giovedì, Ottobre 22

Nuova Zelanda e spionaggio internazionale Informazioni dell’intelligence neozelandese usate da forze armate di diversi Paesi

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SydneyIl Primo Ministro neozelandese John Key si trova a dover difendere l’operato dell’intelligence nazionale dopo le sue recenti rivelazioni circa le operazioni di spionaggio in Medio Oriente. Alle origini dell’attuale situazione si trova lo scontro politico – oggi anche mediatico – circa la morte di Daryl Jones, un cittadino neozelandese morto in condizioni sospette lo scorso anno in Yemen. Secondo le prime indiscrezioni Jones, apparentemente affiliato alla nota organizzazione terroristica al-Qaida, sarebbe stato ucciso durante un raid effettuato da droni statunitensi in cerca di strutture per l’addestramento di nuovi terroristi.

La vicenda è stata ripresa e resa nota al grande pubblico da Jeremy Scahill, noto giornalista investigativo e produttore cinematografico americano, il quale ha contribuito fortemente a farne un caso nazionale in Nuova Zelanda. Secondo Scahill: «Le dichiarazioni del Primo Ministro Key indicano che l’intelligence non aveva alcuna prova del fatto che questo cittadino neozelandese fosse coinvolto in attività terroristiche. […] Mi sembra scandaloso che nazioni come la Nuova Zelanda o l’Australia accettino che un’altra nazione uccida dei loro cittadini in una zona non dichiarata di guerra».

Il Premier Key ha confermato che le agenzie di spionaggio neozelandesi hanno fornito – e continuano a fornire – informazioni sensibili ai contingenti internazionali che ne hanno necessità. Key ha poi aggiunto che alcune di queste informazioni sono state inviate all’ISAF (International Security Assistance Force), la missione internazionale in Afghanistan basata sulla Risoluzione ONU n. 1386, le quali ‘potrebbero’ essere state utilizzate dalle forze armate USA durante diversi raid effettuati con droni, velivoli a pilotaggio remoto.

In parziale risposta alle accuse di Scahill, che si è spinto a definire le azioni del governo neozelandese «un supporto diretto ad un efficace programma americano di assassinio», il Primo Ministro neozelandese ha poi dichiarato: «Sono perfettamente in sintonia con le azioni della nostra intelligence, la quale ha passato informazioni essenziali che hanno portato ad un attacco con droni sul suolo straniero. Questo è stato fatto per perseguire persone molto malvagie». John Key ha poi confermato che il governo è in possesso di informazioni che legano senza ombra di dubbio Daryl Jones ad al-Qaida, giustificando le azioni compiute dagli alleati americani e sottolineando come non rientrasse negli interessi nazionali divulgare la rete di collaborazione dell’intelligence neozelandese.

Quanto accaduto ricorda quantomeno in parte il recente caso del Datagate Australiano, in cui Canberra si è dovuta confrontare con il più grande scandalo di spionaggio della sua storia. In quell’occasione, a causa delle rivelazioni dell’informatico Edward Snowden del giugno 2013, è infatti emerso che l’Australia ha preso parte attivamente a processi di registrazione, catalogazione e analisi di dati sensibili di decine di milioni di persone in Asia (Indonesia, Cina, Giappone, India, Timor Est e Corea del Sud), spesso utilizzando le proprie ambasciate e reti consolari al fine di trarne vantaggio in ambito industriale ed economico.

Nonostante, infatti, la Nuova Zelanda ricopra un peso geopolitico alquanto modesto, il Paese rientra nel contesto delle agenzie facenti parte di Five Eyes, i Cinque Occhi, nota per il sistema Echelon. Five Eyes, costituita da Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, rappresenta l’evoluzione moderna della storica cooperazione in ambito di servizi informativi tra i paesi della sfera anglofona, sviluppatasi con la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda. L’organizzazione segue i principi dell’acronimo C4I, ovvero Command, Control, Communications, Computers and Intelligence, e sfrutta le agenzie di intelligence nazionale e internazionale, le agenzie militari e le agenzie di spionaggio di segnali elettromagnetici (Sigint) dei paesi coinvolti per ottenere informazioni utili in ambito politico, finanziario ed economico.

Nello specifico, la rete di intelligence neozelandese è composta dal New Zealand Security Intelligence Service (NZSIS) e dal Government Communications Security Bureau (GCSB), quest’ultima responsabile della condivisione di informazioni con la controparte americana nel contesto di Afghanistan e Yemen. Altre agenzie di sicurezza nazionale svolgono ruoli più specifici all’interno dei confini del Paese e sono: Organised Crime Intelligence Unit (OCIU), Financial Intelligence Unit (FIU), Strategic Intelligence Unit (SIU), Special Investigation Group (SIG), Police Terrorism Investigation and Intelligence Group (PTIIG), Threat Assessment Unit (TAU), Identity Intelligence Unit (IIU), National Bureau of Criminal Intelligence (NBCI) e National Drug Intelligence Bureau (NDIB).

Nonostante sia presumibile che questa moltitudine di agenzie disponga di budget paralleli secretati, il governo neozelandese ha specificato che le risorse finanziarie per le agenzie maggiori, GCSB e NZSIS, si aggirano intorno ai 90 milioni di dollari neozelandesi all’anno, mentre sono circa 500 i membri attivi in via ufficiale nelle due agenzie principali. E’ inoltre importante notare che sia GCSB che NZSIS devono rispondere direttamente al Primo Ministro della Nuova Zelanda, fornendo a quest’ultimo un ampio spazio di manovra.

La Nuova Zelanda dunque, Paese poco più piccolo dell’Italia ma con solo 4,5 milioni di abitanti, opera in contesti alleati che la portano a ricoprire ruoli generalmente non associati a stati di modesto peso demografico ed economico, con la peculiarità della situazione fortemente sottolineata dall’isolamento geografico del Paese.

Dal punto di vista militare, la Nuova Zelanda possiede forze armate tecnologicamente avanzate ma di modeste dimensioni, divise tra aviazione militare (Royal New Zealand Air Force), esercito (New Zealand Army) e marina militare (Royal New Zealand Navy). Il personale attivo è composto da circa 8.650 persone, mentre circa 2.400 sono i riservisti, mostrando un rapporto personale attivo / popolazione totale e riservisti / popolazione totale decisamente inferiore rispetto al vicino alleato australiano. Questi dati sono in linea con la percentuale di PIL che la Nuova Zelanda destina al settore militare, ferma all’1,1% e, ancora una volta, decisamente inferiore rispetto a quella dell’Australia, pari all’1,8% del PIL nazionale.

Nonostante tutto, l’impegno della Nuova Zelanda nello scacchiere internazionale è molto più ampio di quello che il suo ridotto peso geopolitico e la sua remota posizione geografica lascerebbero immaginare, inoltre questo sfocia frequentemente in un impegno congiunto con l’Australia, molto attiva nel Pacifico meridionale e nell’Asia sud-orientale. Il Paese è attivo nella pacificazione tramite missioni di peacekeeping e nelle missioni umanitarie nell’Arco di Instabilità –  un insieme di Stati arcipelago che sovrasta le coste australiane da nordovest a nordest e che comprende Indonesia, Timor Est, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone, Nauru, Figi e Tonga – al pari di missioni derivanti da Risoluzioni ONU in diverse regioni del mondo, tra cui sud-est asiatico, Medio Oriente e Balcani. La recente svolta tecnologica dell’aviazione neozelandese ha comportato massicci investimenti nella produzione di droni di diverse tipologie, un ambizioso progetto per realizzare velivoli a pilotaggio remoto ad altissimo contenuto tecnologico da utilizzare in diversi ambiti della vita militare e civile, con l’obiettivo di divenire uno dei produttori più qualificati sul mercato internazionale.

Il recente rilancio delle esercitazioni congiunte in ambito militare tra Nuova Zelanda e Stati Uniti, inoltre, è risultata in una serie di nuove collaborazioni ancora in parte da definire, i cui risultati, come nel caso dello spionaggio relativo all’Afghanistan, non hanno tardato a rivelarsi. I rapporti di collaborazione in tale ambito si erano decisamente raffreddati a partire dal 1984, anno in cui l’ex Primo Ministro neozelandese David Lange approvò la legge che rendeva la Nuova Zelanda completamente nuclear free, impedendo che ogni mezzo – di terra, mare o cielo – potesse attraversare i confini neozelandesi, al pari della costruzione o del trasporto di materiale radioattivo. Questo comportò, di conseguenza, il negato accesso alle acque territoriali del Paese da parte di navi alleate, indispettendo fortemente Washington e dando inizio ad un clima di scarsa fiducia diplomatica tra i due Paesi. Le cose sono cambiate, tuttavia, nell’Ottobre 2013, quando il Ministro della Difesa neozelandese Jonathan Coleman e il Segretario alla Difesa americano Chuck Hagel hanno annunciato un rinnovato accordo tra i due Paesi, da interpretarsi nell’ambito della strategia americana del Pivot to Asia.

Nonostante, dunque, la Nuova Zelanda non abbia le mire di egemonia regionale che contraddistinguono l’Australia, il Paese vanta una vivacità in termini di cooperazione internazionale, missioni di peacekeeping e missioni unilaterali non indifferente, soprattutto se si tengono in considerazione le caratteristiche elencate in precedenza. Questo insieme di attività, inoltre, è stato ulteriormente ravvivato dal recente riavvicinamento militare con gli USA, mai del tutto sospeso vista la natura dell’impegno neozelandese nella rete di informazioni Five Eyes.

 

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