martedì, Marzo 19

Nord Corea, Trump e Xi Jinping sperano nella svolta

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«Una dura sfida alle decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguardo alle provocazioni della Corea del Nord», questo il commento del portavoce del Ministro degli Esteri giapponese, Cho June-hyuck, sull’ultimo, ennesimo, lancio missilistico nel mar del Giappone da parte del Governo di Pyongyang. Non si è fatto attendere nemmeno il commento del Segretario di Stato americano, Rex Tillerson: «La Corea del Nord ha lanciato ancora un altro missile balistico a raggio intermedio. Gli Stati Uniti hanno parlato a sufficienza della Corea del Nord. Non abbiamo altri commenti».

La «provocazione» dei nordcoreani sembra quasi puntuale, e coincide con l’imminente incontro tra Donald Trump e il Primo Ministro cinese Xi Jinping in Florida. Gli americani intendono discutere la questione nordcoreana con l’unico Stato che ancora sembra poter intrattenere delle relazioni ‘normali’ con Pyongyang: la Cina. Come confermato da un rapporto del CSIS (‘Centre for strategic and International studies‘) tutti i tentativi della precedente Amministrazione americana di instaurare rapporti diplomatici costruttivi con i nordcoreani sono falliti.

Infruttuosi sono stati anche i tentativi di Russia, Giappone e Nord Corea. La Cina ha dalla sua parte l’arma ‘commerciale’: l’85% del commercio estero dei coreani è indirizzato verso Pechino. Questo rapporto può essere utilizzato come leva per convincere il Regime di Pyongyang a rinunciare al tentativo di munirsi di armi nucleare a lunga gittata. Negli ultimi tempi i cinesi hanno implementato alcune restrizioni per fare pressione sul loro turbolento vicino (lo stop all’importazione di carbone nordcoreano, per esempio), ma gli Stati Uniti si aspettano ulteriori e più decise riforme contro le imprese cinesi che riescono ad avere rapporti con i nordcoreani bypassando embarghi e regolamenti.

Trump mette in ogni caso le mani avanti: se Pechino non ci sarà d’aiuto «risolveremo» la Nord Corea da soli, ha affermato il Presidente. In realtà i cinesi già mandano dei segnali. Sul ‘Global Time’, sostanzialmente l’organo di stampa del Partito Comunista Cinese, si legge oggi che il caos nell’area del mar del Giappone è in gran parte responsabilità della politica delle sanzioni made in USA contro Pyongyang: «hanno suscitato troppa sfiducia nella regione».

«Perchè la Corea del Nord abbandoni la sua ambizione nucleare volontariamente», proseguono i cinesi, «è necessario convincerla che le grandi potenze collettivamente garantiscano la sua sicurezza. Ma Pyongyang in questo momento crede solo nelle armi nucleari. Nonostante le sanzioni, finchè il regime sarà in piedi, è improbabile che rinunci».

L’accusa, da parte americana, è quasi parallelamente opposta: la Cina, in quanto potenza principale della regione, ha la responsabilità di ‘indorare la pillola’, o quanto meno facilitare le richieste di Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. Questa la posizione che Donald Trump farà valere nell’incontro di domani in Florida. Intanto il portavoce del Comando americano nel Pacifico ha ribadito la «piena determinazione» a cooperare con Giappone e Corea del Sud per «mantenere la sicurezza».

Sempre secondo il CSIS, le relazioni attuali tra Cina e Stati Uniti non fa presagire delle negoziazioni facili: i rapporti, già critici con l’Amministrazione Obama, sono ora sempre più “sotto pressione”, innanzitutto per quanto riguarda certe affermazioni di Trump in campagna elettorale, ma anche per via della telefonata dal Presidente a Tsai Ing-wen, premier del Taiwan, che è sembrata spezzare quasi 50 anni di allineamento sino-americano sulla politica dell’”unica Cina”.

Per Xi, in palio c’è la credibilità davanti al Partito e al Paese. Gestire le relazioni con il nuovo Governo Trump dimostrerà la solidità della sua leadership. Trump, dal canto suo, non esclude la collaborazione, pur avendo recentemente twittato che in materia di sicurezza e per quanto riguarda la Corea del Nord «la Cina ha fatto molto poco per aiutarci».

Dal punto di vista economico, Trump potrebbe rincarare la dose di sanzioni economiche, rendendo più difficoltosi gli affari tra i coreani e le aziende cinesi che continuano a mantenere rapporti con Pyongyang. La Corea del Nord è un problema per entrambi i Paesi, ma la priorità, per i Cinesi, è la stabilità di Pyongyang, non l’eliminazione di una minaccia nucleare e, dal punto di vista di Pechino, una Corea unificata e all’interno dell’orbita americana è uno scenario geopolitico ben peggiore dell’ipotesi di Pyongyang armata fino ai denti.

Di questo è ben cosciente anche Seoul, che – nonostante una politica estera che tenta di bilanciare buoni rapporti con i cinesi e dipendenza militare da Washington – se dovesse scegliere, continuerebbe molto probabilmente a schierarsi con gli americani, ben più decisi a garantire la sicurezza del Paese.

Tillerson, in questo, è stato piuttosto chiaro: «La politica della pazienza strategica è finita», ha detto venerdì alle Autorità sudcoreane, «Stiamo valutando una nuova serie di misure economiche e diplomatiche. Tutte le opzioni sono sul tavolo […] certamente non vorremmo arrivare ad un conflitto militare, ma se la Nord Corea dovesse aumentare le sue minacce ad un livello che dovessimo credere meritevole di azione, allora questa opzione è disponibile».

Per Antonio Fiori, Professore associato di Storia e Istituzioni dell’Asia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, le nuove ‘minacce’ americane sarebbero «una risposta alle sollecitazioni militari e al programma nucleare messo a punto dalla Corea del Nord. La possibilità che ci sia una escalation militare a questo punto è plausibile, ma credo sia necessario attendere l’incontro fra Donald Trump e Xi Jinping, dove immagino verrà discussa la situazione nordcoreana. Credo anche che nonostante i cinesi siano stanchi delle sollecitazioni nordcoreane, che non fanno altro che attirare l’attenzione americana sul continente asiatico, Xi Jinping cercherà di suggerire a Trump di portare avanti la strategia delle sanzioni, senza prendere in considerazione nessun tipo di intervento militare. Molto probabilmente queste intimidazioni da parte di Trump sono un messaggio indiretto alla Cina,  spesso gli Stati Uniti hanno usato il pretesto della Corea del Nord per attaccare indirettamente la politica cinese».

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