domenica, Ottobre 25

Nuova Caledonia, fra passato coloniale e un futuro da costruire Nel 2018 si terrà un referendum nell’isola del Pacifico della propria indipendenza. Intervista ad Adriano Favole, professore associato di antropologia culturale all’Università degli Studi di Torino

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Presto potrebbe esistere un nuovo Stato: nel 2018, infatti, si terrà un referendum per decidere dell’indipendenza della Nuova Caledonia. La Nuova Caledonia è un’isola di 245000 abitanti circa, con capitale Numea. Situata a nordest dell’Australia, è una delle tante terre appartenenti ai cosiddetti Territori Francesi d’Oltremare, retaggio del passato coloniale francese, e pertanto è, a tutti gli effetti, Francia: ha un proprio Parlamento, un proprio Primo Ministro, ma risponde direttamente a Parigi. La popolazione dell’isola è composta principalmente da kanak, gli abitanti originari dell’isola, di etnia melanesiana, e da persone di origine europea, oltre che da minoranze di origine polinesiana e asiatica; di conseguenza, si parlano le due lingue, il francese, lingua ufficiale e veicolare, e il kanak.

Il voto che si terrà l’anno prossimo (anche se non si sa ancora con precisione la data) è frutto di un dibattito che va avanti da trent’anni: nel 1988 si era stabilito un referendum entro dieci anni, ma nel 1998 era stato rinviato di altri dieci anni, così come nel 2008. Quella dell’anno prossimo sembra la volta buona e si andrà così a votare, anche se con la paradossale situazione per cui il primo ministro neocaledone sia Philippe Germain, un esponente del partito anti-indipendentista.

Come si avvicina la Nuova Caledonia a questo appuntamento e come le popolazioni locali vivono questa convivenza con i francesi? Lo chiediamo ad Adriano Favole, professore associato di antropologia culturale all’Università degli Studi di Torino, studioso delle isole Wallis e Futuna ed esperto di popolazioni oceaniane.

 

Come vivono le popolazioni locali questa doppia appartenenza a Francia e Nuova Caledonia?

Questa è la grande questione attorno a cui ruota tutto. La situazione attuale in Nuova Caledonia è piuttosto tranquilla, al momento, anche perché questo referendum, a differenza di quello catalano, a cui è stato spesso erroneamente accostato, è previsto da molto tempo e, sostanzialmente, era già negli accordi di Matignon, alla fine degli anni ’80. Questo referendum è un pezzo di un lungo cammino, non è un momento necessariamente di rottura, che buona parte del mondo kanak (non tutto, peraltro) si augura possa finire un giorno con l’indipendenza. Non sappiamo se sarà così nel 2018 (molto difficile),è un pezzo di un cammino che vuole arrivare lì, ma che passa soprattutto attraverso il riconoscimento della sovranità kanak, quella di un popolo che è stato negato dal fatto coloniale e che sta faticosamente recuperando la sovranità sul territorio. È un momento di questo percorso, non va visto come un momento di vita o di morte per l’indipendenza. I referendum servono anche a dibattere, a fare delle negoziazioni ulteriori: nessun kanak, o comunque nessun partito politico di ispirazione kanak, vuole un’indipendenza solo kanak. Il problema è convivere e dare alla Nuova Caledonia (o Caledonia, o Kanaky, o Calédonie) una veste di Paese decolonizzato, in cui possano convivere bene quelle comunità che si sono formate in seguito ai fatti coloniali: polinesiani, asiatici, europei e kanak. Tutto si regge se c’è un riconoscimento della sovranità e della aborigenalità dei kanak su quel territorio.

Quali sono i rapporti fra le istituzioni francesi e i poteri tradizionali locali? La popolazione neocaledone si sente più rappresentata dalle autorità francesi (rappresentante del Governo francese, Ministero dei Territori d’Oltremare, etc) o dai poteri locali?

Tutti e due. L’accordo di Numea, della fine degli anni ’90, ha istituito un organo di rappresentanza dei poteri tradizionali che è il Senato Consuetudinario (Senat Coutumier), che ha un potere consultivo e non deliberativo su questioni che hanno a che fare con la terra e con l’identità kanak. Quindi, i kanak sono doppiamente rappresentati e questo viene riconosciuto dallo Statuto di Numea, perché, oltre a essere sottoposti alla legislazione francese e caledone, essi hanno un diritto consuetudinario (droit coutumier) che regola questioni relative, ad esempio, alle loro terre o alla vita in tribù. La legislazione francese e caledone non sono sempre la stessa cosa: il territorio della Nuova Caledonia ha ormai dei gradi di autonomia per cui legifera su certe materie, fatte salve quelle che competono a un vero e proprio Stato nazionale. Come molte società del Pacifico, non si tratta di ridurre tutto a uno, o francese o caledone, ma si tratta di articolare bene i poteri politici, un po’ kanak e un po’ francese.

Come viene percepita la questione dalle altre isole oceaniane, con particolare riferimento alle isole di Wallis e Futuna?

La Polinesia francese ha una sua storia di autonomismo, più che indipendentismo, ma non conosco bene la situazione politica attuale. Wallis e Futuna vive con un po’ di apprensione e guarda con attenzione ciò che succede in Nuova Caledonia. C’è una comunità molto grande, forse 20000 persone, di originari di Wallis e Futuna che abita a Numea. La grande paura degli anni ’90, che era quella di un indipendentismo kanak che cacciasse le altre comunità è sostanzialmente passata, quindi i partiti che rappresentano i cosiddetti oceaniens (tahitiani, gli originari di Wallis e Futuna, etc) in Nuova Caledonia spesso sono al fianco dei kanak. Il problema è trovare una forma di sovranità che metta insieme le varie comunità. Direi che anche in quei territori si vive con relativa tranquillità, nessuno teme che vengano cacciati dalla Nuova Caledonia e mandati nelle loro comunità d’origine. Nessuno vuole questo: il punto è negoziare un legame con la Francia ancora più soddisfacente, ancora più in profondità sotto l’aspetto della decolonizzazione, certo con qualche preoccupazione degli originari di Wallis e Futuna soprattutto per quanto riguarda le politiche di immigrazione.

Qual è il punto di vista di un antropologo su questa situazione?

Il mio è un punto di vista di uno studioso di Wallis e Futuna, probabilmente diverso da uno studioso del mondo kanak, per cui io ho seguito l’apprensione per un indipendentismo che avrebbe potuto rappresentare un pericolo per le comunità di Wallis e Futuna. Io penso che sia uno snodo fondamentale, questo del referendum, anche visto dall’Europa continentale, per parlare di queste comunità, perché l’Europa deve riflettere molto su queste situazioni, sul passato coloniale, su cosa sono oggi gli Stati, che cosa vuol dire essere indipendenti. È uno snodo importante, un occasione di discussione e negoziazione. La vedo così, non è un fatto eclatante: alla fine del 2018 avremo la sensazione che si saranno fatti dei passi in avanti in una direzione o in un’altra, ma non avremo l’idea di uno sconvolgimento generale. È un’occasione importante, per tutti, caledoni e francesi metropolitani (come vengono chiamati gli abitanti della Francia) e non solo, di riflessione sull’eredità coloniale.

Le due culture, quella melanesiana/polinesiana e quella francese, come interagiscono fra di loro?

Il colonialismo è un fenomeno complicato, non bisogna fare l’errore di suddividere il mondo in bianco e nero, come se fossero due cose diverse. Cosa vuol dire essere francesi in Nuova Caledonia? Ci sono francesi che sono lì da tantissimo tempo, dalla fine dell’Ottocento, ci sono quelli appena arrivati. Il francese è la lingua veicolare per i kanak, che parlano lingue molto diverse, non comprensibili fra di loro. La colonizzazione non è un’aggiunta che poi si può togliere: condiziona, costruisce, foggia, fabbrica. Il problema è avere una sovranità su quel territorio. Lo snodo fondamentale è quel che accade dopo il referendum, che deve permettere di ripristinare le relazioni con le popolazioni del Pacifico che stanno tutte intorno, costruire delle reti regionali. Immaginiamo una regione italiana che viene conquistata da uno Stato che è a 20000 chilometri di distanza e che non può avere rapporti, per un centinaio d’anni, con le regioni circostanti. La decolonizzazione deve portare alla ricostruzione dei rapporti con le popolazioni circostanti, perché ci sono vicine, perché sono più simili a noi, ma anche per ragioni pratiche, potendo scambiare o ottenere a miglior mercato dei servizi, delle merci. Questa ricostruzione del tessuto regionale è molto importante, al di là del separarsi dalla Francia. Costruire i rapporti con Vanuatu, per esempio, ma anche con le grandi potenze, come la Nuova Zelanda; superare l’ostacolo della francofonia, in un mondo circondato da anglofoni, per cui bisogna investire molto sulla conoscenza dell’inglese; puntare alla costruzione o al rafforzamento di istituzioni sovranazionali, come la ‘Comunità del Pacifico Sud’… Queste sono le cose che dovrebbe creare una politica intelligente di decolonizzazione.

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