mercoledì, Agosto 5

Nuovi modelli economici per la Cina

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Alcuni Paesi al mondo, per far fronte alla loro debolezza sul piano geopolitico, hanno individuato nello sviluppo economico una via verso il potere, un sistema per compensare il loro potere politico scarsoCi sono tre Stati asiatici che incarnano questo modello: il Giappone, che voleva a tutti i costi evitare la colonizzazione occidentale; la Corea del Sud, spaventata dalla minaccia comunista della Corea del Nord; la Cina, intenta a rompere la morsa capitalista.

L’anno di svolta è rappresentato dal 1978 quando la Repubblica Popolare, che deve confrontarsi con uno scacchiere internazionale complicato al culmine della contrapposizione tra Stati Uniti e Russia, percepisce le conseguenze della sua fragilità militare e della sua politica di non-allineamento. Il governo cinese non aveva altra scelta se non quella di accrescere la propria forza economica sottraendosi all’immagine di Paese aggressivo e, anzi, proponendosi piuttosto come forza stabilizzatrice.

Nello studio delle Relazioni Internazionali spesso si tralascia l’analisi dell’accrescimento della potenza attraverso l’economia, perché c’è una tendenza generale a considerare i parametri tradizionali: la forza politica e militare. Questa lettura però non include un aspetto importantissimo che permette di comprendere e prevedere l’ascesa di alcuni Paesi asiatici, come i tre menzionati sopra.

I primi cinquant’anni di vita della Repubblica Popolare sono stati dominati dalla tradizionale visione delle Relazioni Internazionali, cioè da una particolare attenzione alle questioni militari e politiche. La politica estera di Pechino in effetti si focalizzava sul confronto militare, sugli scontri con la vicina India (1962) e Russia (1969) e sul sostegno alla nascita di movimenti rivoluzionari nei Paesi nemici. Nel 1997 la diplomazia di Pechino si mostrò però sotto una luce diversa al momento dei negoziati per la riacquisizione di Hong Kong: si era infatti già conclusa la prima fase di riforme economiche sperimentali e la Cina puntò con fermezza alla difesa dei suoi interessi finanziari e logistici.

Da quindici anni circa la ricalibrazione della diplomazia tradizionale in chiave economica si è insinuata e stabilita nelle relazioni che la Cina ha intrattenuto con gli altri ‘pesi massimi’ della scena internazionale, come gli Stati Uniti, il Giappone, ma anche con i Paesi del gruppo del BRIC. La prospettiva è perciò mutata: le relazioni bilaterali cinesi si caratterizzano come un’unione tra la tradizionale volontà di esercitare un’influenza geopolitica e l’intento di collaborare al fine di preservare i propri interessi economici.

I rapporti con la Russia, con la quale la Cina condivide più di 3.000 km di confine, sono un perfetto esempio dell’evoluzione di cui si è parlato. Già dall’Ottocento le relazioni tra i due Paesi non sono state del tutto amichevoli: la Russia con i trattati ineguali riuscì ad aggiudicarsi una consistente porzione di territorio cinese e, nel Novecento, si aprì un breve conflitto lungo la frontiera generato dalla rivalità politica tra i due maggiori rappresentanti del comunismo. Dopo la caduta del regime sovietico, i rapporti sono stati invece segnati dalla comune volontà di tutelare i propri interessi economici: già a partire dagli anni Novanta la Cina è divenuta uno dei migliori clienti dell’industria bellica russa, potenziando il suo arsenale con l’acquisto di diversi armamenti, tra cui il caccia Sukhoi Su27, vero simbolo di questa collaborazione.

Gli anni Duemila sono stati ancora più intensi in termini di scambi: la crescita esponenziale della Cina ha fatto comprendere al governo di Pechino la necessità di approvvigionarsi di più risorse energetiche (principalmente idrocarburi) per sostenere il proprio sviluppo. Ovviamente la Russia, la maggior produttrice di petrolio grezzo e di gas naturali, non poteva non presentarsi se non come un’ottima fornitrice per la Cina, specialmente in un momento in cui i russi avevano bisogno di liquidi e la Cina disponeva di enormi cifre guadagnate grazie al commercio con l’Occidente. Negli stessi anni la Banca dello Sviluppo cinese ha preso il posto delle agenzie di importazione di armamenti divenendo l’attore più influente nelle relazioni sino-russe: nel 2009 era infatti presente insieme alla China National Petroleum Company e alle russe Rosneft e Transneft al momento di siglare l’accordo che stabilisce la fornitura annuale alla Cina di greggio proveniente dalla Siberia in cambio di consistenti somme alle due compagnie russe.

La prima visita ufficiale del Presidente cinese Xi Jinping in Russia nel 2013 ha poi ribadito questo scambio siglando nuovi trattati che raddoppiano il rifornimento di petrolio. Si sono inoltre gettate le basi per ulteriori accordi tra il gigante del gas, la russa Gazprom, e la stessa Banca dello Sviluppo cinese. Nonostante per il futuro sia ragionevole ipotizzare un inasprimento della rivalità dei due colossi, si deve aggiungere che, finché la Cina dipenderà dalle risorse energetiche russe, la diplomazia bilaterale potrà proseguire.

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