lunedì, Gennaio 27

Nuova Caledonia: ossigeno per Macron? La Nuova Caledonia, fino a nuovo ordine, rimane francese. Non è merito di Macron, ma potrebbe essergli d’aiuto per la sua Presidenza? Lo chiediamo a Éric Jozsef, Libération

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La Nuova Caledonia ha votato e ha deciso di continuare a essere uno dei territori amministrati dalla Francia. Seppur con modalità e caratteristiche particolari, che ne fanno una collettività sui generis, l’arcipelago oceanico rimane a far parte a tutti gli effetti del grande Stato europeo, mantenendo comunque ampie forme di autonomia. Con il 56,4% dei voti contrari all’indipendenza – un risultato comunque al di sotto delle aspettative – e il 43,6% favorevole alla creazione di uno Stato, si conclude l’ennesimo capitolo della lunga storia di lotte (politiche e non solo) che hanno visto contrapposti i kanaki, i discendenti delle popolazioni indigene, con gli abitanti di origine europea. Tuttavia, i risultati fanno ancora ben sperare gli indipendentisti, che hanno visto crescere le adesioni alla propria causa: gli accordi di Noumea del 1998, che hanno indetto il referendum tenutosi ieri consentono, infatti, di tenere, in futuro, ancora due consultazioni referendarie. La partita non è quindi ancora chiusa.

Nel frattempo, in Francia, Emmanuel Macron non sta vivendo uno dei periodi più felici della propria Presidenza. La furia riformatrice con cui si è abbattuta la ‘rivoluzione’ macroniana in Francia ha sconvolto l’assetto politico e sociale del Paese e i risultati, che stentano ad arrivare, hanno fatto calare il consenso della popolazione ai minimi storici. Il successo in Nuova Caledonia, che non dipende, in realtà, dalla Presidenza Macron, potrebbe dare ossigeno al giovane Presidente della Repubblica e fornirgli slancio per una campagna elettorale delle elezioni Europee del 2019 che si annuncia fra le più delicate e difficili possibili. Che cosa aspettarci dai prossimi mesi della Presidenza Macron? Lo abbiamo chiesto a Éric Jozsef, giornalista e corrispondente di Libération.

Quale sarà l’impatto del risultato referendario sull’immagine di Macron?

Il risultato del referendum in Nuova Caledonia non avrà alcun impatto sull’immagine della Presidenza Macron, né in negativo, né in positivo. Il processo che ha portato a questa consultazione referendaria non è frutto della politica dell’attuale Presidenza: la questione dell’indipendenza della Nuova Caledonia è infatti in discussione da decenni. L’attuale referendum è il risultato di due momenti particolari della storia recente: gli accordi di Matignon del 1988 e quelli di Noumea del 1998. I primi, ponendo fine agli scontri fra gli indipendentisti kanaki e i lealisti, stabilivano un piano decennale che si sarebbe concluso nel 1998 con un referendum per l’indipendenza. Gli accordi di Noumea, invece, posponevano questa consultazione al 2018, garantendo maggiori autonomie alla Nuova Caledonia. Inoltre, questi ultimi accordi prevedevano ulteriori due referendum da tenersi in seguito a quello fissato per l’anno corrente, lasciando aperta la porta per eventuali voti futuri.

Come cavalcherà questo successo?

Ha già fatto una dichiarazione solenne ieri, presentandosi come il garante dell’unità del Paese, ma questo non avrà un grosso impatto sulla propria popolarità, in calo negli ultimi mesi. Infatti, si era presentato alle elezioni con un’offerta politica trasversale, rivolta agli elettori moderati di sinistra, di centro e di destra. La sua azione è stata percepita dagli elettori di sinistra come sostanzialmente favorevole alle fasce di popolazione più abbienti, tanto che Macron è soprannominato in Francia come ‘Il Presidente dei ricchi’. Ad esempio, ha tolto l’imposta sui grandi patrimoni finanziari e ha preso provvedimenti di austerità verso gli strati popolari. Inoltre, ha perso la fiducia anche dall’elettorato di destra: fra i vari episodi criticati, quello del capo della sicurezza Ben Alla, che aveva superato i propri diritti. Un altro aspetto problematico della Presidenza di Macron, più strutturale, riguarda la grande aspettativa che si era creata attorno a lui: aveva promesso che la Francia avrebbe trovato un nuovo orizzonte, che sarebbe riuscita a cambiare la situazione economico sociale, mentre in realtà il tasso di disoccupazione fatica a calare, non è riuscito a rilanciare la crescita, etc. è un problema strutturale della Repubblica Francese, con un capo dell’esecutivo che, formalmente, ha grandissimi poteri, ma che, nell’emergenza, ha poteri limitati: oggi nessun Paese europeo ha i mezzi per affrontare le sfide della modernità. Quando vengono create molte attese, si corrono grandissimi rischi: il non essere riuscito a sostenere queste aspettative è stato sanzionato dal calo dei consensi alla Presidenza Macron. Ora cercherà di approfittare delle commemorazioni dei 100 anni della fine della Prima Guerra Mondiale per ritrovare il proprio status di capo dello Stato, per presentarsi come una sorta di monarca repubblicano e, con l’occasione, sottolineare i rischi dei nazionalismi. A tal proposito, fare un viaggio nella Francia dell’Est, sui luoghi dove si è combattuta la Guerra. Ricorderà il centenario e presenterà la sfida delle europee come una lotta fra europeisti e nazionalisti: vuole riprodurre quel clima favorevole che l’ha portato a vincere le elezioni – gran parte della sua storia politica si basa sullo scontro con Marine Le Pen e l’essere riconosciuto come baluardo contro i nazionalismi era stato uno dei suoi punti di forza. In questo viaggio in Francia, c’è anche la volontà di riprendere il contatto con il territorio, perché è percepito come distante dalla provincia.

 

Alle Europee si presenterà quindi come il campione dell’europeismo?

Alle europee vuole proporre un fronte molto ampio, che arriva fino a Tsipras, che unisca tutti i democratici contro i populismi. Il problema di una scelta del genere è insito nella natura proporzionale delle elezioni europee. È difficile pensare che sia realizzabile: si fatica a trovare alleati disposti a unirsi in questo fronte, nei vari Paesi. Mettersi tutti insieme, annacquare le differenze ideologiche all’interno del campo democratico è visto come controproducente e, secondo alcuni suoi esponenti potenziali, favorirebbe il fronte nazionalista.

 

Da dopo il rimpasto, Macron ha adottato un approccio più moderato. Era una fase prevista o si è resa necessaria dopo il crollo di consensi?

Quando si parla di scelta moderata bisogna intenderla più sulla forma che sulla sostanza. Macron riafferma la sua volontà di riformare il Paese a ritmi elevati. Cambia il modo di governare, prima molto monarchico, molto accentratore. Si presentava come maître des orologes, per dettare i tempi della vita politica francese. Ultimamente ha capito che doveva porsi più all’ascolto, avere un approccio più sensibile alle esigenze e alle critiche rivolte all’espressione di questo potere verticale. Tuttavia, non cambia la strategia di riforma del Paese. Lo stesso rimpasto ha indebolito il Governo: l’abbandono di un pezzo grosso come Gérard Collomb, ministro dell’interno, che ha preferito lasciare per concorrere alla poltrona di sindaco di Lione, ha rappresentato un duro colpo per Macron, così come la perdita del popolarissimo ministro dell’ambiente Nicolas Hulot. Ha dovuto prendere atto di dover cambiare strategia di comunicazione.

 

Qual è stata la reazione delle opposizioni populiste alla questione della Nuova Caledonia?

Non c’è stato una grande polarizzazione su questo tema. Il Rassemblement National era ovviamente favorevole al mantenimento della Nuova Caledonia, mentre da parte di Mélenchon si è sottolineato come l’avanzata del voto indipendentista debba far riflettere. Questo però non è un tema prioritario in Francia. Inoltre, il partito di Mélenchon sta attraversando un momento difficilissimo, caratterizzato da un profondo calo dei consensi a seguito di problemi giudiziari che coinvolgono il leader. Il Rassemblement National di Le Pen, invece, fa quasi lo stesso numero di intenzioni di voto della République en Marche di Macron, anche se ha un problema di leadership: Marine Le Pen non è più considerata un candidato credibile alla Presidenza, dopo il disastro del secondo turno alle ultime elezioni. Si è in una fase molto volatile dell’elettorato francese.

 

Quale lezione potranno trarre gli altri Territori e Dipartimenti d’Oltremare dall’esempio della Nuova Caledonia?

Per il momento – e anche storicamente – non ci sono stati legami fra ciò che è successo in Nuova Caledonia e il resto dei Territori e Dipartimenti d’Oltremare. Non è detto che ciò non cambi: c’è un forte malessere in molti dei territori e c’è una forte richiesta alla Francia metropolitana di aiuto, sostegno. Qualora ciò non dovesse avvenire, potrebbero aumentare le tensioni e le forze centrifughe potrebbero esplodere. Al momento non è presente un internazionalismo dei territori per chiedere un allontanamento della metropoli, anche perché mancano prospettive e alternative credibili. Ci sono malesseri, che non si traducono in forme vere e proprie di richieste di indipendenza.

 

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