giovedì, Ottobre 29

Nuova Zelanda: elezioni, ‘Jacindamania’ no-stop La Premier uscente, Jacinda Ardern, leader del Labour Party, potrebbe vedersi confermata alla guida del governo. A premiarla, la gestione di diverse crisi, tra cui l’emergenza pandemica del COVID-19

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Tra meno di quarantotto ore, il 17 Ottobre, in Nuova Zelanda, dopo un primo rinvio (la data prefissata era il 19 Settembre) a causa della seconda ondata della pandemia di COVID-19, che ora sembra alle spalle, si apriranno le urne per le elezioni politiche. Su circa 5 milioni di abitanti, 3 milioni e 772mila hanno i requisiti per votare. Oltre che per eleggere i parlamentari, gli aventi di diritto voteranno anche per i referendum in favore della legalizzazione della cannabis e dell’’End of Life Choice Act 2019’, che consentirebbe alle persone con malattie terminali di richiedere il suicidio assistito. Gli esiti preliminari dei referendum verranno resi noti già il 30 Ottobre, mentre per i risultati ufficiali bisognerà attendere il 6 Novembre, quando verranno comunicati anche i risultati delle elezioni.

Le votazioni dei residenti, dopo la registrazione, sono iniziate il 3 ottobre e continueranno fino alle 19:00 del 17 Ottobre, mentre chi risiede all’estero ha potuto votare già dal 30 Settembre. Protagonista indiscussa di questa competizione, la Premier laburista Jacinda Ardern, appena quarantenne, considerata nel mondo, una dei capi di governo con il più alto indice di gradimento per come ha guidato il suo Paese durante l’epidemia di coronavirus, ma anche prima, affrontando un terremoto e un sanguinoso attentato terroristico. La gratitudine degli elettori era tangibile già il giorno del suo compleanno, il 26 luglio, quando i messaggi di ‘Happy birthday’ sono arrivati in massa, e gli attestati di stima si sono moltiplicati a livello internazionale. 

In quella stessa occasione, a colpire era stata anche la dedica su Instagram del suo fidanzato, Clarke Gayford, conduttore di un programma televisivo sulla pesca e uomo di mare: “Non sono proprio il tipo che fa questo genere di post, ma un appuntamento simmetrico come 40 costituisce un’eccezione. Buon compleanno alla mia persona di successo preferita al mondo, una donna che, nonostante tutto quello che ha nel piatto, riesce a trovare tempo per infilarci un sacco di gioia, amore e felicità per tutta la nostra famigliola. Sei la meglio. Baci”. Clarke e Jacinda si sono conosciuti otto anni fa, nel 2012, e dal 2013 sono una coppia. Dalla loro unione, è nata una figlia nel 2018, un anno dopo che Ardern è diventata Primo Pinistro, facendo di lei soltanto la seconda leader di governo della storia (la prima fu la Premier pachistana Benazir Bhutto), a partorire mentre è in carica. Soltanto un anno dopo, però, grazie ad un anello al dito di Jacinda, il loro fidanzamento ufficiale è diventato di dominio pubblico. 

In quelle stesse ore di Luglio, un sondaggio assegnava al partito guidato da Ardern il 61 per cento dei consensi, uno dei migliori risultati mai conseguiti dal Labour. Una rilevazione più recente effettuata dal Colmar Brunton di 1 News assegna, invece,  ai laburisti il 47% e al National Party il 32%. Anche Act è ancora all’8%, mentre i Verdi sono scesi al 6, vicino alla soglia del 5%. NZ First ha spinto fino al 2%, ma ancora ben al di sotto della soglia del 5% nonostante le previsioni del leader Winston Peters di un “aumento”. Il 13% degli elettori intervistati rimane ancora indeciso o riluttante a rendere note le sue intenzioni di voto.

In base a questi dati, il Labour avrebbe 60 seggi, il National 41, in calo rispetto ai 54 attuali conquistati tre anni fa, con quasi il 45% dei voti del partito. Quasi la metà di quel sostegno è svanita e la maggior parte non è andata ad altri partiti conservatori. 

La leader laburista Jacinda Ardern – che ha rivelato di essere “abbastanza contenta di quei numeri” – godrebbe di un gradimento pari all 50% contro il 23% riconosciuto a Judith Collins. 

L’ultimo sondaggio arriva dopo una settimana difficile per la leader nazionale Judith Collins. C’è stata l’imbarazzante fuga di un’e-mail dalla deputata nazionale Denise Lee, in cui descriveva la nuova politica del governo locale di Collins come un ‘incubo’ e criticava la cultura del partito sotto il loro nuovo leader. Ciò ha messo Collins in secondo piano in vista del dibattito dei terzi leader a Christchurch, che era ampiamente considerata aver perso contro il primo ministro Jacinda Ardern.La leader del NP era stata accusata di politicizzare la sua fede pregando davanti alle telecamere in una chiesa prima di votare nel fine settimana.

Questi eventi hanno oscurato il grande annuncio economico del National Party, in cui prometteva di creare almeno 10.000 posti di lavoro al mese e riportare la disoccupazione al 4% entro il 2025.

Fare un bilancio di questa legislatura, imperniata sulla coalizione Labour / New Zealand First / Verdi, è praticamente impossibile con i parametri standard: quel programma di governo, esposto al momento dell’insediamento, frutto di settimane di accordi e negoziati post-elettorali, è stato stravolto dagli eventi successivi, dall’attacco alle moschee di Christchurch ad opera di un  suprematista bianco che ha ucciso 51 persone, al disastro dell’eruzione di Whakaari / Isola Bianca che ha causato la morte di 21 persone oltre che molto feriti, e infine il COVID- 19 pandemia, con i suoi blocchi, la chiusura delle frontiere e le conseguenze economiche.

Alla determinazione e alla razionalità che hanno caratterizzato le decisioni dell’esecutivo, ha corrisposto il rispetto delle istituzioni da parte della popolazione che si è unita ancora di più. 

Le imminenti elezioni costituiscono la nona tornata che si svolge con il sistema elettorale proporzionale a membri misti (MMP), approvato nel 1992, istituito nel 1993 e riconfermato tramite referendum nel 2011 con l’intento di mettere fine al sistema maggioritario (first-past-the-post-FPP) che aveva assicurato la tirannia di quella che Lord Hailsham una volta chiamava la ‘dittatura eletta’ del governo a maggioranza monopartitica, di sinistra o destra che fosse. Per buona parte del secolo scorso, i due maggiori schieramenti ottenevano la maggioranza dei seggi alla Camera dei Rappresentanti senza avere quella del voto popolare. Le elezioni del 1951 furono le ultime in cui un partito ottenne la maggioranza del voto popolare.

Il vincitore prende tutto era ciò che si verificava, ma che si è tentato di evitare cambiando sistema elettorale che, però, non esclude del tutto che un governo monocolore possa vedere la luce (queste elezioni potrebbero gettare nuove ombre sull’efficacia della soluzione data), anche se, dalle prime elezioni del 1996 con il nuovo sistema, ciò non si è mai verificato: i governi sono quasi sempre stati multipartitici e, talvolta, di minoranza. 

Del resto, il sistema proporzionale prevede che, a condizione che un partito superi la soglia di sbarramento del 5% dei voti o ottenga almeno un seggio elettorale (Māori o generale), la sua quota di seggi parlamentari dovrebbe rispecchiare in modo direttamente proporzionale il suo sostegno tra gli elettori. Va specificato che i seggi ottenuti dai partiti che non riescono ad entrare in Parlamento finirebbero ripartiti proporzionalmente tra i partiti eletti. Ma la cosiddetta ‘dittatura elettorale’ sarebbe comunque espressione della volontà dei cittadini.

Cosa potrebbe decidere di fare Ardern? La tentazione di governare in solitudine è forte, soprattutto in un momento delicato, caotico, ma, al tempo stesso, decisivo dove le scelte da compiere devono essere rapide, secondo una direzione definita, ma al contempo di lungo respiro. E avere un freno come il partito Maori New Zealand First o i Verdi, con cui, tra l’altro, negoziare non solo le politiche, ma anche non aiuta. Un secondo mandato potrebbe permettere alla Premier uscente di dare piena espressione agli istinti politici centristi. 

Tuttavia, la cautela potrebbe spingere, comunque, la Premier a riconsiderare uno schema di alleanza, lo stesso dell’ultima legislatura o privo di un componente, per condividere le responsabilità, e quindi anche gli ‘oneri’ in termini elettorali, così da trovare supporto in caso di spaccature interne o cali di consenso. Avere alleati le consentirebbe anche di attingere a competenze altrui ed ampliare il programma di governo, rendendolo più ambizioso, ma, a detta di molti, più spostato a sinistra. A non lasciarle altra scelta, spingendola verso un’alleanza, sarebbe il non avere i numeri.

Tutto dipenderà dalle percentuali di voti che verranno conquistate dalle diverse forze  politiche. Già un sondaggio del 28 settembre mostrava che i laburisti, con il 47%, non avrebbero potuto governare da soli, ma che avrebbero dovuto formare una coalizione con i Verdi, dati al 7%. Il National si attestava al 33%,  ACT all’ 8% e NZ First in lotta per la sopravvivenza con l’1%. 

Occorre ricordare che finora, con il sistema elettorale proporzionale, il Labour non ha mai ottenuto la maggioranza dei consensi. C’è sicuramente una tendenza verso la maggioranza monopartitica e lo conferma il fatto che in tutte le otto elezioni svoltesi con il nuovo sistema, la percentuale media di voti del primo partito ha sfiorato il 42%, in continua ascesa se è vero che 39% riguardava le prime quattro elezioni e 46% le seconde sei, quelle dal 2008 in poi.

Un sistema che, proprio per la sua proporzionalità, ha reso quasi scontato l’esito dei governi di coalizione, ma che nel 2020 potrebbe incontrare la prima eccezione, riportando l’orologio indietro di quasi trent’anni: infatti, se la percentuale dell’oltre 60% riconosciuto un paio di mesi fa ai laburisti rimanesse inalterato – nelle ultime rilevazioni pare calato di qualche punto – non sarebbe da escludere una maggioranza assoluta Labour e quindi un governo monocolore. Nel parlamento unicamerale neozelandese, che conta 120 parlamentari, la soglia da superare sarebbe di 61 seggi. Nel qual caso, non sarebbero necessari accordi con altre forze politiche e il Labour si ritroverebbe nelle mani tanto il potere esecutivo quanto quello legislativo.

Un elemento che preoccupa più di un osservatore, memore di alcuni disastri degli anni ‘80 e ‘90, quando governi di entrambi gli schieramenti aveva approfittato della situazione, ma che molti esperti considerano una stagione conclusa data la diversità dei sistemi elettorali.

 

Trattasi, dunque, di una competizione elettorale molto diversa dalle consuete, dove a scontrarsi sono programmi più o meno ambiziosi. Questa volta, a pesare, agli occhi degli elettori, oltre alle tradizionali linee politiche dei partiti, le decisioni del governo nella gestione sanitaria, sociale ed economica della crisi COVID-19 e nella preparazione della ricostruzione.

In altri termini, insieme ai referendum concernenti la legalizzazione della cannabis ricreativa è quello sul fine-vita, l’End of Life Choice Act, le elezioni sono diventate, in effetti, una sorta di terzo referendum sulla Prima Ministra, anche in comparazione con quello che avrebbero potuto fare o potrebbero fare altri partiti. 

Per capire il ruolo di Ardern, parlamentare dal 2008 e designata leader all’unanimità nell’agosto 2017 per succedere ad Andrew Little che aveva dato le dimissioni per via degli scarsi risultati del partito nei sondaggi, occorre ripartire proprio dalle elezioni di tre anni fa. Come ricordato sopra, ben tre crisi ha dovuto affrontare la sua Amministrazione, dell’attentato terroristico di Christchurch alla pandemia COVID-19 passando per il terremoto-eruzione di Wakaari. 

Sebbene qualcuno le rimproveri la scarsa incisività nella riduzione delle disuguaglianze e della povertà infantile, oltre che nel prendere le misure necessarie a risolvere l’emergenza legata alla mancanza di alloggi pubblici, la sua calma e sensibilità ha fatto presa su buona parte della popolazione, in misura crescente specialmente in concomitanza con la pandemia.

Nel suo ‘loro siamo noi’ sembra riecheggiare una donna con un profilo ‘normale’, percepito come autentico e vicino ai cittadini tanto da farle guadagnare l’appellativo di ‘Aunty’ (‘zia’), termine desunto dalla pratica Maori e spesso usato per denotare una donna influente e con autorità, ma anche per dimostrare affetto. Normalità è stata trasmessa anche dalla sua ammissione di aver consumato cannabis quando era più giovane.

Occorre ribadire che Ardern è solo la terza donna a rivestire il ruolo di Premier nella storia del paese dal 1856, e la più giovane della storia. Nessuno avrebbe scommesso, nel 2017, sul suo successo sia da leader di partito sia da Premier. 

Ridurre i costi per gli studi universitari, favorire l’accesso alla casa per le persone meno abbienti, legalizzare l’aborto, tassare l’acqua potabile erano alcuni del suo programma politico che non aveva suscitato molto entusiasmo, ma che le erano costata l’etichetta di ‘quasi comunista’ da parte di un ex compagno di partito.

Nella prima campagna elettorale, non aveva indietreggiato nemmeno di fronte a domande sessiste riguardanti la maternità: “È totalmente inaccettabile porre domande di questo tipo alle donne nel 2017. La scelta del momento giusto per avere dei figli appartiene alle donne. Ed essa non deve determinare in alcun modo l’ottenimento o meno di un posto di lavoro”.

Prima donna Premier a partorire nel corso del mandato, ha dimostrato abilità nell’affrontare gli eventi più traumatici, vedendosi premiata con indici di gradimento con pochi precedenti nella storia neozelandese, ma non rinunciando alla sua vita privata. Non è casuale la scelta di iniziare la campagna elettorale da Morrinsville, a casa dei genitori, ai quali ha affidato la piccola Neve, la prima neonata ad entrare, il 24 settembre 2018, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

L’approccio prudente e flessibile ha plasmato la leadership di Ardern e, in certa misura, ha abbassato i toni del dibattito politico, anche se non ha incontrato le simpatie della sinistra, critica, soprattutto, per le politiche ‘centriste’ della leader laburista in tema di disuguaglianze dei Maori, fiscalità e, dopo il COVID-19, di lavoro (femminile, in primis), ma potrebbe convincere una parte dell’elettorato conservatore moderato.

In particolare, sulla questione Maori, è stata particolarmente contestata dai diretti interessati. Migliaia di indigeni, tradizionalmente una parte fondamentale della base del Labour, sono scesi in piazza l’anno scorso per la difesa della terra e dei diritti civili. Quelle proteste sono state viste come un indicatore di un più ampio disincanto all’interno della comunità indigena per le disuguaglianze che lasciano i Maori indietro e alle quali il Labou è accusato di aver fatto poco. 

“Il governo a guida laburista di Jacinda Ardern ha inaugurato un numero impressionante di parlamentari maori – in effetti, un numero record. Suona bene ma qualcosa è mancato. Nessuno di loro è stato una voce abbastanza fedele per Māori”. Mai come ora le possibilità di un ritorno per l’unico partito Maori incentrato sugli indigeni sono ora appese a un filo, dopo che nel 2017, Te Ururoa Flavell, che era stato ministro dello sviluppo Māori per tre anni, ha perso il suo seggio alle elezioni generali.

Ad aiutare Ardern, la capacità comunicativa in TV e  sui social media. Alla vigilia delle elezioni del 17 ottobre, il numero di followers di Ardern su Facebook è  quattro volte maggiore di quello degli altri sette principali leader di partito messi insieme. Fin dal suo insediamento, ha sviluppato un legame con il suo ‘pubblico’ presentandosi regolarmente dopo cena, senza filtri, nelle dirette Facebook, che costituisce il suo principale canale social, relazionandosi con i kiwi come una vecchia amica per commentare gli eventi della giornata. 

L’impressione di sincerità, competenza, quel ‘pragmatismo empatico’ da molto apprezzato si ritrova nei brevi video informali – viene colta anche la vita quotidiana – che posta sulla sua pagina. 

Ad agosto, all’inizio del secondo lockdown, coincidente con il lancio della campagna elettorale, la leader laburista ha pubblicato in una settimana una ventina di post video live: il coinvolgimento medio misurato in base alle interazioni ha sfiorato l’1,83% su argomenti relativi politici in senso stretto e del 3,5% su argomenti COVID.

Se è vero che, nella recrudescenza dell’epidemia, importanti strumenti di mobilitazione politica come i comizi, gli abbracci, la propaganda porta a porta sono stati messi da parte in questa anomala campagna elettorale, è altrettanto vero, e non da oggi, che molti elettori sono intercettati da piattaforme diverse e più varie. E la leader laburista ci lavora da tempo con esiti positivi. 

Esiti, però, che sono stati usati da diversi detrattori per bollare il rinvio delle elezioni come un calcolo politico. La leader nazionale Judith Collins aveva sostenuto che “non è appropriato aspettarsi che ci siano elezioni giuste e giuste in un momento in cui i partiti di opposizione e gli altri partiti al governo non sono liberi di fare campagna elettorale” e che “il voto per corrispondenza non è abbastanza buono”.

Il leader di ACT David Seymour aveva detto, a sua volta, che i candidati e gli elettori di Auckland erano “effettivamente agli arresti domiciliari” e il fatto che il Primo Ministro fosse a capo dei briefing quotidiani del COVID-19 significava che non era più una “parità di condizioni”.

Ma tutti i leader neozelandesi usano ampiamente i social e spendono. Se consideriamo che nel Paese, da luglio al 25 settembre, ci sono stati 9.537 annunci a pagamento su Facebook e Instagram relativi a questioni sociali, elezioni e politica, per un totale di 1.054.713 dollari neozelandesi, il Labour e Jacinda Ardern hanno la più ampia portata organica, con 1,6 milioni di fan di Facebook messi insieme (la maggior parte di Ardern). Il partito ha speso solo 41.396 dollari per post in un periodo di 30 giorni che termina a settembre. Al contrario, National e il suo leader Judith Collins, hanno solo 180.000 fan sulle loro pagine Facebook, devono spendere per stare al passo, 143.825 dollari nello stesso periodo di 30 giorni.

Ma anche i partiti più piccoli hanno speso più del Labour. I Verdi hanno pagato 82mila dollari dollari per la pubblicità sui social nello stesso periodo. Anche ACT e il suo leader, David Seymour hanno speso 78mila dollari per promuovere il loro tour in autobus ‘Cambia il tuo futuro’ e questo sembra ritornare in termini di consensi registrati dai sondaggi.

A differenza della gestione fallimentare di Donald Trump e Boris Johnson, Jacinda Ardern può vantare un risultato eccezionale nella lotta alla pandemia e potrebbe premiarla a quelle che la Premier stessa ha definito l’’elezione COVID’. Impossibile negarlo, anche perché, stando alla dichiarazione della Premier neozelandese di lunedì che «il virus è di nuovo sotto controllo», dopo dieci giorni di zero contagi dall’inizio delle nuove restrizioni, il Paese starebbe fuori dalla seconda ondata epidemica. Sono quindi in fase di eliminazione le misure di contenimento in tutte le città neozelandesi tranne Auckland, dove il contagio era stato più esteso, che, in ogni caso, potrà beneficiare di qualche allentamento delle misure restrittive.

Era agosto quando, a causa di un focolaio scoppiato in un caseggiato popolare nella capitale Wellington, residenza di metà della popolazione (dove non si registravano contagi da inizio giugno), e un altro nella zona di Auckland, il virus era comparso nuovamente. A quel punto, Jacinda Ardern era apparsa in tv per spiegare che le autorità sarebbero ricorse a un nuovo lockdown di quattro settimane piuttosto severo per impedire la diffusione del contagio, decidendo, inoltre, il rinvio delle elezioni.

«La nostra piccola squadra di cinque milioni di abitanti, un po’ affaticati questa volta, ha fatto quello che fanno sempre le nostre nazionali sportive: ha abbassato la testa e tirato avanti» ha tenuto a sottolineare la Premier, soddisfatta del risultato per cui stima attorno al «95 per cento» le possibilità che il Paese abbia estirpato la trasmissione del virus mentre «vedo nel resto del mondo come funzionano le alternative, e non mi sembra ottimo».

Un’altra prova vincente, dopo quella prestata nell’ondata di primavera, del modello neozelandese consistente in lockdown totale alle prime avvisaglie di una recrudescenza e poi ritorno alla vita normale, completamente, quando il pericolo sembra passato. «Hard and early». Presto e forte: alla fine di Marzo, quando i casi accertati erano soltanto 102 e non c’erano ancora state vittime, la Nuova Zelanda serrò i confini e si mise in lockdown. La quarantena per chi arriva dall’estero è sempre rimasta in vigore. 

Riuscire nell’intento di impedire la diffusione del contagio, con soli 1.464 casi e 25 morti dall’inizio della pandemia, è sicuramente più facile in un’isola con una popolazione di 5 milioni di abitanti e una densità 18 per km quadrato, ma è comunque la “lezione di Jacinda al mondo”, per riprendere il titolo con cui, il 19 Aprile, il ‘Financial Times’ ha reso omaggio alla straordinaria capacità di affrontare la prima ondata della pandemia dimostrata dalla Premier neozelandese. Secondo il quotidiano inglese, Jacinda Ardern, con l’obiettivo di eliminare il virus e non di raggiungere l’immunità di gregge, ha avuto quattro grandi meriti nel corso di questa crisi COVID: la capacità di coordinare l’azione di governo, una strategia politica intelligente e veloce, grandi doti comunicative e una particolare attenzione al dettaglio, dal contact tracing allo sforzo per moltiplicare i test diagnostici. 

La grande stima internazionale è stata solo confermata durante la pandemia. L’anno prima, il 19 marzo 2019 il Washington Post, pochi giorni dopo l’attentato di Christchurch, perpetrato da un estremista di destra australiano ai danni di circa 50 persone di religione islamica, aveva titolato: “Il mondo guarda la Nuova Zelanda di Jacinda”. In quella circostanza, la leader era riuscita a far avvertire alla popolazione della città la propria vicinanza, mantenendo al contempo grande lucidità: “Attraverso questo atto terroristico – aveva dichiarato – l’assassino tentava di centrare numerosi obiettivi. Uno dei questi era il raggiungimento della notorietà. È per questo che non mi sentirete mai pronunciare il suo nome. È un terrorista. Un criminale. Un estremista. Vi chiedo di ricordare i nomi di chi è morto, anziché quello di chi li ha uccisi”. Parole pronunciate con solennità, da una donna vestita a lutto, che aveva cominciato il proprio discorso con l’espressione araba “salam aleykum” (“che la pace sia con voi”). E pochi giorni dopo, il governo aveva approvato lo stop alla vendita libera di armi, specialmente di determinati fucili semi-automatici.

Di forte impatto, negli ultimi mesi, è stato poi l’annuncio di Ardern, insieme ai ministri del suo governo, del taglio del 20 per cento del proprio stipendio annuale, pari 470mila dollari neozelandesi, circa 260mila euro: “Il taglio ai nostri stipendi – ha spiegato – da solo non stravolgerà di certo la situazione generale. Si tratta di una questione di esercizio del potere. Un modo per riconoscere l’impatto che l’emergenza ha in questo momento sulla vita di molti connazionali”. Stessa sorte per gli stipendi degli alti funzionari, “ma non siamo qui a fare l’apologia del calo degli stipendi. C’è chi lavora in servizi pubblici in questo momento essenziali, in prima linea. Come nel caso dei professionisti della salute e delle forze dell’ordine”.

Sotto pressione pandemica, il settore sanitario ha mostrato le sue carenze. Il governo è corso ai ripari, aumentando del 9% il budget. Si tratta di ulteriori 4,3 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni, di cui 3,92 miliardi per i 20 consigli sanitari distrettuali del Paese, che, investiti del compito di gestire e finanziare nel loro territorio, sono in deficit perenne, hanno presentato, in piena pandemia, lacune nell’assistenza sanitaria territoriale e nelle strutture sanitarie regionali.

In molti hanno criticato l’esiguità del budget per rivedere il sistema sanitario, creando un organismo centrale che coordini i consigli distrettuali, destinati, secondo alcuni esperti, ad essere sostituiti da medici professionisti, in grado di lavorare in sinergia, superando le inadempienze. 

Auspicando che i vari consigli distrettuali rimettano in sesto le proprie finanze, nel budgetil governo ha stanziato oltre 282,5 milioni di dollari per rimediare ai ritardi accumulati nelle liste di attesa e 125 milioni in quattro anni per le forniture di dispositivi di protezione individuale, a cui vanno aggiunti le risorse per il sostegno dell’assistenza domiciliare e per i disabili.

Lo slogan della campagna laburista ‘Let’s Keep Moving’ sembra sostituire ‘trasformazione’, parola chiave delle elezioni di tre anni fa, con ‘ripresa’. L’attenzione del bilancio 2020 su “lavoro, lavoro e occupazione” è comprensibile, encomiabile e vitale. Per dare risposte a quella che pare la più Grande Recessione degli ultimi novanta anni, il governo laburista ha accordato a oltre 120mila persone il Sostegno ‘Work Ready’, il principale beneficio disponibile per i disoccupati aumentato di quasi il 50% tra febbraio e l’inizio di maggio. 

Secondo gli standard OCSE, la Nuova Zelanda era entrata nella pandemia con un tasso di disoccupazione relativamente basso. A marzo 2020 il tasso di disoccupazione ufficiale era di circa il 4,2%. Per ritornare a quei livelli, il bilancio proposto dai laburisti mira a proteggere i posti di lavoro esistenti ove possibile, a generare nuovi posti di lavoro attraverso investimenti pubblici mirati, favorendo una occupazione di tipo sostenibile. Insieme a progetti di ampia visione, sono essenziali interventi politici mirati come l’estensione mirata del regime di sussidio salariale per altre otto settimane per le imprese che registrano una riduzione del fatturato di oltre il 50%, un pacchetto di 400 milioni di dollari per il settore turistico. Prioritarie per il governo sono parse le generazioni più giovani, tra le più colpite dalle conseguenze sociali ed economiche del COVID-19.

È noto che, soprattutto quando funziona, una calamità possa favorire, in termini di consenso, i governanti del momento. Ciò detto, l’opposizione non dovrebbe perdere di vista il suo compito, di controllo e collaborazione. All’inizio dell’epidemia, l’opposizione neozelandese sembrava aver ingranato bene con l’Epidemic Response Committee, un organismo trasversale nella cui sede le forze politiche avrebbero potuto chiedere apertamente conto al governo del suo operato, anche in uno stato di emergenza.

Ma la successiva fuga di informazioni sensibili per guadagno politico da parte dei membri del Partito Nazionale ha tradito una mancanza di lealtà verso le istituzioni governative e verso i neozelandesi che affidano loro informazioni private. 

La leadership, in una qualsiasi elezione, fa la differenza. Judith Collins è stata insediata nel tentativo di ristabilire la buona fede di National come partito naturale del governo della Nuova Zelanda. Ma non ha avuto l’impatto che ha avuto Jacinda Ardern quando ha preso le redini del Labour diverse settimane dopo le elezioni del 2017. In una recente analisi di Reid Research, il 25% degli intervistati sostiene National, il leader del partito si trova solo al 14% nella posta in gioco preferita del primo ministro: quasi la metà di coloro che voterebbero National non votano Collins come primo ministro. La sua linea aggressiva non pare premiarla, tanto meno in temi economici. Di fatti, alla domanda su chi si fidava di più dell’economia post-COVID, il 62,3% degli intervistati preferiva un governo guidato dai laburisti e solo il 26,5% da un governo nazionale.

Ma chi è Judith Collins? Rinomata per la sua ambizione, di cui non si è mai vergognata, e ostinata determinazione, viene dalla provincia di Waikato, che ha dato i natali ad altre influenti donne politiche neozelandesi, come Helen Clark o Margaret Wilson. 

A 61 anni, Judith Collins è una politica esperta. Eletta per la prima volta nel 2002, ha acquisito esperienza ministeriale nel governo a guida nazionale di John Key (2008-17), guadagnandosi il soprannome di ‘Crusher Collin’ quando, come ministro della polizia nel 2009, ha proposto di punire i ragazzini impenitenti distruggendo i loro veicoli truccati.

Dopo sei anni come Ministro di alto profilo della polizia, delle correzioni, degli affari dei veterani, della giustizia e degli affari etnici, ambendo un incarico ministeriale economico, Collins era stato costretta a dimettersi tre settimane dopo le elezioni del 2014. Era stata accusata, sulla base di un’e-mail trapelata dal blogger Cameron Slater, di aver cercato di licenziare il direttore del Serious Fraud Office. Tornata al governo, quello successivo sarebbe stato un periodo della sua vita politica a cui si riferisce nel suo recente libro di memorie come “il peggiore”. 

Sarebbe stata poi prosciolta, ma lo scandalo la colpì molto anche nella reputazione interna al partito, dove era data molti in pole per succedere a John Key, del quale criticava le posizioni più centriste e la mancanza di solidarietà ricevute nella tempesta giudiziaria della ‘politica sporca’. 

Molto più profondo era il rapporto di stima che legava Collins a Brash, leader liberista del National Party e di cui apprezzò di riattirare il voto di molti elettori nel 2005, conquistando una maggiore presenza in Parlamento.

Gli errori del passato di un politico vengono raramente dimenticati, ma i principali sostenitori del National apprezzano la lunga esperienza che Collins mostra di avere. 

Ci sarebbero voluti sei anni e svariati tentativi, oltre che una pandemia e un’avversaria come Ardern, per assumere la guida del partito. Quest’anno, le inaspettate dimissioni di Todd Muller da leader nazionale appena 53 giorni – che lo rendono leader più breve del partito dalla sua formazione nel maggio 1936 – dopo il suo ‘golpe’ contro Simon Bridges hanno offerto a Collins l’opportunità per prendere finalmente il comando su un piatto d’argento.

I sondaggi suggeriscono che Collins potrebbe a riconquistare una parte della base che ha iniziato a disertare National con l’inizio del COVID-19. Tuttavia, attirare gli elettori del centro potrebbe rivelarsi sfuggente dato che sembra più a destra di quanto vorrebbero diversi esponenti del suo stesso partito.

Mentre la leadership di Muller è stata criticata per la mancanza di deputati maori, la squadra di Collins comprende due uomini maori, al quarto e quinto posto. Al neoliberismo economico, corrisponde un istinto liberale sulle questioni sociali, inclusi l’aborto e il matrimonio gay, a differenza del suo immediato predecessore.

In molti scommettono che la sua carriera politica non terminerà il prossimo 18 Ottobre. Apprezzata in due dibattiti TV, tranne forse l’ultimo di ieri, per le sue risposte taglienti, potrebbe sopravvivere ad un risultato non brillante, ma che possa essere letto come un primo passo verso la rinascita. A deciderlo, anche gli equilibri interni con Christopher Luxon già designato quale possibile futuro leader. 

I conflitti interni si sono intensificati quando il National Party, guidato dall’allora primo ministro Bill English, pur avendo vinto le elezioni del 2017 con un buon numero di seggi, non era riuscito ad ottenere la maggioranza e formare una coalizione di governo scendendo, in seguito, sotto il 30% in alcuni sondaggi. Temendo per i loro posti, i ‘pasdaran’ colpirono il leader Simon Bridges e sollevarono l’inesperto Todd Muller, che lasciò solo 53 giorni dopo uno scandalo scioccante sulla privacy e una serie di gaffe imbarazzanti. Certo è che, dopo due cambi di leadership in due mesi, una deflagrazione non converrebbe a nessuno, ma Collins deve essere pronta ad evitarla. Anche perché ad approfittarne sarebbero gli altri due partiti di centro-destra in parlamento, New Zealand First e ACT, o,perfino, il Labour.

Proprio l’ACT ha aumentato la sua assertività, sfiorando l’8% nei sondaggi, che gli garantirebbe fino a 10 seggi in Parlamento, ben lontano dal solo seggio ottenuto ad Epsom alle ultime due elezioni grazie ad un accordo del 2005 con il Partito Nazionale. Finora, il miglior risultato elettorale dell’ACT è stato nel 2002, quando ha ottenuto il 7,14% dei voti del partito e nove seggi alla Camera dei rappresentanti da 120 seggi. 

A queste elezioni, però, dopo un mandato all’opposizione e non più oscurato dal National Party, ACT sembra di nuovo in grande spolvero, grazie, soprattutto, alla leadership di Seymour che è riuscito a dare una sua impronta al partito, come dimostra il referendum sull’eutanasia, spingendolo anche verso il liberalismo di mercato, professando la necessità di tagli molto più radicali alle tasse e alla spesa pubblica rispetto al National Party. Tutto confermato dall’acronimo del partito, fondato nel 1993, che sta per ‘Association of Consumers and Taxpayers’. Il suo populismo di destra, nell’ottica di Judith Collins, non sarebbe un difetto per la leader del NP Judith Collins che  ha dichiarato senza mezzi termini di ritenere il compito di ACT quello di vincere Epsom e di aiutare il National Party a fiaccare il NZFirst, che secondo i recenti sondaggi sarà probabilmente estromesso dal parlamento il 17 ottobre, visto che è dato al di sotto del 5%.

L’ACT si è dunque reso accattivante agli occhi di quei conservatori ex elettori della New Zealand First che sono delusi da Winston Peters per aver formato un governo di coalizione con i laburisti, allontanandosi da quanto propugnato nel 2017 circa la riduzione dell’immigrazione e il desiderio di dare più voce alle regioni: il partito, ad esempio, ha mantenuto un numero significativo di Māori tra i suoi parlamentari, membri ed elettori – incluso, ovviamente, lo stesso Peters, sostenitore dei ‘Quindici principi fondamentali” secondo cui, tra le altre cose, il governo dovrebbe essere trasparente e responsabile, e al centro delle sue politiche dovrebbe mettere gli interessi dei neozelandesi. Con l’immigrazione non al centro di queste elezioni, l’appello di New Zealand First agli elettori sembra essere quasi scomparso. 

Ma non c’è solo il coronavirus tra le preoccupazioni degli elettori. Stando ad un recente sondaggio svolto dalla Stuff / Massey University su 55mila elettori, i neozelandesi sono polarizzati sulle misure per contrastare il cambiamento climatico.

Su un aspetto così vitale per il futuro, i due partiti non hanno dato l’impressione di avere le idee chiare: sulla base della rilevazione, solo il 30% degli elettori laburisti e il 22% degli elettori nazionali pensano che il Paese sia “più o meno sulla strada giusta” per quanto riguarda l’azione per il clima. Se a destra non manca lo scetticismo, a sinistra si sprecano le raccomandazioni per misure urgenti.

Già prima di entrare in carica nel 2017, Ardern aveva promesso di occuparsi della crisi climatica durante la sua prima campagna elettorale. E anche in questi giorni è tornata sull’argomento, fissando l’obiettivo di raggiungere gradualmente il 100% di energia rinnovabile entro il 2030, invece del 2035, se il suo partito vincerà la rielezione a Ottobre. 

“La ripresa economica post COVID-19 rappresenta un’opportunità unica per la generazione di rimodellare il sistema energetico della Nuova Zelanda per renderlo più rinnovabile, più veloce, conveniente e sicuro”, ha dichiarato la Premier. 

Al momento, il Paese produce l’84% della sua elettricità da fonti rinnovabili che sono, però, solo il 40% dell’energia effettivamente utilizzata dato che per il resto continua ad importare ancora dall’estero petrolio e carbone. 

Finora la Nuova Zelanda ha approvato lo Zero Carbon Act, ha approvato una storica legge per azzerare le emissioni nette di gas ad effetto serra entro il 2050, ha vietato le trivellazioni offshore alla ricerca di nuovi giacimenti petroliferi, ha ridotto il limite dei permessi di emissione rilasciati nell’ambito del sistema di scambio di quote di emissioni, ma il piano green del governo post-COVID-19 include anche l’elettrificazione dei trasporti e dell’industria, investendo in nuove tecnologie come l’idrogeno verde e ben 100 di milioni di dollari per lo sviluppo di un sistema idroelettrico sul Lago Onslow.

I detrattori sostengono che il piano energetico post-COVID-19 laburista farebbe perdere posti di lavoro e aumenterebbe i costi dell’elettricità fino al 40%, ma il governo sembra allineato con un approccio di ‘transizione giusta’ sostenuto dall’Organizzazione internazionale del lavoro.

“L’investimento nelle energie rinnovabili consentirà di creare posti di lavoro. Il nostro piano creerà occupazione e svilupperà la forza lavoro altamente qualificata di cui la nostra futura economia ha bisogno per prosperare.  Il piano per l’energia pulita è un elemento del più ampio piano di ripresa dal COVID-19 e del lavoro che preparerà la Nuova Zelanda per il futuro, stimolando l’occupazione e l’economia adesso”, ha affermato la Prima Ministra.

Il Labour ha però abbandonato lo sconto per le auto elettriche, che il Partito Nazionale aveva attaccato con la motivazione che potrebbe far schizzare il prezzo dei veicoli più popolari, pur avendo un obiettivo di 80.000 veicoli elettrici su strada entro il 2023 (rispetto ai 16.000 attuali), esentando questi veicoli dalla tassa sui benefici accessori fino al 2025 e dai diritti per gli utenti della strada almeno fino al 2023 per incoraggiarne l’utilizzo da parte delle flotte commerciali. A questo, andava aggiunto il tentativo di rendere elettrico un terzo dei veicoli governativi entro il 2023 e consentirebbe ai veicoli elettrici di utilizzare corsie per autobus e carpool. 

Di sicuro il Partito dei Verdi, capeggiato da James Shaw, parlamentare dal 2014 e attuale ministro per i Cambiamenti Climatici, e dalla aspirante co-leader di origine maori, Marama Davidson, andrebbe ben oltre, convinto della necessità di dimezzare le emissioni di CO₂ della Nuova Zelanda entro il 2030 ai sensi dell’accordo di Parigi. Pur promettendo anche elettricità rinnovabile al 100% entro il 2030, il partito promuove l’energia solare e l’energia pulita della comunità: questo li spingerebbe a vietare le importazioni di auto a benzina dal 2030, creare un fondo per le piste ciclabili di 1,5 miliardi di dollari, vietare le nuove caldaie industriali a combustibili fossili, incentivando al massimo il trasporto pubblico gratuito per i minori di 18 anni. Di recente il Partito dei Verdi è stato criticato aspramente per via della decisione di finanziare l’ampliamento di una ‘scuola verde’ privata con l’utilizzo di oltre 11 milioni di dollari di fondi pubblici. Un’ingiustizia, a detta dei maligni, un’opportunità per Shaw e il Partito, per creare posti di lavoro per la comunità di Taranaki, nella parte nord ovest dell’Isola.

Sugli impegni internazionali in tema di clima il discorso si fa meno scontato. È stato il partito nazionale a firmare l’accordo di Parigi nel 2015, ma gli impegni della Nuova Zelanda nell’ambito dell’accordo entreranno in vigore dal 2021, durante il mandato del prossimo governo.

Il governo di Ardern ha inoltre avviato negoziati sull’accordo sui cambiamenti climatici, il commercio e la sostenibilità per sviluppare regole del commercio internazionale che sostengano e promuovano il clima e obiettivi di sviluppo sostenibile più ampi, aumentando i contributi al Global Green Fund, il meccanismo per sostenere gli sforzi del mondo in via di sviluppo per ridurre le emissioni.

Negli ultimi due anni, l’attivismo per il clima è aumentato a livello globale. Ma l’emergenza COVID potrebbe rimettere in discussione alcune priorità.

Un attacco terroristico, un disastro naturale e una pandemia globale hanno escluso quasi del tutto, a differenza del 2017, la politica estera dalla campagna elettorale

Certo è che, a fronte di una pandemia, sebbene la Nuova Zelanda stia contribuendo agli sforzi globali per sviluppare e distribuire un vaccino COVID-19, come agire riguardo all’Organizzazione mondiale della sanità non è più di secondaria importanza. Anzi, sarebbe auspicabile che i partiti politici comunicassero, qualora lo ritenessero necessario, eventuali proposte di modifiche all’OMS e la volontà o meno di aumentare o diminuire il contributo al suo bilancio totale.

Una scelta non facile considerato il ritiro degli Stati Uniti dall’OMS e dal taglio dei suoi finanziamenti, con l’accusa di essere ormai divenuta un fantoccio della Cina. Il rapporto con gli Stati Uniti, dei quali sono alleati nel consesso dei ‘Five Eyes’, rimane in stallo anche in vista delle imminenti elezioni presidenziali del 3 Novembre prossime, dove gli americani saranno chiamati a scegliere tra Joe Biden o la riconferma di Donald Trump, sia Jacinda Ardern che Judith Collins abbiano promesso di lavorare con chiunque vinca.

Dopo la fallimentare avventura in Iraq, dove, nonostante molte titubanze, il governo Ardern ha mantenuto delle truppe fino all’inizio di questo anno, la Nuova Zelanda si è allineata alla posizione americana sul dossier cinese e su quello di Hong Kong, ma si è ben guardata dall’esprimere sostegno a Trump in altri contesti, come Medioriente e Russia.

In effetti, la Cina per la Nuova Zelanda è una questione dirimente, anche se entrambe le sfidanti hanno evitato critiche dirette a Pechino che, mediante Zhenhua Data, è stata accusata  di raccogliere informazioni su un certo numero di eminenti neozelandesi. 

Da un lato, National che ACT adottano una linea convenzionale sul mantenimento e il rafforzamento delle alleanze tradizionali, dall’altro il Labour si concentra più sul commercio e sui cambiamenti climatici che sulla sicurezza. Eppure la necessità di mantenere aperti i commerci, gli accordi rimangono una linea di continuità tra i vari governi.

Mentre le elezioni si avvicinano, sui mercati il valore delle azioni sta salendo a livelli record e il mercato immobiliare è in forte espansione. Niente a che vedere con quanto accadeva tre anni fa, quando gli investitori erano spaventati dalla prospettiva che il partito laburista di Jacinda Ardern prendesse il potere. “La maggior parte delle persone probabilmente pensa che non stiamo guardando a un cambiamento eccessivo rispetto a quello che abbiamo avuto finora”, ha detto Sharon Zollner, capo economista presso ANZ Bank New Zealand ad Auckland, spiegando “molte delle grandi cose ‘spaventose’ sono già state escluse, quindi l’incertezza che di solito arriva con un’elezione è stata risolta in anticipo.”

Levando dal tavolo riforme come un’imposta sulle plusvalenze, Ardern ha messo la ripresa della nazione dalla pandemia al centro della sua campagna di rielezione e ha segnalato poco in termini di grandi iniziative politiche per un secondo mandato. “La minaccia di un’imposta sulle plusvalenze era presente alle ultime elezioni, è stato un grosso problema. Questa volta non c’è nessuna politica offerta da nessuna parte che farà una grande differenza per i prezzi delle case ” ha chiarito Dominick Stephens, capo economista neozelandese presso Westpac Banking Corp. ad Aucklan, precisando che “il calo dei tassi di interesse sta spingendo i prezzi delle case ancora più in alto e beni di tutti i tipi”.

La fiducia delle imprese era crollata prima e dopo il voto del 2017, ma il Labour si è dimostrato più conservatore nella sua gestione fiscale ed economica di quanto molti osservatori avessero temuto. Se rieletta, l’unica riforma fiscale di Ardern rappresenterà un prelievo extra per coloro che guadagnano più di 120mila dollari all’anno mentre il National Party promette di stimolare la crescita con tagli temporanei alle tasse sul reddito, che Ardern dice essere insostenibili. A meno che non renda permanenti i tagli alle tasse, i problemi di National arriveranno quando i tagli alle tasse saranno revocati e il reddito disponibile dei contribuenti diminuirà. 

In una crisi nazionale, invece, l’aumento delle tasse sul marginale più alto del 39% per redditi annuali superiori a 180.000 dollari può promuovere un senso di solidarietà e sostenere la ripresa, tentando di ridurre le disuguaglianze, colpendo solo i più ricchi.

La ‘Jacindamania’, come è stato soprannominato l’entusiasmo suscitato dalla sua prima candidatura nel 2017, potrebbe quindi continuare. Ma sarebbe forse auspicabile. “È difficile vedere un risultato elettorale che non restituisca Jacinda Ardern come Primo Ministro”, ha detto l’ex Primo Ministro Helen Clark e co-presidente di un gruppo dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

“Oggi c’è ancora bisogno di allargare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa e di una presenza laica, si intende, ma sottolineando l’aspetto femminile, perché in genere le donne vengono messe da parte. Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti”, ha detto domenica scorsa Papa Francesco. 

In quest’ottica, vedere due donne, alla guida di entrambi i maggiori partiti politici della Nuova Zelanda, confrontarsi testa a testa in tre dibattiti preelettorali televisivi o online dovrebbe sicuramente fugare ogni dubbio sul fatto che le donne siano all’altezza delle richieste di leadership al più alto livello. Ardern lo ha dimostrato già nell’efficace gestione della pandemia, ma, per i più difficili da convincere, l’assertività moderata dei dibattiti ha fatto dimenticare la pessima figura mostrata da Donald Trump nel recente dibattito presidenziale degli Stati Uniti con Joe Biden.

Molti sono ancora i pregiudizi sulla leadership femminile che spingono, magari, donne come Judith ad assumere stili più intransigenti e maschili forse per colpire quella base di elettori di mentalità più tradizionale. Tuttavia, non è detto che sia una mossa vincente e questo la Ardern l’ha capito, non rinunciando alla sua sensibilità, ma facendone una caratteristica fondamentale. Fare un passo in avanti per superare questi preconcetti è un’altra sfida di queste elezioni.

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