domenica, Giugno 7

Non solo le mascherine salveranno l’Italia. Non chiudiamole, le nostre fabbriche! Quando usciremo da questa maledetta storia, troveremo un mondo sempre più avvolto nella propria struttura nazionalistica. Le fabbriche ci serviranno per il pane

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Abbiamo assistito, in queste ultime ore di coronavirus COVID-19, a una battaglia di numeri e di cifre attorno a un acronimo –ATECO– che è apparso agli occhi degli italiani come demone e salvator di patria.

La parola non è magica ed è semplicemente una classificazione (Attività ECOnomiche) adottata dall’ISTAT per le rilevazioni statistiche nazionali di carattere economico.

Quando ne è stato fatto il nome nelle sedi istituzionali, molti ne hanno sobbalzato. Superato il primo timore che fosse un procedimento disciplinare per chi non ne avesse conosciuto l’esistenza, ha finito per essere quasi un album di figurine in cui individuare le proprie attività e scambiare quelle doppione.

E a discutere di ATECO sono intervenuti un po’ tutti, quasi fosse l’argomento di un derby calcistico o di un pranzo natalizio.

Gli schieramenti sono stati netti e hanno preteso diverse consultazioni. La spinta per la riduzione del nucleo produttivo è forte. A volte quasi equivoco.

Facile dire che nelle fabbriche non si deve più produrre. Le motivazioni poi sono scontate e non abbisognano di alcun numero. Anche perché non ce ne sono. Disgraziatamente non sono stati gli ambienti produttivi i luoghi dove si sono creati i maggiori veicoli di contagio, quanto invece lo sono i luoghi di cura.
E per quanto la polemica sia dura e dovrebbe far impallidire quegli amministratori irresponsabili che hanno provocato lo smantellamento del sistema sanitario nazionale, nessuno si permette di chiedere la soppressione degli ospedali perché è in quell’ambiente che sovrana il rischio maggiore di infezione. Ci mancherebbe!

La circolazione nelle strade va limitata. E su questo assunto nessuno obietti niente. Ma alcune attività non possono essere limitate: l’agroalimentare è il principale, la distribuzione di giornali, di farmaci e di tabacchi. Tutto necessario alla vita di ogni cittadino come il pane!

Non abbiamo voglia di girare attorno a un bozzolo immaturo.
Spesso si sono incolpate le industrie di essere i mali del Paese, salvo poi a rendersi conto che senza la produzione industriale si resterebbe ancora all’economia di due secoli fa.
Ora questi siti produttivi non devono essere decimati e non si può pensare a una classificazione sommaria delle attività senza costrutto. Perché le filiere di troppe produzioni sono interconnesse e la loro interruzione va ad impattare con le numerose filiazioni di prodotto che esse alimentano.

La competizione è sempre più agguerrita. Quando usciremo da questa maledetta storia, troveremo un mondo sempre più avvolto nella propria struttura nazionalistica, cosciente della necessità di organizzare una sua autonomia quanto più possibile essenziale alla propria sopravvivenza.
Ma non saranno solo le mascherine a salvare l’Italia. Continuiamo a ripetere che è più che mai imprescindibile seguitare le attività che tengano vivi i sistemi di difesa del nostro Paese. Dietro l’angolo non c’è necessariamente una pace ad aspettarci

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