mercoledì, Settembre 30

Nuovi modelli economici per la Cina

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L’economia, in tutto ciò, va però avanti per la sua strada e i rapporti sino-americani si sono rafforzati sempre più. Se si considera l’Unione Europea un’entità unica, gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato d’oltremare per la Cina e solo nel 2012 essi hanno acquisito oltre il 17% delle esportazioni cinesi. Nonostante il rapporto commerciale sia molto sbilanciato la Cina è, a sua volta, il secondo mercato d’oltremare per gli Stati Uniti e importa quasi l’11% dei prodotti americani. Per quanto riguarda gli investimenti, le imprese statunitensi rappresentano il 10% degli investimenti stranieri in Cina. Il ruolo economico della Cina negli Stati Uniti non è ancora a questi livelli, ma sta acquisendo importanza in un periodo di crisi finanziaria dove il capitale cinese può salvare le sorti delle aziende statunitensi.

Ad ogni modo, gli ultimi dieci anni in particolare hanno rivelato un interessante miscuglio di tendenze diplomatiche: i rapporti si sono evoluti tenendo un piede sull’economia e uno sulla geopolitica. Quel che è ancora più curioso è che l’iniziativa è partita dagli americani, non dai cinesi. I fatti del 2005 sono stati la prima chiara manifestazione di questo nuovo atteggiamento: quando il colosso petrolifero China National Offshore Oil Corporation si è proposto di acquistare il gruppo Unocal (Union Oil Company of California), diverse autorità politiche americane, in un coro unanime che ha unito i Democratici e i Repubblicani, si sono opposte a questa manovra economica che sembrava minacciare l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. La proposta cinese è stata perciò ritirata e, anche negli anni successivi, Washington ha affermato che alcuni settori industriali devono stare fuori dalla portata della Cina. Nel 2012, oltre a respingere gli ingressi nel mercato americano della Huawei e della ZTE, il Comitato per l’Intelligence degli Stati Uniti ha elaborato una relazione che descriveva le due imprese come ‘una minaccia per la sicurezza nazionale’. Un anno dopo, la Cina è stata accusata di spionaggio virtuale prima dalla Casa Bianca, che vedeva le imprese statunitensi nel mirino degli hacker cinesi, e poi dal Pentagono che ha messo in allarme anche le istituzioni politiche. Negli ultimi anni, perciò, gli Stati Uniti hanno fatto intendere che il rafforzamento dei loro legami economici con la Cina fanno parte di un quadro geopolitico più ampio, dove la politica non può essere accantonata completamente. Le ragioni politiche comunque non hanno frenato del tutto la collaborazione commerciale: Washington ha sottratto dalle mire cinesi certi settori sensibili, ma non si è opposta ad altre importanti acquisizioni in campi specifici, come quello dell’aereonautica civile. In definitiva, la geopolitica tradizionale e l’economia plasmano i rapporti tra le due superpotenze seguendo spesso questa regola: i comuni interessi economici sono capaci di placare la rivalità ma, non appena un aspetto economico può essere associato alla sfera geopolitica (come il petrolio o lo spionaggio virtuale), si ripiega sulla politica più conservatrice.

Il Paese che più sembra adatto a collaborare con la Cina al momento è un’altra realtà emergente: il Brasile. Senza portarsi appresso fastidiosi ‘conti in sospeso’ dal passato, come la Russia o l’India, il Brasile punta soprattutto a esercitare la sua influenza nell’ambito regionale dell’America meridionale e si presenta con un profilo industriale che lo rende un partner ideale, potendo persino divenire una potenza complementare allo sviluppo del Paese asiatico. Nel 2012, infatti, la Cina è stata sia il primo fornitore del Brasile, sia il suo primo cliente: il 15% delle importazioni brasiliane sono cinesi e la fetta di esportazioni brasiliane in Cina raggiunge il 17%. Come con la Russia, la collaborazione tra i due avanza anche nell’ambito dell’industria petrolifera: nel 2009 la Banca dello Sviluppo cinese ha siglato un accordo che acconsentiva all’accredito di 10 miliardi di dollari al gruppo petrolifero brasiliano Petrobras in cambio di consegne di greggio garantite. Anche in questo caso, tuttavia, i rapporti possono incrinarsi sul lungo periodo, sia dalla prospettiva degli interessi cinesi, sia da quella dei brasiliani. Innanzitutto per Pechino potrebbe essere problematico il fatto che, insieme ai gruppi anglo-australiani BHP Billiton e Rio Tinto, il Brasile abbia la capacità di dirigere il mercato dei minerali grazie alla sua impresa nazionale, la Vale. Brasilia invece corre il forte di rischio di molti Paesi ricchi in termini di risorse: essere confinato a occuparsi esclusivamente di materie prime. Un giorno le imprese brasiliane del settore manifatturiero, come la Gerdau e la Embraer, potrebbero confrontarsi sul mercato con le fortissime corrispondenti cinesi.

Concludendo, anche se l’approccio economico ha ammorbidito le relazioni internazionali, esso non ha completamente sradicato le vecchie logiche di potenza. Ogni rivalità economica può infatti tramutarsi in un confronto geopolitico.

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