mercoledì, Settembre 30

Nuove tensioni tra Colombia e Nicaragua field_506ffb1d3dbe2

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La disputa territoriale che vede contrapporsi Colombia e Nicaragua sul possesso dell’Arcipelago di San Andrés, Providencia, Catalina e la fascia marittima che le circonda continua a creare tensione tra le diplomazie dei due Stati. Mercoledì il Ministro degli Esteri colombiano Maria Angela Holguin ha deciso di ritirare l’ambasciatore da Managua per lanciare un chiaro segno di protesta, lamentando quanto sia «impossibile avere un dialogo con il Guatemala» su questo tema.

Le proteste colombiane sono arrivate in risposta alla decisione nicaraguense di inviare un reclamo formale alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia contro quella che reputa una violazione dei suoi diritti sovrani nelle proprie acque territoriali. Nel documento, già pervenuto alla CIG, chiede ai giudici internazionali di «dichiarare che la Colombia non sta seguendo l’obbligo di non usare la forza o minacciarne l’uso». Le navi colombiane infatti rimangono stanziate nelle acque territoriali che da un anno a questa parte appartengono ufficialmente al Paese centroamericano.

Non è ancora chiaro a che genere di minacce si riferisca il documento nicaraguense, ma il Ministro della Difesa colombiano, Juan Carlos Pinzon, ha confermato la presenza di alcune navi che pattugliano la zona, specificando che la loro presenza è necessaria per «combattere il traffico di droga» e «proteggere i diritti dei cittadini colombiani».

Le origini dell’attuale conflitto sono vecchie di quasi duecento anni. All’inizio del diciannovesimo secolo, dopo la fine dell’Impero Spagnolo, la Grande Colombia e le Province Unite del Centroamerica, i due Stati che comprendevano i territori delle attuali Colombia e Guatemala, rivendicavano già il possesso dell’Arcipelago. Nel 1929 i loro attuali successori hanno poi siglato un accordo, il Trattato di Esguerra-Bárcenas, dal nome dei rispettivi Ministri degli Esteri che sanciva la sovranità colombiana sulle isole e sulla fascia marittima in questione, con il confine tracciato sul quarantaduesimo meridiano.

Con l’arrivo della Rivoluzione Sandinista, nel 1980, il nuovo Governo dichiarò invalido il Trattato per il fatto che era stato siglato quando il Nicaragua era sotto il controllo statunitense, e dunque non costituiva la decisione di uno Stato sovrano. Per la Colombia invece, dato che la firma finale risaliva al 1930, a occupazione terminata, il Trattato risultava perfettamente valido.

Fu così che il Nicaragua decise di rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustizia, per risolvere una volta per tutte questo contenzioso. Vale la pena sottolineare che fu un Governo di destra a rivolgersi alla Corte, e non i sandinisti dell’attuale Governo del Presidente Daniel Ortega. Dopo aver studiato il caso per undici anni, la Corte pronunciò la sua sentenza il 19 novembre del 2012, lasciando di stucco i colombiani. Infatti, nonostante l’Arcipelago rimanesse nelle mani di Bogotà, tutto il mare intorno, ad eccezione di una piccola porzione presso le isole, veniva a costituire territorio sovrano nicaraguense, per una estensione di 75.000 chilometri quadrati.

Un vero smacco, specialmente in termini economici per Bogotà. Proprio in quella fascia marittima, infatti, si trovano importanti risorse naturali da sfruttare. Oltre all’abbondante quantità di pesce del Mar dei Caraibi, vi sono soprattutto notevoli giacimenti di gas e petrolio non ancora utilizzati. Sono soprattutto questi ultimi che facevano gola alla dinamica economia colombiana per spingere ulteriormente la crescita, e a quella in via di sviluppo ancora acerbo ma promettente del Nicaragua.

Mentre in Nicaragua tutti gli schieramenti politici hanno festeggiato la sentenza in un trionfale clima di unità nazionale, in Colombia scoppiava l’ira del Governo presieduto da Juan Manuel Santos, che ha presto dichiarato l’uscita del Paese dal Patto di Bogotà, un accordo risalente al 1948 con cui la Colombia e altri Paesi appartenenti all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) si impegnavano a risolvere pacificamente le proprie dispute attraverso il giudizio della Corte dell’Aia. Inoltre, la Colombia ha dichiarato sostanzialmente irricevibile il responso della Corte e ha mantenuto di fatto il controllo delle acque in questione.

Ecco che dunque, esattamente un anno dopo, con la situazione ancora in stallo, dopo che la Colombia aveva tentato inutilmente di negoziare un compromesso che soddisfacesse entrambi, Ortega ha deciso di ricorrere nuovamente alla Corte perché obblighi legalmente la Colombia a ritirarsi dalla zona che di diritto gli spetterebbe. Come si è detto, sono gli abbondanti giacimenti di petrolio e gas naturale che hanno sempre attratto le mire dei contendenti. Forte dell’acquisita sovranità, Managua non ha tardato a raccoglierne i frutti, siglando un accordo con la Noble Energy, un’azienda statunitense che proprio quest’estate ha cominciato a trivellare il mare. Anche la spagnola Repsol pare stia contrattando un’operazione analoga con il Governo nicaraguense.

Un altro motivo di tensione è la rilevanza della zona marittima per le rotte nautiche che, partendo dal Golfo del Messico arrivano in linea retta fino al Canale di Panama. Si tratta di uno snodo commerciale e strategico di grande importanza, fino ad ora sotto il controllo della Marina Colombiana, che ne monitorava i traffici, leciti o illeciti che fossero. Proprio in nome del ruolo storico di sorvegliante di questa tratta commerciale, che avrebbe favorito il contrasto al traffico di droghe tra Centro e Sudamerica nel contesto della war on drugs appoggiata da Washington, la Colombia ha dichiarato di non poter cedere le proprie posizioni per non favorire il traffico di stupefacenti.

In effetti, il Nicaragua non ha risorse sufficienti per svolgere fil ruolo di guardiano marittimo con la stessa efficacia della molto più numerosa e meglio equipaggiata Marina colombiana, un fattore che potrebbe rivelarsi decisivo nell’evolversi della disputa.

Il timore colombiano, e la speranza nicaraguense, è che la Corte possa emettere nuove sentenze che aumentino ulteriormente l’influenza del Nicaragua a discapito della potenza colombiana. Ortega sembra volersi muovere proprio in questo senso, nella speranza di aumentare il consenso attorno alla sua figura e impossessarsi di nuove risorse.

Da parte sua, Santos deve ora affrontare la campagna elettorale in vista delle prossime Presidenziali, ed è indubbio che ulteriori fallimenti in politica estera potrebbero risultare decisivi nel mancare la rincorsa al secondo mandato. Il Presidente deve già affrontare il difficile, delicato dialogo con le FARC, i cui recenti passi avanti non sono sufficienti a dare per scontato un esito positivo finale, data la lentezza del processo diplomatico. Ora si trova a dover affrontare anche questa crisi diplomatica che lo vede impotente davanti all’Autorità della Corte alla quale il suo stesso Paese aveva affidato il ruolo di dirimere questo genere di dispute.

Difficile ipotizzare come si svilupperà il contrasto. Molto dipenderà dalla strategia seguita da Santos, che sembra restio ad arrendersi e ha già approntato uno schieramento di artiglieria diplomatica per difendersi da quello che vede come l’ultimo sgarbo nicaraguense . Quello che alcuni commentatori ed esperti hanno consigliato al Governo colombiano è di abbandonare la strategia della chiusura, e intraprendere la via del dialogo, coinvolgendo gli Stati Uniti, loro storici alleati. In alternativa, il Governo potrebbe fare leva su temi delicati come l’impatto ambientale delle operazioni di trivellamento promosse dal Nicaragua. Se riuscirà a strappare qualche concessione con questi mezzi, Santos potrà almeno sperare di arginare la delusione dei suoi potenziali elettori.

 

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