sabato, Agosto 24

Nomofobia: quando la dipendenza da smartphone diventa patologica Ne abbiamo parlato con Giovanni Del Puente e Nicola Luigi Bragazzi

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Mai come dopo l’avvento degli smartphone si è diffuso, in maniera dilagante rispetto al passato, l’uso del cellulare nella nostra quotidianità. Essenziale è per noi essere istantaneamente connessi al web, utilizzando il nostro smartphone come un prezioso strumento che ci fornisce supporto quasi in ogni ambito della vita. La possibilità di avere Internet a portata di mano e di accedere ai vari social network, alla fotocamera, ai giochi in alta definizione, sono tutti elementi che hanno stravolto completamente le nostre abitudini.

Non resistiamo più alla tentazione di farci selfie condividendo, in tempo reale, le nostre foto sulla bacheca virtuale per mostrarle ad amici e conoscenti che prima incontravamo solamente sui mezzi pubblici, al bar o al ristorante. Abbiamo sviluppato un legame particolare con lo smartphone tanto che è quasi patologico starne lontani: condizione che può sfociare in una vera e propria dipendenza, definita nomofobia.  Il fenomeno interessa sia gli adulti sia la stragrande maggioranza degli adolescenti – i cosiddetti nativi digitali – vissuti con la presenza, sin dalla nascita, del computer nelle loro vite. Essi trascorrono costantemente iperconnessi gran parte delle loro giornate, facendo dello smartphone un prolungamento della propria identità. E sono alle prese con una dipendenza digitale difficile da gestire poiché stare online, nella maggior parte dei casi, è diventato la loro nuova modalità di comunicare. 

Abbiamo affrontato le problematiche correlate a tale tipo di dipendenza con Giovanni Del Puente e Nicola Luigi Bragazzi, medici dell’Università di Genova e autori del libro ‘Aiuto sono sconnesso! No.mo.fobia e altre dipendenze telematiche’.

Che tipo di dipendenza è, dal punto di vista scientifico, la nomofobia? “La nomofobia, la cui etimologia deriva da ‘no-mobile phobia’, si riferisce alla paura di restare scollegati da Internet” – spiega Del Puente – “ed è vissuta come una condizione intollerabile che mette in uno stato di angoscia insostenibile. Nel nostro studio volevamo porre l’accento più sull’aspetto patologico della nomofobia, come il terrore di trovarsi senza il cellulare che mette le persone in uno stato di allerta, di angoscia e di malessere. Il termine fobia (mediato dalla psicologia e dalla psichiatria) indica la paura di qualcosa d’immotivato, come quella dell’ascensore, o di alcuni oggetti che di per sé non sono per nulla pericolosi”. Lo psichiatra aggiunge: “Adesso ci stiamo occupando di una delle conseguenze più catastrofiche della nomofobia: il ‘phubbing’, che deriva dalla somma delle parole phone più snubbing, ossia l’atteggiamento di trascurare e di snobbare una persona con la quale siamo in compagnia controllando il telefonino. Questo si rivela nelle immagini, che potremmo definire agghiaccianti, della visione di una coppia di fidanzati i quali, invece di conversare amabilmente come i fidanzatini di Peynet, sono immersi a smanettare ognuno col proprio cellulare. Che cosa vuol dire? Vuol dire che il telefonino, da essere un mezzo, rischia di trasformarsi in un fine. Un fine tale che annulla i rapporti tra le persone”.

Possiamo paragonare la nomofobia ad altri tipi di dipendenze come l’alcolismo o il gioco d’azzardo? “Sì, infatti, il sottotitolo dato al nostro libro è: ‘Nuovi tipi di dipendenze’.  Quando s’innesca la dipendenza, come dalla droga ad esempio, non posso fare più a meno di lei, e lo stesso dicasi della dipendenza da smartphone”. Secondo lo psichiatra, si è dunque invertito il potere fra il soggetto e il cellulare: quando non lo si ha, si è perduti come se si fosse senza coordinate per orientarsi nel mondo.

Diversi sono i sintomi causati dalla nomofobia e illustrati da Del Puente, il quale osserva: “Colui che è affetto da nomofobia avverte uno stato enorme di ansia e la sensazione di sentirsi privato di strumenti di controllo della situazione, del mondo e di quello che lo circonda, come se si trovasse in un terreno totalmente sconosciuto, ostile, quasi persecutorio. Si tratta di qualcosa di più profondo dell’ansia che proviamo, ad esempio, prima degli esami. A questi disagi si accompagnano sintomi fisici come sudorazione, tremore, tachicardia, ecc.”.

Da un certo punto di vista, le ripercussioni della nomofobia sulla vita sociale di un individuo, secondo lo psichiatra, sono catastrofiche. “Molto spesso, un giovane interpreta l’uso esagerato del telefonino come l’unico modo per stare in mezzo agli altri, stando connesso e sentendosi parte di gruppi sui social network; questo gli suggerisce l’idea di essere in collegamento con tutto il mondo. Tuttavia, si tratta di un’idea fasulla che nasconde, di solito, una vita sociale caratterizzata da totale solitudine e costellata da pseudo amicizie virtuali”.

Lo studio scientifico dei due ricercatori, come dichiarato da Nicola Luigi Bragazzi, ha evidenziato che “la nomofobia è una dipendenza comportamentale, ossia sociale, quindi si tratta di un tipo diverso di dipendenza.  Fino a decenni fa si studiavano solo dipendenze da sostanze.  Noi abbiamo creato e validato un questionario in lingua italiana, ma anche in lingua spagnola, che può essere somministrato al soggetto per capire quale sia il suo grado di dipendenza, in modo che esiste tutta una serie di punteggi e cut-off per misurare la nomofobia. Attualmente, stiamo facendo altri studi sulla nomofobia in altri Paesi per vedere se c’è un effetto sulla cultura e quanto essa possa incidere su tale tipo di comportamento”.

Del Puente e Bragazzi hanno anche sollevato la proposta di inserire la nomofobia nel DSM–V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) perché, secondo Bragazzi, “il DSM-V comprende solo le dipendenze da sostanza, ma non ancora quelle comportamentali e sociali. Lo stesso Manuale, nel corso degli anni, ha subito degli aggiornamenti in base anche all’evoluzione della società. La cosa più mutevole sono i disturbi di personalità, la cui definizione è radicalmente cambiata nel corso del tempo e delle varie edizioni del DSM, e quindi il Manuale richiede un aggiornamento attraverso l’inserimento di questo tipo di disturbo”.

Come possibile cura della nomofobia gli studiosi hanno proposto una soluzione ‘creativa’, che permette al soggetto dipendente di disintossicarsi dall’uso esagerato e non salutare del telefonino. Nicola Bragazzi spiega che “ci sono degli studi ancora in corso su dei programmi di cura chiamati ‘detossificazione digitale’, che consistono nel costringere il soggetto affetto da nomofobia a trascorrere del tempo lontano dal cellulare. Si tratta di una cura propriamente detox. Invece, la cura mediante lo psicodramma, di natura ancora sperimentale, avrebbe come focus il lavoro sulle relazioni e aiuterebbe la persona a ricodificare la propria vita sociale, intervenendo sulle emozioni. In Toscana c’è una struttura che offre un programma di cura chiamato Orthos, basato sulla psicologia umanista  ed esistenziale, in particolare la Gestalt, per aiutare il soggetto dipendente ad avere un nuovo rapporto con le tecnologie riappropriandosi delle proprie emozioni e della propria vita di relazione”.

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