L’intolleranza sembra rinvigorita. La nostra politica appare più vulnerabile alle teorie del complotto e ad invenzioni totali. L’intolleranza, in qualsiasi forma, è blasfemia per i valori americani, vuol dire che l’identità stessa della nostra nazione dipende dalla trasmissione degli ideali di civiltà alle prossime generazioni. Abbiamo bisogno di nuova enfasi sull’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole». Infine l’altra frecciatina al presidente: «Quando perdiamo di vista i nostri ideali  non è la democrazia che ha fallito. Il fallimento è di coloro incaricati di proteggere e difendere la democrazia».

Grande attesa in Spagna per la questione Catalogna. Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha confermato di avere concordato con Psoe e Ciudadanos le misure che il governo di Madrid annuncerà domani nel quadro dell’applicazione dell’art.155. In una conferenza stampa al termine dei lavori del consiglio europeo a Bruxelles, Rajoy non ha dato indicazioni sulle misure specifiche, che dopo la riunione del consiglio dei ministri saranno saranno trasmesse domani al Senato.

Secondo le ultime indiscrezioni, il premier e il leader Psoe Pedro Sanchez hanno concordato di convocare in gennaio elezioni anticipate in Catalogna se la regione ribelle sarà commissariata con l’art. 155. Il governo spagnolo dovrebbe, tra le altre cose, prendere il controllo fra l’altro dei Mossos d’Esquadra e della tv pubblica catalana Tv3.

«Dire che i progressi non sono sufficienti non significa che non ci sono progressi»: a dirlo il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in merito ai negoziati della Brexit che definisce ‘esagerate’ le insistenze sulle difficoltà dei colloqui. I progressi, ammette Tusk, «non sarebbero stati possibili senza il nuovo slancio dato dal discorso di Firenze della May» e spera «di potere passare alla fase 2 del negoziato a dicembre». Ma per il presidente francese Emmanuel Macron, proprio questo rapido passaggio alla fase due «è nella mani di Theresa May». E ammette che il vero problema, per la May, è che «chi ha voluto la Brexit non ha mai spiegato ai cittadini quali sarebbero state le conseguenze».

Ad attaccare però la May ci pensa l’ex leader dell’Ukip e primo promotore della Brexit, Nigel Farage, che all’Ansa dice: «Pessimo vedere un primo ministro britannico che va dentro e va a chiedere l’elemosina. Che dice ‘per favore datemi qualcosa altrimenti ci sarà un’eruzione politica a casa’. Non avremmo mai dovuto essere d’accordo con un processo negoziale in cui abbiamo lasciato la frusta in mano agli europei sin dal primo giorno, in particolare quando ci hanno detto che se non avessimo fatto l’accordo sulle tre precondizioni non avremmo parlato di commercio. Lo abbiamo accettato ed ora il Regno Unito rischia di esserne vittima di questo».

Andiamo in Cina, dove continua il Congresso del Partito Comunista. Secondo Liu Shiyu, a capo della China Securities Regulatory Commission (l’equivalente della Consob), il presidente Xi Jinping ha salvato il Partito comunista dal tentativo di presa del potere ordito da figure di alto livello del Pcc, ora rimosse. Tra le persone coinvolte l’ex boss del Partito di Chongqing Sun Zhengcai, ex astro nascente, espulso dal partito pochi giorni fa.

Intanto, sempre in Asia, gli occhi sono puntati anche sulla Corea del Nord. Secondo la Cia, Pyongyang è a «mesi di distanza dallo sviluppare le capacità di colpire l’America con un missile balistico armato di testata nucleare».

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