giovedì, Dicembre 12

Nord e Sud America: 50 anni di terrorismo

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Nello studio di Anthony H. Cordesman, analista presso il Center for Strategic and International Studies, si evidenzia la dimensione che il terrorismo ha assunto dal 1970 ad oggi. Le differenze tra le diverse aree del mondo appaiono evidenti e questo, insieme ai contrasti tra i database considerati, rende alquanto complessa la ricostruzione di un fenomeno ampio, in continuo movimento e dalle mille angolazioni.

Dopo aver esaminato la situazione europea e quella di Africa ed Asia, il report analizza anche la situazione nel resto del continente americano e nei Caraibi. Da quanto emerge dallo START e dal database IHS, il quadro sudamericano è nettamente in contrasto rispetto a quello di molte altre parti del mondo. Infatti, il livello del terrorismo è davvero basso e mostra un declino da quando i livelli della guerriglia Marxista alla metà degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’90. Dal 2011 al 2016, non viene riportato nessun significativo episodio. L’unica fonte di guerriglia, così come evidenziato dal report, è nella parte nord dell’America latina, e cioè, in Colombia. Qui i dati START mostrano comunque un calo che sembra essere connesso alle negoziazioni di pace che in questa zona che pare stiano portando ad una tranquillità piuttosto prolungata.

Ciò che, invece, si evince per la parte più a sud, è che, nonostante lo START riferisca livelli maggiori di terrorismo, questi, rimangono comunque di poco conto. Al contrario degli altri Stati analizzati, qui nessun Paese, nello specifico, sembra essere il centro di queste attività. Probabilmente questa è l’unica zona del globo dove, nonostante i database considerati, che come sempre differiscono, vi è concordanza sulla scarsità degli episodi. In Colombia, lo infatti, START riporta 135 eventi terroristici nel 2015, mentre l’IHS Jane ne delinea 213; nel 2016 secondo il primo ne sono stati 85 e secondo l’IHS ne sono stati 156. Allo stesso modo, nel caso del Venezuela, lo START evidenzia solo 3 episodi nel 2015 e l’IHS 27, mentre nel 2016 si passa rispettivamente a 6 e si rimane a 27 per il secondo.

I dati relativi, invece, al Nord America e, cioè, a Canada, Messico e Stati Uniti sono particolarmente sintetici, riportando le attività terroristiche minori, soprattutto nel caso dei primi due Paesi. Questo è il quadro che emerge dal database START, secondo cui, per gli Stati Uniti, il livello del terrore è ad oggi relativamente basso. Il punto di massima allerta è stato negli anni ’70, in corrispondenza della guerra in Vietnam, dei contrasti razziali e di quelli dovuti alla propaganda dell’estrema destra. Come sottolinea Cordesman, in quell’epoca, «il numero degli attacchi negli Stati Uniti è stato molto più alto» Negli anni successivi, il rischio è sceso per poi risalire nel 2001 con gli attacchi dell’11 settembre. La radice di tali episodi è stata attribuita in parte all’estremismo islamico, sebbene spesso i responsabili fossero cittadini statunitensi o comunque nati in territorio americano e non il contrario.

Da quell’anno in poi, il pericolo terrorismo è diminuito sia per gli Stati Uniti che per il Messico ed il Canada. Ciò non toglie che gli episodi del passato hanno avuto un notevole impatto politico soprattutto negli USA. Ma come emerso nella raccolta di dati sia per quanto riguarda il terrorismo in Europa che in Asia ed in Africa, le informazioni dei due database spesso non coincidono. L’IHS Jane, infatti, mostra livelli più alti di attività del terrore, contrariamente a quanto fa lo START. Quest’ultimo segnala 63 eventi in Nord America nel 2015, mentre l’IHS ne conta ben 678. Nel 2016 la situazione cambia di poco. La differenza tra i dati è enorme.

Ma qual è la causa di queste imprecisioni in Paesi come questi? L’NCTC (National Counterterrorism Center) e l’FBI non forniscono più i loro report annuali sul terrorismo e, di conseguenza gli unici studi sul tema sono quelli forniti da Unione Europea ed Europol. Il punto è che, per questo motivo, non c’è traccia di dato che si riferisca ai terroristi, alla loro origine, religione, cittadinanza, ai loro obiettivi, i loro arresti, gli attacchi compiuti e quelli sventati. Anche l’Office of Management and Budget (OMB), l’ufficio di consulenza adoperato dal Presidente degli Stati Uniti in materia di bilancio federale, nel 2017 non ha fornito la sua analisi sulle spese per la difesa, quindi, poco di sa anche su questo.

Alcuni dei dati analizzati da Cordesman provengono da un report dell’FBI relativo ai crimini dodio negli USA che, almeno in parte, comprendono episodi terroristici. L’ultimo report del 2015 conta 5.818 eventi e 7.121 vittime per singoli preconcetti; di queste, il 59.2% è stato colpito per motivi razziali. Il 19.7% per motivi religiosi, il 17.7% per il proprio orientamento sessuale, l’1.7% per la propria identità sessuale, l’1.2% per disabilità e lo 0.4% semplicemente per il fatto di essere uomo o donna (30 individui).

Tra i reati catalogati nel medesimo report, quelli contro la persona sono 4.482 e comprendono per il 41.3% dei casi atti intimidatori, per il 37.8% aggressioni e per il 19.7% aggressioni aggravate. I reati contro la povertà sono, invece, 2.338 ed il 72.6% di questi sono atti di distruzione, danneggiamento e vandalismo. Nel 2015, il 31.5% dei crimini d’odio classificati dall’FBI sono accaduti in casa o, comunque, nelle vicinanze. Per quanto riguarda, invece, gli aggressori, dei 5.493 riconosciuti, il 48.4% è di etnia bianca, mentre il 24.3% di etnia afroamericana. Secondo Cordesman occorre comunque considerare i dati dello START che riporta soltanto 38 episodi terroristici negli USA nel 2015 ma che evidenzia che di questi 38, 16 episodi hanno avuto qualche legame con la religione, anche se non viene specificato il tipo di fede coinvolta. Ma ciò che ancora costituisce il principale problema statunitense, è ancora il razzismo e la violenza che ne deriva. E’ proprio questa l’origine di più del 59% dei crimini d’odio di cui sopra. E’ chiaro che questi numeri rispecchiano solamente gli eventi denunciati ed, inoltre, la sfera dei crimini d’odio è molto meno ampia di quella relativa al terrorismo in generale, che ovviamente ottiene la maggior parte dellattenzione mediatica.

Ma il report evidenzia anche altro. Nessuno dei cittadini delle Nazioni identificate ebannate’ da Donald Trump è stato coinvolto in alcun attentato terroristico in suolo americano dal 1975 al 2015. Sei iraniani, sei sudanesi, due somali, due iracheni e uno yemenita sono stati accusati di aver tentato o eseguito un attacco durante il medesimo periodo di tempo; nessun libico o siriano. Nelle ultime quattro decadi solamente 20 dei 3.25 milioni di rifugiati entrati negli USA sono stati accusati di terrorismo e solo 3 americani sono stati uccisi in attacchi da questi portati avanti. Negli anni ’70 si è trattato di rifugiati cubani; mai nessun rifugiato siriano ha ucciso un cittadino americano. Durante l’attentato dell11 settembre, sono stati individuati 19 responsabili: 15 dall’Arabia Saudita, 2 dagli Emirati Arabi, 1 dall’Egitto e 1 dal Libano. Per giunta, come scritto nel report «ciascun jihadista che ha condotto un attacco letale negli Stati Uniti dall’11 settembre in poi era un cittadino americano o un residente autorizzato».

Durante lo stesso periodo, più dell’80% delle persone coinvolte nel terrorismo jihadista sono risultate essere cittadini americani o residenti permanenti. Tra i punti evidenziati dall’analista anche quello relativo ai terroristi nati al di fuori del suolo statunitense; il 75% di questi non ha mai ucciso. L’88% degli americani uccisi in attacchi negli USA sono vittime di terroristi stranieri. Dal 1975 fino al 2015, le vittime ammontano a 3.024. Dei 154 terroristi stranieri, solo 40 sono ritenuti responsabili per gli assassini. Il 98.6% di tutte le vittime (2.983) sono state uccise nell’attacco dell’11 settembre. Ad oggi, le probabilità di venire ucciso in un attacco terroristico in territorio americano è pari a una su 3.6 milioni ogni anno. Mentre, la probabilità di essere assassinato da un terrorista straniero è 1 su 3.6 bilioni.

Cordesman, con l’intenzione di dare una prospettiva più ampia relativamente alla minaccia terroristica in queste zone, evidenzia come questo sia un compito non del tutto possibile, considerando che i report di NCTC ed FBI non riescono a descrivere al meglio ed in maniera completa il quadro generale. In particolare, le misure per la lotta al terrorismo o le indicazioni dei costi e dell’efficacia di tali attività non sono analizzate. Ma qualcosa è chiaro, secondo lo studioso. «Il terrorismo ha costituito una minaccia in termini attuariali dal 2011. I costi relativi alle misure anti terroristiche che coinvolgono solamente parte dei costi nazionali, aumentano i dubbi relativi ai livelli di spesa in rapporto ai rischi». Ed allo stesso tempo, l’aumento dell’attività terroristica al di fuori dalle zone in cui gli americani combattono, insieme ai successi limitati in Siria ed Afghanistan, fanno sorgere ulteriori problematiche in merito al fatto se sia giusto o meno spendere la cifra stimata, ovvero, più di 1.5 trilioni di dollari.

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