lunedì, Ottobre 26

Noi, quelli della lentezza per scelta, con o senza coronavirus Loro che la lentezza l’hanno scelta, l’avevano pure preconizzata: «Se gli anni venti sono stati ruggenti, i venti-venti saranno gli anni lenti». A colloquio con i magnifici 7 della comunità di L'Arte del Vivere con Lentezza

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Molte saranno le parole che segneranno questo 2020 (l’anno del coronavirus Covid-19), ma una più di tutte, per quanto poco pronunciata, come se ne avessimo timore, o, peggio, orrore, è ‘lentezza’. Questo anno bisesto ci ha costretti proprio a questo, alla lentezza. E, posto che «nessuno, davvero, può ancora dirci come sarà» il mondo del post-coronavirus, come ci dice anche Sergio Mattarella, quel che si prospetta abbastanza certamente è che il mondo sarà lento, più lento di come lo abbiamo conosciuto fino a pochi mesi fa, almeno a guardarlo dal lato economico certamente, ma la lentezza si sta insinuando anche nel nostro modo di vivere, forse nei nostri ‘pensieri’, ora che il mondo è fermo e si può trovare il tempo per pensare.

Una disgrazia? Beh, questione di punti di vista.
C’è chi ritiene che qualcosa di positivo questo Covid-19 lo
abbia comunque prodotto. Tanto per cominciare le innovazioni, siamo stati costretti a inventare, innovare cose e modi di vivere e di muoverci. Molte le idee, le proposte che stanno avanzando un po’ su tutti i fronti. Poi il ritrovato (forse) senso della comunità e dell’essere ‘popolo’, Nazione. Per esempio, poi, abbiamo ‘scoperto’ aspetti del nostro Paese che non conoscevamo, stiamo conoscendo lati delle nuove generazioni che non conoscevamo. Possibile che anche le istituzioni trovino la forza (quella che viene dalla costrizione degli eventi) per rinnovarsi, per ‘inventare’ modelli sociali ed economici nuovi.

E anche la lentezza, o forse prima di tutto la lentezza, potrebbe proprio essere uno di quelle positività che Covid-19 ci ha lasciato.

Alla ricerca della ‘lentezza’ ci siamo imbattuti in L’Arte del Vivere con Lentezza, che, prima di essere l’Associazione conosciuta in quanto promotrice della Giornata Mondiale della Lentezza, è una comunità di persone che hanno fatto della lentezza il loro modo di vivere. Una comunità di sette persone, «dai 5 agli 88 anni», come ci tengono a precisare, che vive sulle colline piacentine, in una frazione di Ziano Piacentino. Gente che prima che scoppiasse il pandemonio pandemico aveva preconizzato: «Se gli anni venti sono stati ruggenti, i venti-venti saranno gli anni lenti».
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata di quelle che si dicono ‘informale’, abbiamo capito che c’era ‘materia’, non la solita fuffa che si rischia quando si prova grattare sotto le mode degli ‘stili di vita. E così abbiamo deciso di buttare su carta questo colloquio a più voci, quelle di Ella, «che è la fonte di idee di Vivere con Lentezza» , Bruno, «che è il nostro da front man» e Muna, «che elabora i progetti dell’Organizzazione di Volontariato L’Arte del Vivere con Lentezza», come ci tengono precisare.

 

Siete una comunità di 7 persone, se ho capito bene. Siete una famiglia (stile famiglia patriarcale) o cosa di altro? cioè quali legami parentali?

Siamo una famiglia/comunità stile pressoché matriarcale, visto che sono presenti quattro generazioni di donne. Si tratta di una differenza molto rilevante. I legami parentali per noi non sono così importanti, alcuni legami sono chiari e semplici, altri sono più variopinti e complessi.

Una esperienza di vita come la vostra è relativamente facile (felice), mi sembra di poter dire, quando ci sono legami famigliari, ma non credete che per come siamo oramai culturalmente ‘programmati’ sia molto difficile organizzare una comunità come la vostra tra gente che invece non ha legami parentali e comunque di affettività pregressa e consolidata? Parliamo di cosa significa vivere in comunità. A quali modelli vi rifate?

Ogni esperienza è unica e irripetibile. Non ci è mai passato per la mente di consigliare a qualcuno di replicare il nostro particolare modello di vita. Alla base della nostra convivenza ci sono: senz’altro il mutuo soccorso (concetto assai vecchio); il mischiare le diverse generazioni; il coniugare con saggezza i momenti comuni con la vita e le esigenze private; la consapevolezza di sentirsi parte di una comunità aperta a cerchi concentrici ad altre realtà; avere e aiutarci nei progetti comuni, secondo l’ikigai, concetto nato in Giappone del dare un senso alla propria vita, che ci spinge a fare la nostra parte prima di arrivare alla morte. Come dice Marco Braghero, ricercatore italiano all’Università di Jyväskylä «La felicità è la capacità di perseguire una visione, cioè un sogno di cui si è disposti a pagare il prezzo» . Condividiamo e ci consideriamo una banca dei talenti, incompleta certo, ma questo è quello che per ora siamo, in cui ognuno aiuta l’altro ad esprimersi e tutti assieme ci mettiamo poi a disposizione di chi la vita ci fa incontrare. Crediamo anche che il ‘culturalmente programmato’ nasconda una forma di scusante o di pigrizia, un buon 60/70 per cento delle persone ha gli strumenti per riprogrammarsi. Il famoso ‘volere è potere’ resta sempre valido.
Tutti noi veniamo da famiglie di operai, contadini, artigiani, infermiere di notte o donne di servizio con pochi strumenti culturali, ma sani valori e principi, e quando da adolescenti o da adulti abbiamo cominciato a porci qualche domanda, qualche forma di rivolta e risposta contro la nostra programmazione l’abbiamo trovata. Certamente ognuno di noi è andato avanti per tentativi, alcuni andati a buon fine, altri decisamente no.

Quali differenze ci sono tra la comunità come l’avete impostata voi e il kibbutz, piuttosto che le comunità dei primi cristiani raccontate anche dagli Atti degli Apostoli?

Non abbiamo un modello di riferimento, non crediamo nei confronti. Ognuno è artigiano della propria vita, si prende un pezzo qui, un pezzo lì, un pezzo là. Si guarda se funziona. Si lima, si arrotonda, si elimina, si aggiunge. Finché arriverà la morte, e saremo lieti di aver fatto la nostra parte nel mondo.

Cosa significa concretamente vivere con lentezza?

Spesso diciamo che vivere con lentezza è tutto e niente, dipende dal contesto. Fondamentalmente vivere con lentezza è vivere con saggezza, con la consapevolezza che nella vita tutto passa, le cose belle e le cose brutte. Certo spesso viene criticato il fatto che una vita serena, senza eccessi o grandi passioni, sia una vita povera o sprecata, ma è una diatriba che non abbiamo alcun interesse ad alimentare. Vivere con lentezza è senza dubbio diverso per ciascuno di noi, ma di base ci sono la capacità di riflessione, la conoscenza e l’ascolto di se stessi, la gentilezza, l’attenzione verso l’altro e il pianeta (gridato o in penombra dipende dai caratteri), la non paura della morte con tutte le cerimonie per esorcizzarla come il correre o l’essere sempre impegnati, l’accettazione della vecchiaia anche estetica o della malattia, l’accontentarsi (verbo spesso inteso in senso dispregiativo), l’allenarsi ai sacrifici. Quando uno è in contatto con se stesso, e per fare questo ci vuole tempo (non bastano i 5 passi del coach di turno o i 15 giorni del guru esotico) può decidere di andare a vivere in campagna, o, al contrario, stanco della campagna, può andare a vivere in città. Può accettare un posto fisso ,stanco della precarietà, o licenziarsi e iniziare a girare il mondo in bicicletta. Può rimanere ambizioso, ma diventare altruista. Può sposarsi o separarsi. Può trasferirsi al mare a fare lo skipper o a vendere cocco fresco o fuggire dalle spiagge e rifugiarsi nel silenzio meditativo della montagna. Prima, però, deve trovare il tempo di conoscersi, di ascoltarsi, di perdonarsi se serve, di accettarsi. Solo dopo il viaggio può iniziare. Consapevoli di dover convivere con la complessità della vita. Senza fretta di diventare lenti.

Mi avete detto che avete rinunciato alla TV, a cosa di altro avete rinunciato e quale rapporto avete con la tecnologia? mi pare per esempio che siate molto social, o sbaglio?

Non ci focalizziamo molto su quello a cui abbiamo rinunciato. Se abbiamo rinunciato a qualcosa, tipo una maggior privacy o tranquillità, l’abbiamo fatto in maniera consapevole, disposti a pagarne il prezzo. Prezzo, a dire il vero, veramente esiguo per quello che ne otteniamo in cambio. Molto o poco è sempre una questione di punti di vista. L’Arte del Vivere con Lentezza è un’associazione di volontariato che opera nel suo piccolo in Italia e nel mondo, perciò siamo quasi costretti a essere un po’ social. Ma di noi uno solo ha un account Facebook personale, che peraltro vorrebbe chiudere, ma teme di offendere gli amici e così rimanda all’infinito. E’ una forma di gentilezza. Noi ringraziamo molto la tecnologia se ci permette di rimanere in contatto con i nostri studenti e donatori indiani, cosicché i primi non muoiano di fame, in questo periodo di coronavirus, e i secondi continuino a fare il proprio dovere per avere un karma migliore. Ringraziamo la tecnologia se ci permette di avere un rapporto con la banca o con la Pubblica Amministrazione senza spostarci dal nostro piccolo villaggio a 400m sulle colline piacentine: Vicobarone di Ziano Piacentino. Ringraziamo la tecnologia se ci permette di rimanere in contatto con i detenuti con cui avevamo progetti e che hanno avuto misure alternative al carcere. Dosi omeopatiche di tecnologia e informatica sono eccezionali.

Una domanda che magari vi parrà stupida. Ma in questi mesi di coronavirus la parola che, forse seconda solo a ‘medici’, ‘infermieri’, ‘state a casa’, ha occupato le cronache è ‘soldi’. Soldi in riferimento ai provvedimenti governativi, all’Europa, alle dichiarazioni stupidine di molti politici nostrani. In sottopancia sembrava scorrere l’appello, ovviamente non osato pronunciare, ‘stampate moneta’, che tanto ….. Allora la domanda è: visti da voi, cosa sono i soldi, che è la moneta? Meluzzi in questi giorni mi ha dato questa definizione: «La moneta è qualcosa di irreale, che la gente prende, accetta perché pensa serva a fare qualcosa, e ci fa qualcosa».

Abbiamo sempre condiviso il detto che le parole sono scarpe troppo strette per esprimere un concetto e il proverbio sufi «è vero quello che dico ed è vero esattamente il suo contrario». Se i soldi sono un mezzo per vivere una vita sobria, e per aiutare altri a vivere una vita altrettanto sobria, quanti soldi servono? L’università di Rotterdam, nell’ambito dello studio sulla felicità, aveva stabilito che ogni persona una volta in grado di soddisfare i bisogni primari (casa, salute, istruzione) più magari qualche sfizio modesto, come pizza e piccole vacanze, non diventa più soddisfatta/felice se aumentano i soldi. Condividiamo e mettiamo in pratica. Da anni preferiamo avere tempo gratuito da dedicare a noi stessi (meditazione, libri, crescere una bambina, farci da soli i lavori in casa per renderla più confortevole ecc.) e a quegli ‘altri’ che la vita ci fa incontrare, piuttosto che avere i soldi come pensiero fisso. So che diamo l’impressione di avere tanti soldi e, per pudore, mai raccontiamo la nostra situazione economica, a volte assai difficile, ma di fondo abbiamo fiducia nella vita, o, se preferite, in Dio, o, se preferite, nell’Universo, che in qualche modo si prenderà cura di noi. Potremmo addirittura spingerci a dire che crediamo nei miracoli, come diceva madre Teresa di Calcutta, quando i soldi servono arrivano. Nella misura giusta.

Veniamo alla crisi da coronavirus che stiamo vivendo. Come l’avete vissuta voi e come l’avete vista vivere dal resto del Paese?

Tenendo conto anche del nome della nostra piccola associazione, e partendo dalle nostre travagliate vicende personali, noi abbiamo sempre creduto che a livello di singole persone se non rallentiamo la vita ci obbligherà a farlo. I giornali sono pieni di testimonianze di vip e meno vip che dicono la stessa cosa, magari riferendosi a una malattia, a un incidente o ad un dissesto economico. Anche se forse non ci aspettavamo uno stop mondiale di questa caratura. Qualcuno farà tesoro di questa esperienza e ne uscirà cambiato in meglio, qualcuno sarà arrabbiato, stanco e depresso e ne uscirà cambiato in peggio, qualcuno starà trattenendo il fiato in attesa che torni tutto come prima. Natalia Aspesi, in un’intervista, dice che ne usciremo più cattivi. Potrebbe non essere lontana dalla verità. Noi siamo fortunati, siamo 7 persone dai 5 agli 88 anni più un barboncino, che vivono in spazi non angusti con un discreto giardino. La casa è l’ultima del villaggio, con alle spalle solo vigne dove abbiamo potuto fare piccole passeggiate in tutta sicurezza. Non possiamo fare altro che ringraziare almeno 100 volte al giorno. Unico neo, la reazione della bimba di 5 anni che, da piena di vita quale è, dopo più di 2 mesi di ‘iorestoacasa’, sta diventando iper-attiva con difficoltà di concentrazione. I bambini in età pre-scolare sono stati completamente abbandonati sulle spalle delle famiglie. Per esempio, cara Margherita, per rispondere a queste domande nessuno di noi ha mai avuto più di 3 minuti di concentrazione, continuamente e alternativamente interrotti e distratti dalla nostra piccola principessa che, tra le altre cose, ha anche interrotto il pisolino pomeridiano che ci faceva tirare il fiato.

Cosa a voi ha ‘detto’ questa crisi? Quale ‘lezione’ ci leggete?

Non vorremmo sembrare smorfiosi, ma questa crisi non ci da lezioni, ma conferme. Stefano Boeri, il noto architetto e urbanista, dice: «andiamo ad abitare nei piccoli borghi». Noi ci abbiamo riflettuto 10 anni fa e abbiamo agito di conseguenza. In tanti scrivono o dicono che occorre rallentare, trovare un modello economico più umano, imparare a stare da soli, non dipendere dalle situazioni esterne, sapersi adattare, imparare a fare sacrifici, diventare altruisti, ecc. Anche di questo abbiamo fatto la nostra vita almeno da 15 anni.

C’è chi immagina (magari spera) che dopo questa crisi molto cambi, sia in termini economici sia in termini sociali e nel nostro rapporto con il pianeta. Voi come immaginate il post-coronavirus?

Immaginare, sperare, presupporre sono esercizi mentali che non cambiano la vita. Occorre ‘fare’, ‘costruire il presente per migliorare il futuro’. E le azioni devono avere tempi lunghi, durare nel tempo, 10-20 anni o una vita. Sono le piccole azioni quotidiane prolungate nel tempo, negli anni, che producono grandi cambiamenti, siano essi sotto i riflettori o in penombra. Possiamo solo augurare a tutti coloro che si sono messi a disposizione degli altri in questo durissimo periodo, che continuino a farlo. Magari cambiando modo o luogo, ma mantenendo per sempre il loro scopo, il loro ikigai, che contempla sempre la comunità di appartenenza. La speranza è invece rivolta alle persone che in Italia, in India o nel mondo vivono di un’economia del quotidiano riescano a non morire di fame. Perché le famiglie dei nostri piccoli e grandi studenti in India in questo momento rischiano davvero di morire di fame piuttosto che di Covid19. Abbiamo ancora troppo vivo il ricordo delle dichiarazioni di vip e meno vip dopo l’11 settembre. Anche allora in troppi hanno detto o scritto di buoni propositi e intenti, ma in poco tempo è tornato tutto come prima. La differenza è sempre tra il ‘dire’ e il ‘fare’. E poi la storia ci dice che dimentichiamo in fretta, che non abbiamo memoria.

L’economia del post-coronavirus sarà forzatamente rallentata (abbiamo provato a vederne i perchè anche noi), a Vostro avviso questa forzatura determinerà uno scoprire la positività di una economia lenta, che non significhi ‘in recessione’, e poi, nel tempo, il consolidamento di tale ‘lentezza’?

L’economia post-coronavirus sarà a immagine e somiglianza dell’uomo post-coronavirus. E di questo abbiamo detto poco fa. In generale, la saggezza, la lentezza, l’umanesimo, l’altruismo sono come il sonno: non si possono forzare. Più vuoi dormire e più sei sveglio come un grillo. L’essere migliori è un’azione consapevole e personale che dura nel tempo. Troppo spesso sentiamo o leggiamo forme verbali impersonali come: ‘Bisogna’, ‘Occorre’. Questa terminologia è deresponsabilizzante e non consente di sapere chi fa che che cosa, ma è sempre non ben precisato altro da me. Anche alla piccola di casa stiamo insegnando: mi impegno/ci impegniamo.

Mi avete detto dei vostri impegni nel sociale. Vorrei capire bene cosa state facendo in India.

Vivere con Lentezza è una riflessione che portiamo avanti da anni, ma dal 2005 si è formalizzata in associazione (i tre che rispondono alle domande sono naturalmente tra i soci fondatori) e proprio come organizzazione di volontariato L’Arte del Vivere con Lentezza portiamo avanti vari progetti sociali. In particolare in questo periodo di ‘isolamento’, il progetto India e quello nelle carceri hanno subito drastici mutamenti. In India ci concentriamo normalmente sull’educazione delle bambine e delle ragazze di Jaipur che vivono in condizioni di estrema marginalità all’interno di uno slum. Educazione come diritto ad un futuro migliore, ma anche ad un presente, che permetta loro di vedere un pezzetto di mondo diverso da quello dove sono nate. Andare a scuola fuori dallo slum permette un primo grado di inserimento nella società locale, che aiuta nella ricerca di un lavoro dignitoso, ma anche nello sviluppare quell’autostima di base che permette di sfuggire a soprusi vari. In questo momento, però, le risorse che erano dedicate alle rette scolastiche e universitarie sono state ricollocate per cibo, medicine e beni di prima necessità (non dimentichiamoci che qualcosa come gli assorbenti sono un prodotto che non viene distribuito facilmente a livello locale). Abbiamo anche attivato la rete di conoscenze che abbiamo costruiti in quasi vent’anni affinché si facessero dare permessi speciali per la distribuzione di pasti caldi in loco (anche a Jaipur è in vigore un lockdown, la cui fine non è ancora stata fissata con certezza). Dal 22 febbraio non abbiamo più potuto entrare nelle carceri, dove ci occupiamo di gruppi di lettura e riflessione, dove i detenuti possano usare in modo positivo il tempo di ‘sosta’ per avviare un percorso personale di revisione della scala di valori e della propria filosofia personale. Entriamo come minimo tre giorni a settimana in tre Case Circondariali (Pavia, Lodi, Piacenza), ma in occasione di collaborazione con altre realtà capita di essere quotidianamente in carcere, in Istituti diversi, incluso il minorile. In questi giorni manteniamo contatti epistolari (quando è possibile inviamo anche libri) con i detenuti che conosciamo, sentiamo le famiglie (i colloqui sono stati sospesi), sosteniamo a distanza le persone che hanno potuto accedere alle misure alternative alla carcerazione.

E poi dovete pure occuparvi delle Giornate della Lentezza!
Già! Fra le nostra iniziative più note c’è la Giornata della Lentezza, evento di comunicazione sociale dove per anni abbiamo invitato le persone a rallentare. Ma pensando che le ‘Giornate’ sono forse troppe, da quest’anno abbiamo avviato gli anni lenti (2020), e i recenti fatti ci stanno dando ragione. La data quest’anno sarebbe caduta curiosamente il 4 maggio.

 

Bene! Auguriamoci allora, che il 4 maggio sia lento, che si trovi in noi la saggezza di essere lenti nella ripresa, perché se no -meglio essere chiari e meglio che proprio tutti insieme lo si capisca- ritorniamo in ‘letargo’, e la lentezza comincerebbe essere troppa e soprattutto -e questo non andrebbe bene- frutto di stupidità.

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