domenica, Novembre 29

Nord Corea: un dosso sulla strada per la pace Australia e Nuova Zelanda rafforzano la presenza militare in Giappone. Perché?

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La situazione in Nord Corea non è mai stata così tranquilla come negli ultimi anni. L’improvvisa apertura del dittatore Kim Jong-un alla Corea del Sud, avvenuta nel gennaio di quest’anno, ha sciolto le tensioni e i timori che si erano accumulati nel corso dei mesi precedenti; le Olimpiadi invernali di PyeongChang hanno avvicinato le due Coree come mai prima e lo storico incontro fra i due Presidenti, che ha avuto luogo il 27 aprile nei pressi della zona demilitarizzata, ha convinto anche i più pessimisti che, sì, con ogni probabilità, il terrore per un’imminente guerra nucleare poteva ritenersi alle spalle.

Eppure, Australia e Nuova Zelanda hanno deciso di rinforzare la propria presenza militare sulle coste del Giappone per esercitare pressioni sul regime di Kim Jong-un. Canberra ha inviato due AP-3C Orion, forza aerea per il pattugliamento dei mari, che si vanno ad aggiungere a quanto già schierato un anno fa. La Nuova Zelanda, invece, ha inviato un Air Force P-3K2, per controllare, nelle acque internazionali asiatiche, l’eventuale insorgenza di attività contrarie al rispetto delle sanzioni comminate alla Corea del Nord. Questa scelta dei due Stati oceanici appare in netta controtendenza con quello che è il clima generale nei confronti del regime di Kim e, nonostante che gli Stati Uniti abbiano più volte manifestato qualche segnale di allerta, le tempistiche di queste azioni appaiono sospette. Lo stesso Giappone, infatti, ha innalzato il livello di attenzione nei confronti della Corea del Nord, negli ultimi giorni, segno che, anche se si è lontani dal pericolo che si respirava solo pochi mesi fa, occorre sempre tenere alta la guardia.

Ma come mai l’Australia e la Nuova Zelanda manifestano così grande interesse sulla questione? Il legame fra il continente oceanico e la Corea affonda le proprie radici e le proprie ragioni dai tempi della Guerra che si è combattuta sulla penisola coreana negli anni Cinquanta. In quell’occasione, l’Australia inviò un contingente di 17 mila soldati, a supporto del Sud della penisola. Da allora, le relazioni fra i due Stati sono sempre stati molto forti: entrambi fanno parte dell’Asian-Pacific Economic Cooperation (APEC) e hanno manifestato l’intenzione di sottoscrivere un accordo di libero scambio. L’alleanza politico-militare, dunque, ha avuto una sua concretizzazione commerciale e, anche dal punto di vista culturale, Corea del Sud e Australia sono particolarmente vicine: la grande isola oceanica ospita al suo interno una grande comunità di sudcoreani e, stando ai sondaggi, il popolo australiano – il cui governo è noto per le sue politiche piuttosto restrittive sull’immigrazione – ritiene positiva l’influenza sudcoreana nel mondo. Le relazioni con la Corea del Nord, invece, sono pressoché nulle, benché nominalmente presenti.

L’alzata di scudi dell’Australia e della Nuova Zelanda contro la Corea del Nord, oltre a ragioni legate alla difesa di un valido alleato commerciale, politico e militare, ha anche ragioni più pragmaticamente difensive. Fino a poco tempo fa, le varie fonti di informazione pullulavano di notizie riguardanti test balistici della Corea del Nord: dopo i primi tentativi, invero un po’ goffi, i lanci si facevano sempre più precisi e gli esperti di balistica esprimevano più di una preoccupazione sull’effettiva capacità di lancio delle strumentazioni belliche in possesso di Pyongyang. Le armi nordcoreane si ritenevano ormai in grado di colpire, subito o in un futuro molto (troppo) prossimo le coste nordamericane: sicuramente quella occidentale, non così improbabilmente quella orientale. E se la paura per gli statunitensi poteva essere giustificata, ancor di più si può dire per gli australiani, che distano dalla penisola coreana la metà di quanto può distare la California. I missili Hwasong-14, infatti, possono raggiungere i 8500 chilometri di raggio, potendo così colpire avere sotto la propria area di competenza quasi l’intera Australia (e raggiungere gli Stati Uniti in Alaska), fino ad arrivare, secondo alcune stime, a 10 mila chilometri. E, in questo caso, nemmeno la  Nuova Zelanda sarebbe al riparo da eventuali lanci.

La questione nordcoreana è piuttosto delicata per l’Australia. Grande protettore della Corea del Nord (e garante del fatto che le tensioni non si traducano in un’escalation bellica) è la Cina, che riveste un’importanza fondamentale a livello mondiale, ovviamente, e a maggior ragione regionale. Il comportamento della Corea del Nord potrebbe inficiare i rapporti fra Australia e Cina e, pertanto, comprometterne le relazioni. Allo stesso modo, il rapporto con il gigante rosso potrebbe essere messo in discussione proprio dall’interventismo australiano in difesa della Corea del Sud. Un classico caso di lose/lose situation.

Lo stesso Giappone, d’altronde, non è così sicuro dell’affidabilità del nuovo corso della politica estera nord coreana. Chi può assicurare, dopo decenni di pericolo più o meno costante, che Kim Jong-un abbia effettivamente cambiato strada? Per i rappresentanti del governo nipponico, la Corea del Nord è ancora una minaccia, che si sommano alle preoccupazioni per l’espansionismo economico cinese che, allargando i propri orizzonti commerciali in Africa e in Europa, potrebbe trovare spazi di manovra contrastanti con gli interessi giapponesi. Chi assicura Shinzo Abe che il nuovo piano infrastrutturale cinese, che prevede la costruzione di una rete più efficace e di porti moderni, non siano il primo passo per una grande serie di investimenti bellici? D’altronde, la Cina non ha mai nascosto le sue mire verso il Mar Cinese Orientale. Ecco che quindi, sotto la minaccia nordcoreana (e le difese contro una presunta ripresa delle attività di Kim) può nascondersi un più pragmatico timore verso il più potente (e, in quest’ottica, pericoloso) nemico cinese.

D’altronde, lo stesso Trump ha cancellato la visita di Pompeo in Corea, ritenendo insufficienti i passi finora compiuti dalla Nord Corea sulla strada della denuclearizzazione. Che cosa bolle dunque in pentola? La situazione è davvero così tranquilla come sembra?

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