lunedì, Dicembre 16

Nord Corea: ora gli USA si scoprono vulnerabili

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La Corea del Nord ha lanciato ieri -giorno della festa americana per eccellenza, l’Independence Day, all’indomani del primo vertice dei leader di Stati Uniti e Corea del Sud dedicato proprio alla minaccia posta dal regime di Pyongyang e alla vigilia del vertice del G20 in calendario il 7 e 8 luglio prossimi ad Amburgo, in Germania- un nuovo missile balistico,  da un sito nei pressi di Banghyon, nella provincia di North Pyongan, alla frontiera con la Cina, ed è caduto nel Mar del Giappone, dopo aver percorso «oltre 930 chilometri», hanno precisato dalla Sud Corea.

Secondo gli esperti militari americani, se lanciato ad una traiettoria normale, il missile avrebbe avuto una gittata tra i 3.000 e i 5.500 chilometri. Non si è fatta attendere la reazione di Tokio: «Il lancio di oggi mostra chiaramente come la minaccia di Pyongyang diventi sempre più pericolosa». Moon Jae-In, Presidente sudcoreano, ha protestato chiedendo alle Nazioni Unite di intervenire contro il bellicoso vicino settentrionale, sempre più vicino a «sorpassare il punto di non ritorno». Una conferma del lento ma costante sviluppo dell’arsenale coreano che sta gradatamente diventando sempre più pericoloso. Ora gli Stati Uniti iniziano seriamente a preoccuparsi circa la loro capacità di difesa. Difese  USA che rimangono piuttosto limitate e modeste rispetto alle minacce emergenti della Corea del Nord, come già nei mesi scorsi rilevato da un report del Center for Strategic and International Studies (CSIS).

L’ultimo lancio effettuato, l’8 giugno, aveva visto il missile volare per ‘soli’ 30 minuti. Il nuovo test confermerebbe che, finalmente, il territorio nazionale degli Stati Uniti sarebbe per la prima volta a rischio. Nessun pericolo per New York, Los Angeles, né le grandi metropoli, certo, ma l’Alaska è ora raggiungibile dal primo missile balistico interncontinentale (ICBM) ‘made in North Korea‘.

Vi è tuttavia un dubbio: per risultare pericoloso, ovviamente, il razzo deve anche essere ‘armato’ con una testata nucleare miniaturizzata. Al momento non si può sapere se i coreani dispongano della tecnologia necessaria. Se male armato, il missile esploderebbe in aria per via di pressione e temperatura del vettore in fase di ‘discesa’. Secondo David Wright, fisico della Union of Concerned Scientist, citato dalla ‘BBC’, «per colpire un bersaglio non serve solo la portata, ma anche la capacità di proteggere la testata del missile dall’intenso calore e le vibrazioni al momento del rientro nell’atmosfera. E al momento non è chiaro se Pyongyang abbia questa capacità».

Per avere un’idea del divario tecnologico, si pensi al fatto che Russia e Stati Uniti riescono a ‘caricare’ il missile con 10 testate atomiche poi in grado di essere indirizzate indipendentemente ognuna su un target diverso.

Donald Trump si è pronunciato su Twitter: «I nordcoreani hanno appena lanciato un nuovo missile. Questo tizio non ha di meglio da fare con la sua vita?». Il Presidente ha poi invitato la Cina a fare di più per convincere il vicino nordcoreano a invertire la rotta per la militarizzazione del Paese: «Forse la Cina farà una mossa pesante nei confronti della Corea del Nord e porrà fine a questo nonsenso una volta per tutte», ha auspicato Donald Trump in un secondo tweet.

In tutta risposta, come al solito, Pechino ha invitato alla calma, invocando la via del «dialogo pacifico»: «La Cina ha compiuto e continuerà a compiere sforzi per risolvere questa questione», così si è espresso Geng Shuang, Ministro degli Esteri di Pechino. Mantiene il sangue freddo anche Vladimir Putin. La minaccia nordcoreana, tutt’altro che globale, sembra – dal punto di vista di Mosca – sostanzialmente indirizzata verso gli Stati Uniti. Per la Russia le caratteristiche del missile sembravano quelle «di un missile balistico a medio raggio».  Nemmeno i continui test di Pyongyang fanno cambiare idea ai russi, che restano molto più sospettosi delle azioni degli Americani e della NATO nella regione, che continuano a piazzare il sistema difensivo Thaad in Corea del Sud.

Il sistema difensivo antimissile USA, ideato nel 1983 sotto l’amministrazione Reagan, prevede sette fasi di reazione: l’individuazione del lancia via satellite, l’allerta di monitor di difesa che verifica il tipo e la traiettoria del razzo, il dispiegamento degli intercettori in caso di minaccia reale, la determinazione di quale sia la vera testata e quali siano solo ‘esche’ rilasciate dal vettore, le stazioni radar comunicano con certezza quale sia quella da neutralizzare, e l’intercettore la abbatte. Il tutto avviene in circa 30 minuti.

James Syring, viceammiraglio responsabile della difesa avverte il Pentagono:«Dobbiamo presumere che oggi la Corea del Nord sia in grado di arrivare agli Stati Uniti con un ICBM che porti testate nucleari. E non direi che siamo in grado di affrontare comodamente tale minaccia». Ciò che preoccupa è l’obsolescenza di un sistema che non è mai – fortunatamente – stato messo seriamente alla prova (sono falliti 3 degli ultimi 5 test).

Anche per questo Trump ha confermato l’investimento di 40 miliardi di dollari nell’ammodernamento della difesa antimissile. Fino ad ora i rapporti del Pentagono non fanno ben sperare: nuovi guasti e problemi fanno sospettare che, se dovesse effettivamente essere impiegato in una situazione di reale attacco, il sistema non sarebbe affidabile. L’ultimo test, a maggio, ha visto l’utilizzo di intercettori nuovi che si sono mostrati ‘impeccaibili’. Ma in molti continuano a considerare il sistema nel suo complesso affidabile come “un lancio di dadi”.

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