mercoledì, Settembre 23

Nonni addio Non è l’ora giusta della vecchiaia, non lo è più da tempo, da quando la loro voce magica si è diluita nel torrente sempre più impetuoso delle audiovisioni digitali. E ora il coronavirus ci sta portando via la nostra ‘guida orale di sopravvivenza’ , i nostri vecchi devono in ferale silenzio andare via

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Quando ai veri tempi d’umanità semplice e chiara, quando i nonni erano un ricco cibo d’amore e di conoscenza per i loro nipoti, quella era l’ora giusta della vecchiaia.

Ogni nonna, ogni nonno di questa nostra piccola Italia sapeva molto bene quale era il suo ultimo compito: lasciare un esempio, un frammento della sua biografia oramai giunta agli sgoccioli, un racconto fantastico per far volare in aria la fantasia dei loro nipoti. E tutte le bambine e i bambini del nostro vecchio stivale, senza rendersene conto, respiravano il valore e la bellezza di ciò che stavano ricevendo.

Il tempo delle nonne e dei nonni narratori è ormai scomparso, si è diluito a poco a poco lungo il torrente sempre più impetuoso delle audiovisioni digitali che hanno rapito i bambini dalla voce magica degli anziani.

È così che i nostri maturi vecchi, hanno, ormai da anni, perso quello che per loro era una vera ragione di vita: sentirsi ancora importanti, essere presi da quel compito narrante mai imposto da nessuno perché sorgeva d’istinto, generato tanto dalla loro storia vissuta quanto dal loro cuore disincantato. È così che i nostri vecchi che si sentivano ancora vivi, perché erano attesi, accolti e invocati da tutti quei bambini che erano mio padre, mia madre i vostri vecchi genitori che, senza saperlo, avevano fame del loro insegnamento, sete della loro mente da riversare dentro la loro, ancora tutta da disegnare, tanto sul piano logico che fantastico.

Era così che quel vecchio rapporto manteneva tutta la sua attualità, perché chi parlava lo faceva dopo una vita vissuta, sofferta, fatta di quel limite che non osava nemmeno pretendere quel poco di più che magari si meritava, ma la dignità e l’umiltà della vera vecchiaia consisteva proprio in questo: essere ragionevoli nel bene e nel male, compassionevoli, empatici con le altrui sofferenze, con i dolori che la guerra, la povertà e le privazioni avevano imposto alla loro ormai lontana vita.

Sì, sono state le tantissime privazioni, non certo le inutili richieste d’abbondanza di questa nostra ‘nuova’ società, che hanno forgiato il cuore, il corpo e la mente di mia nonna, di mio nonno, di tua nonna, di tuo nonno.

E oggi, il maledetto destino, oltre a una cultura che, come il ‘Pifferaio magico, ha rapito tutti i bambini dalla voce e dagli sguardi dei loro nonni, con il coronavirus COVID-19 i nostri vecchi devono in ferale silenzio andare via, abbandonare la vita come sono stati costretti ad abbandonare il loro antico compito che erarendere, con sana meraviglia, i bambini attenti e ammutoliti per far sì che la loro mente potesse al meglio ricevere la voce di chi sapeva essere una vera e utileguida orale di sopravvivenza.

«Piegato in due, piccolo, storto e scalzo, el nonn Pavlìn è l’immagine del tempo che divora i propri figli, lasciando comunque delle eredità, ancora sfuggenti e indefinibili. Non sa leggere né scrivere, sulle costole delle narrazioni sospese tra realtà e immaginazione, s’accende contro una luce che si sta spegnendo. Ha ben chiaro che cosa farsene ancora della propria vita, fecondando la mente della nipote, nel caricarla di entusiasmi e calore contro gli smarrimenti dell’adolescenza.

Con lente occhiate e sprizzi a profusione, la sua parola è acqua che scorre e di cui ci si può abbeverare, se lo si vuole. E Ida, desiderosa d’apprendere, è tutta scintillante d’attenzione già nell’attesa di poter ascoltare quella recitazione di frasi e versi elementari, che riesce subito a memorizzare».

Queste frasi sono di un mio caro e vecchio amico, l’urbinate Gianfranco Bellucci, che nel suo essere persona rispettosa e attenta della vecchiaia, in una sua recente pubblicazione, dal titolo ‘Una vita di Ordinario eroismo al femminile’ (ed. AGE, Urbino 2018), ha voluto dedicare un consistente spazio al compito narrante di un suo bisnonno che ancora così prosegue:

«Sono racconti, pronti ad arricchire di colori la stoffa bambina dei sogni, e tradizioni in cui si sono cristallizzati scambievoli principi di solidarietà – un concentrato di vissuto e di folclore – in un lavoro esperienziale di generazioni e generazioni. […]

Sempre più forte dell’uomo, con nonno Paolo la natura non è stata un granché amica, ma gli ha dato la parola per raccontare e raccontarsi. […]

Le informazioni del nonno tratteggiano la coerenza di una vita, la forza di pochi principi da cui si è fatto guidare nel suo lavoro, cercando di farlo bene. Un simbiotico travaso di sapere, cuore e animo. […]

La cultura del nonno è un sapere dalla concretezza empirica che dirama radici fusti e macchie per metamorfosi di idee, evocando assai più di quanto non rappresentano in sé. Nella mente di Ida lumeggia le cose essenziali, depositandosi a strati come la geologia, e la fortifica, corazza d’una spessa corteccia per riconoscere i lacci dei furbi e non farsi far fessa. […]

A rauco cinguettio, le storielle remote e le sommesse confidenze del nonno, che fluiscono nel fumo del camino (in)seguono lo sfiammare del fuoco sotto il caldaio ma senza disperdersi, esprimono il senso tangibile della continuità».

Oggi i nostri cari ci stanno lasciando in molti, strappati da una morte invisibile. Se ne stanno andando senza poter essere salutati, senza poter essere ringraziati, ma ancor di più senza che noi si sia riusciti a chiedere loro scusa e perdono per avergli tolto anche l’ultimo vero compito che era quello di voci narranti cariche di vite vissute da far rivivere nella memoria dei loro nipoti.

Però non tutto è perduto, e anche in loro assenza, potremmo almeno recuperare un po’ di rispetto verso i loro confronti, cercando di stare in silenzio, chiudere gli occhi e ‘riaccendere’ la memoria del nostro cuore, ricordando il loro volto, il loro sorriso, il loro pianto, il loro sguardo a volte presente e a volte assente, le loro rallentate movenze… ma soprattutto le loro poche parole che qualche volta ci siamo degnati, fra una cosa e l’altra, di ascoltare.

Anche così potremo innalzare il pensiero verso l’alto, per chiedere finalmente scusa e rammaricarci per non aver permesso ai nostri anziani di trasmettere la vera forza della vita, come ha saputo e potuto fare ‘el nonn Pavlìn’.

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