venerdì, Dicembre 13

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La Grande Crisi, strano a dirsi, ha anche conseguenze positive. In Italia, infatti, è in corso un cambiamento di rilevanza storica, anche se non vi si sta riservando la dovuta attenzione. Negli ultimi mesi si stanno verificando cambiamenti che fino ad un paio di anni fa sembravano impensabili per la struttura finanziaria italiana. Si sta assistendo ad un progressivo sfilacciamento dei legami che saldano da tempo immemore il capitalismo italiano. Lo smottamento degli equilibri sembra irreversibile. Tra un paio di anni l’Italia potrà avere un sistema di relazioni industriali e finanziarie più in linea con quello di un Paese sviluppato e concorrenziale.

Ciò che sta avvenendo è il progressivo allentarsi dei patti che legavano tra loro le aziende finanziarie e industriali italiane. Molto diffusa in Italia era, ed è, la pratica di creare dei patti parasociali con il fine di controllare le società. Il patto, infatti, serve a cementare tra loro più quote di minoranza per creare un blocco solido che nelle assemblee vota compatto e riesce a gestire l’impresa. Di solito, questi patti servivano per superare la soglia del 30%, un limite che rende pienamente controllabile una società. Questi patti, per cui è prevista una forma di regolamentazione e pubblicità, sono serviti al capitalismo italiano anche per creare intrecci azionari tra banche e imprese al fine di controllare in modo congiunto l’operatività delle stesse. Le partecipazioni incrociate non erano una situazione inusuale.

Ebbene, questo insieme di legami negli ultimi mesi è in rapido allentamento. Il cambiamento è così importante che recentemente la CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) ha prestato una particolare attenzione al fenomeno. Basti osservare due grafici tratti dal “Rapporto 2013 sulla corporate governance delle società quotate italiane”, pubblicato proprio della CONSOB il 18 novembre scorso, per capire quanto sia radicale il mutamento in atto.

Nella prima figura è rappresentato l’intreccio esistente a fine 2010 tra le principali società italiane anche grazie ai patti di sindacato. Nella figura 2, invece, è rappresentata la situazione al momento della pubblicazione del documento CONSOB, novembre 2013.

Il confronto tra le due immagini rende palese la portata rivoluzionaria del cambiamento in atto. Stanno venendo meno relazioni di durata decennale e il capitalismo relazionale italiano si sta trasformando. Come si nota dalle immagini, la stessa CONSOB ha posto Mediobanca al centro degli intrecci. Questa, infatti, ha da sempre rappresentato il cuore dei patti di sindacato e delle partecipazioni incrociate. Da Mediobanca, così come era stata pensata da Enrico Cuccia, ex direttore generale e presidente onorario della società deceduto nell’anno 2000, partiva la trama che riusciva a cementare la struttura azionaria di molte delle più importanti società italiane.  Questo intricato sistema di partecipazioni sta scomparendo e la figura 2 lo testimonia in modo evidente. È bene sottolineare che nella figura 2, ben cinque dei nove legami sono in via di risoluzione. Quindi, a breve termine, le linee di interazione saranno ancora meno numerose.

Considerata la tradizionale lentezza dei cambiamenti italiani ciò che sta avvenendo alle grandi società nazionali è veramente degno di attenzione. Vi sono, infatti, due risvolti da esaminare. Da un lato si può cercare di studiare il processo in atto per capire le motivazioni alla base dello stesso. Dall’altro lato è opportuno anche farsi qualche domanda su ciò che accadrà quando il cambiamento sarà terminato e si dovranno cercare nuovi equilibri di potere.

 

Figura 1: Patti di sindacato. Legami al 31/12/2010

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Fonte: Consob

 

Figura 2: Patti di sindacato. Legami a Novembre 2013

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Fonte: Consob. In rosso i legami di cui si è annunciato lo scioglimento

 

Le motivazioni alla base di questa svolta del capitalismo italiano sono sostanzialmente tre: da un lato ci si è resi conto che le pressioni competitive provenienti dall’estero rendevano sempre più anacronistici certi legami e la crisi economico-finanziaria ha contribuito ad accelerare un processo che sembrava ormai ineludibile. Continuare a detenere in portafoglio partecipazioni non profittevoli e in settori non collegabili al core business indebolisce una società nel confronto con i competitors europei e internazionali.

Partendo da questo presupposto, lo scioglimento dei patti di sindacato e la riduzione delle partecipazioni incrociate sono indotti anche dalla necessità di utilizzare risorse in investimenti più mirati e possibilmente più redditizi al fine di migliorare le performance di bilancio e presentarsi nello scenario internazionale con un miglior conto economico e con investimenti più in linea con l’oggetto sociale; dall’altro lato il processo di revisione di numerosi patti parasociali è cominciato a seguito del rinnovamento di molte cariche direttive all’interno delle maggiori società italiane. Probabilmente i nuovi amministratori delegati e i nuovi consiglieri sono meno legati alle strutture tradizionali tipiche del capitalismo italiano del passato e riescono ad avere un’ottica di gestione-investimento autonoma rispetto ai desiderata degli azionisti. La nuova generazione di manager ha una impostazione diversa nella gestione aziendale anche grazie alle intense relazioni con le realtà straniere.

L’essersi formati in contesti diversi da quello italiano ha fatto maturare un’ottica nuova nella conduzione degli affari e delle relazioni imprenditoriali; per ultimo, gli stessi cambiamenti della regolamentazione hanno influito sulle scelte operative delle società coinvolte nei patti di sindacato. Si pensi alla legge voluta dal Governo Monti sulla riduzione della presenza delle stesse persone in più consigli di amministrazione di banche e assicurazioni. A seguito di questa norma alcuni consiglieri hanno dovuto scegliere in quale società rimanere e dare le dimissioni da alcuni consigli di amministrazione. Ciò ha influito, seppur formalmente, sulla riduzione dei controlli incrociati. O, ancora, si pensi alle nuove regole sulla patrimonializzazione bancaria, che hanno imposto un ripensamento nelle relazioni tra banche e assicurazioni inducendo ad esempio Mediobanca a ridurre la quota di capitale sociale in Generali.

A queste cause strutturali si aggiungono poi situazioni congiunturali come la crisi di importanti gruppi (ad esempio FonSai) o l’allontanamento dalla direzione-presidenza di alcune imprese di personalità particolarmente influenti che garantivano il perpetuarsi dello status quo.

Quindi, sia che si tratti di un fenomeno legato ad una sola di queste cause o che esso sia la conseguenza dell’insieme delle cause sopra indicate, il processo di revisione, riscrittura o scioglimento dei patti di sindacato è in corso così come è in corso la vendita di importanti pacchetti azionari. Tuttavia, nell’opinione di chi osserva dall’esterno rimangono aperte alcune questioni decisamente importanti.

In primo luogo, poiché è una situazione nuova per il capitalismo italiano, ci si può domandare se il processo sia solo formale o anche sostanziale. Tale cambiamento, in teoria, potrebbe essere solo un maquillage esterno che continua, però, a celare la tradizionale struttura delle relazioni finanziarie e industriali italiane. A guardare le reazioni dei mercati finanziari e delle società interessate, anche nei toni di certi comunicati, sembra difficile che si sia di fronte ad un cambiamento meramente di facciata. È pensabile, invece, che sia veramente una piccola rivoluzione quella cui stiamo assistendo. E questa considerazione ci conduce alla seconda questione.

L’affievolirsi della forza di diversi patti di sindacato o la loro definitiva cancellazione così come la vendita di importanti quote azionarie che riflessi potrà avere sulla proprietà delle imprese? La risposta la si potrà dare solo nel medio periodo, visto che questa trasformazione avrà un impatto non immediato sulle società. È ipotizzabile, però, che nel tempo aumenterà la contendibilità di molte società italiane quotate. Ciò implica che gli attuali azionisti di maggioranza, o quelli che hanno quote rilevanti pur non avendo il pieno controllo, saranno costretti a rafforzare le loro società rendendole finalmente più profittevoli e cercando di incrementarne la capitalizzazione di mercato per rendere più costose le possibili scalate ostili. A sua volta, da ciò discende che i manager e gli azionisti dovranno concentrarsi quasi esclusivamente sulla conduzione e sul buon funzionamento delle loro società e badare meno alle relazioni da intrattenere nei salotti della finanza. Potrebbe avviarsi un processo che si autoalimenta: si abbandonano i patti di sindacato per concentrarsi sul core business e rendere più profittevole la propria azienda, aumenta la contendibilità del sistema e ciò spinge ulteriormente manager e azionisti a concentrare gli sforzi sull’impresa per renderla più difficilmente aggredibile.

Proprio in quest’ottica, si può menzionare una grande impresa italiana che a breve diverrà più esposta a possibili aggressioni da parte di acquirenti, italiani o stranieri. Questo esempio ci permette di chiarire lo scenario cui andiamo incontro. La situazione delle Assicurazioni Generali è emblematica del cambiamento che si è descritto in questo articolo. Per anni essa è stata un bastione dei poteri forti italiani. Da alcuni mesi la situazione sta cambiando. La banca Intesa San Paolo ha da poche settimane annunciato di aver dismesso la sua quota dell’1,8 per cento del capitale sociale della assicurazioni triestine. Già questo è un evento di grande portata poiché era impensabile, fino a poco tempo fa, che la banca di sistema Intesa San Paolo abbandonasse la più grande assicurazione italiana.

Anche Mediobanca, storico primo azionista delle Assicurazioni Generali, il cui patto di sindacato è in fase di ristrutturazione e che ha visto la stessa Generali dare disdetta al Patto Mediobanca, ha a sua volta annunciato che entro fine 2016 venderà il 3 per cento delle Generali facendo scendere la sua quota al 10 per cento del capitale sociale delle Generali, al fine di risparmiare capitale in vista delle future nuove regole sui bilanci bancari. Vi è poi un 4,5 per cento di Generali in mano al Fondo Strategico Italiano, detenuto dalla CDP (Cassa Depositi e Prestiti).  Questo 4,5 per cento è stato ceduto dalla Banca d’Italia alla CDP recentemente e CDP si è impegnata a vendere sul mercato questa quota entro fine 2015. Si aggiunga che Palladio Finanziaria, che detiene l’1,2 per cento delle Generali, ha recentemente dichiarato che tale partecipazione non è più strategica. Sommando queste quote si arriva ad una percentuale superiore al 10 per cento del capitale sociale delle Generali. Una fetta rilevante della più importante compagnia assicurativa italiana e della terza società assicurativa europea sta per cambiare proprietario. Come evolverà la situazione? Quale investitore subentrerà ai venditori? Quali saranno i futuri equilibri azionari? Generali diventerà scalabile? È plausibile attendersi un passaggio in mani straniere della compagnia? O Generali diventerà una public company? Sono tutte domande importanti che si schiudono proprio alla luce del nuovo scenario finanziario italiano. Meno legami significa più possibilità di scambio delle quote azionarie e, quindi, maggiore apertura a nuovi investitori, anche stranieri.

Si arriva così al terzo punto: l’Italia, dal punto di vista sociale, politico ed economico, è pronta ad un cambiamento così radicale? Che reazioni si avrebbero, ad esempio, se le appena citate Assicurazioni Generali fossero oggetto di una scalata ostile da parte di un soggetto straniero? Interverrebbero le istituzioni politiche a difesa dell’italianità? E l’opinione pubblica che reazione avrebbe? Si continuerebbe ad invocare l’intervento dello Stato contro l’arrivo di investitori stranieri? Che atteggiamento avrebbero i sindacati se dovessero confrontarsi con controparti straniere probabilmente abituate a sistemi di relazioni industriali costruiti in modo diverso? Questo è forse il punto più importante: l’Italia ha bisogno di essere accompagnata verso un nuovo equilibrio finanziario-imprenditoriale per evitare che si ingenerino reazioni a catena nella politica e nell’opinione pubblica. È necessario cominciare da subito a far capire che la struttura dell’economia italiana sta cambiando e che questo cambiamento comporterà necessariamente conseguenze che, però, potrebbero non sempre in linea con le attuali aspettative. Far maturare nei cittadini la consapevolezza che una trasformazione radicale è in atto e che tale mutamento avrà riflessi concreti sulle imprese italiane è indispensabile se si vogliono evitare reazioni eccessive da parte dei soggetti meno informati e più deboli. 

 

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