sabato, Maggio 30

I nuovi scenari urbani: la guerra in città

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Grazie alla moderna tecnologia un terzo elemento riguarda la crescente capacità di connessione che le persone hanno e che consente loro di organizzarsi, operare e collaborare anche senza un contatto fisico. Questo è ad esempio un elemento dell’attacco del 2008 a Mumbai, quando gli assalitori impiegarono Twitter per comunicare fra loro e le dirette giornalistiche per avere informazioni in tempo reale dal campo di battaglia.

Infine, un altro elemento da prendere in considerazione è la tipologia di conflitti del XXI secolo. Non si tratta più di classiche guerre tra Stati, bensì di scontri tra gruppi non statuali (miliziani, guerriglieri o simili) ciò che in modo un po’ semplicistico viene definito guerriglia, ovvero una situazione conflittuale in cui il debole cerca di compensare il divario con il forte in vari modi. Uno di questi ultimi è quello di sfruttare il terreno a proprio favore per limitare la potenza di fuoco nemica e romperne la coesione. Storicamente paludi, montagne e giungle sono state tutte impiegate in questi conflitti e a questi scopi, oggi, anche per le ragioni sopra ricordate, è molto più frequente impiegare lo spazio urbano come d’altronde vari teorici della guerriglia del XX secolo avevano già suggerito (un esempio su tutti è il teorico brasiliano Marighella). Lo spazio urbano consente una battaglia su più livelli (tetti, livello strada e sotterranei come le più recenti operazioni a Falluja, Ramadi o Gaza hanno mostrato e dove è stato messo in luce l’importanza dell’impiego di tunnel) che facilita spostamenti di truppe nascosti agli occhi del nemico, possibilità di sorprendere l’avversario, attacchi da più direzioni. La conformazione architettonica delle aree urbane (non è un caso che per esempio Israele, che ha una grande esperienza in questo campo, abbia da tempo avviato studi militari sull’architettura e struttura delle città) non permette l’impiego in massa delle forze regolari, come avverrebbe in un tradizionale campo di battaglia. Esse devono quindi essere sparpagliate, divise in piccoli gruppi che così facendo sono dal punto di vista numerico e della potenza di fuoco similari agli irregolari. Gli stessi veicoli militari sono poi molto più vulnerabili all’interno di strette strade e tra gli edifici.

Quello appena descritto è uno scenario più bellico, ma la tipologia della conflittualità contemporanea ci porta a riflettere su un altro aspetto. I conflitti attuali vengono definiti ibridi perché mischiano vari elementi (militari, criminali, economici, sociali) per cui si combattono anche su livelli diversi. Il terrorismo così come i traffici illeciti sono tra le attività che più facilmente trovano nello spazio urbano possibilità di prosperare. Questo perché nelle mega-città esistono spazi urbani non controllati dalle forze dell’ordine, comunità di immigrati o oppositori politici, gang criminali che possono offrire logistica per le varie operazioni, possono aiutare o offrire protezione.
Questi problemi di ordine sociale, per quanto riguarda l’Italia e l’Europa, non possono, poi, che peggiorare con l’attuale flusso di migranti. Non bisogna, infine, dimenticare l’infinità di obiettivi che una città offre: banche, negozi o simili per rapine al fine di finanziarsi; monumenti, aree turistiche da colpire come simboli; edifici religiosi o palazzi governativi per aggravare o infiammare una lotta di tipo etnico-religioso.

Ultimo aspetto da tenere in considerazione è l’impatto dei media, poiché il terrorismo necessita di una cassa di risonanza per spargere il suo messaggio. Colpire un obiettivo altamente simbolico (come, per esempio, nel febbraio 2006, il tempio di Askaria, in Iraq, che fece scoppiare la guerra civile), o fare molte vittime (come, per esempio, le recenti autobombe di ISIS a Damasco e Homs), o utilizzare uno strumento di morte innovativo e spettacolare (come per gli attacchi dell’11 settembre), è inutile se a moltiplicare l’effetto non avviene un’immediata copertura mediatica che può essere più facilmente ottenuta in città dove operano le agenzie di stampa e i giornalisti.

Dunque, attacchi sullo stile di Parigi o di Mumbai rischiano di essere un evento molto più che probabile in futuro. Sono situazioni conflittuali in cui le tradizionali forze dell’ordine devono fronteggiare minacce di tipo bellico e questo spiega la necessità di una maggiore potenza di fuoco in grado di tenere testa a quella degli assalitori.

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