mercoledì, Agosto 21

Noi non-mainstream

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«Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». E ‘Anna Karenina‘ che c’entra? C’entra. Perché quello che voglio dire è che tutti idiscorsi mainstreamsi somigliano  -anzi, tecnicamente sono equivalenti e invece ogni altro discorso se ne frega del mainstream a modo suo.
Per analogia, significa forse che mainstream è uguale a felicità e non-mainstream a infelicità? Per niente: è solo una coincidenza lessicale, questa, quella che conta è l’analogia logica  -che ribadisco e rivendico. D’altronde non è che Lev Tolstoj, pure se è un genio, potesse immaginare nel dettaglio lo sviluppo, un secolo e mezzo dopo i suoi tempi, della civiltà dei consumi materiali e simbolici. Quindi mi tengo l’efficace parallelismo, scarto l’obiezione secondo cui mi starei così auto-infliggendo  -da uomo non-mainstream- la patente di infelice, e tiro dritto nel discorso prima di perdermi del tutto.
Volevo dire che tutti quelli cheparlano il mainstreamlo fanno, secondo me, solo in parte perché ci credono (cioè, perché credono che il mainstream racconti la realtà -anzi: sia la realtà), ma in parte quasi altrettanto rilevante, se non di più, perché così sanno che i loro discorsi somigliano a quelli di quasi tutti gli altri. Ossia, che parlando il mainstream essi stessi somigliano a quasi tutti gli altri: così fanno parte di una comunità, della più grande e più stabile, in cui tutti sono mainstream-parlanti. Esemplificando: vengono a conoscenza delle stesse notizie, e di quelle parlano; si svagano negli stessi modi, e quelli si scambiano; organizzano le proprie risorse secondo gli stessi obiettivi, e su ciò si mostrano tutti molto competenti (competitori tra loro, talvolta, oppure solidali, se riescono a trovare un comune nemico non-mainstream). E’ normale. Chi è quello cui piace auto-emarginarsi? Giusto uno un po’ bislacco. La stragrande maggioranza della gente, invece, sa che se la sera, a casa, si immerge nel mainstream che gli offre la civiltà dei consumi materiali e simbolici, il giorno dopo avrà il proprio posto assicurato nella grande e stabile comunità in cui si parla una stessa lingua. Crederci o non crederci è questione di buone maniere. Non diversamente dall’etichetta della società dei tempi di Tolstoj.
E i non-mainstream? Sono tutti diversi a modo loro. Non sentono tutti le stesse notizie, non si svagano tutti allo stesso modo, non perseguono tutti gli stessi obiettivi  -si sottraggono pervicacemente all’immersione nel mainstream dalla sera alla mattina e dalla mattina alla sera. Col risultato, ovvio, che questi sono  -agli occhi della stragrande maggioranza-  i bislacchi, e bislacco è il loro modo di parlare (per non dire del modo di pensare non-mainstream, che i mainstream -credo- immagineranno come una roba davvero aliena). Fanno comunità, i non-mainstream? Semmai lo fanno, sono comunità piccole e instabili  -il contrario di quella lì, ultra-maggioritaria.
Il Primo Maggio al Centro Sociale Occupato Forte Prenestino di Roma, per esempio, è un appuntamento periodico di una delle loro piccole comunità: là -sono sicuro (anche se ci sono andato solo una volta in vita mia, sei giorni fa)- non c’è nessuno che spenda un solo minuto della propria giornata ordinaria appresso alle notizie, agli svaghi o agli obiettivi mainstream. Non sanno proprio che roba sia, beati loro.
Io? Be’, mainstream non sono. Ma se ho appena ammesso che in 51 anni di vita a Roma, l’unica volta che ho fatto il Primo Maggio al Forte è stata questa, diciamo che anche le comunità piccole e instabili non-mainstream non sono proprio una calamita esistenziale, per me. Ho il mio amore, pochi amici, qualche altro compagno, tante letture, tanti esperimenti… E sono felice così.
Ma lo sapevo che mi sarei perso nel discorso: non c’entra niente quest’ultimo capoverso sul mio privato!
…Volevo dire, che oggi il mio discorso che se ne frega del mainstream, se ne frega a modo suo (mentre oggi stesso leggerete e ascolterete  -e pronuncerete, temo- discorsi mainstream che si somigliano tutti: anzi, che tecnicamente sono un solo discorso). E se ne frega riprendendo un tema che non è alla ribalta della cronaca, oggi, perché oggi il mainstream non aveva necessità di parlare di qualche centinaio di morti migranti per mare o per terra.
Non che non ce siano stati  -di morti, tra ieri e oggi-: quelli ci stanno sempre. Ma oggi si parla d’altro. Di qualsiasi cosa. Si pensa ad altro, ed esiste altro  -e nient’altro che quello.
Concludo davvero. ‘Let’s save them all!‘  -invece- per me vale sempre. Anche quando non c’è sul mainstream la notizia fresca di tanti affogati al chilo. E sono abbastanza contento di aver trovato, spigolando sulla stampa internazionale  -cosa che il mainstream italiano rifugge-, qualche altra voce in accordo col mio slogan: Maximilian Popp su ‘Der Spiegel‘, Nicola Perugini su ‘Al Jazeera‘, Claude Calame su ‘Le Temps‘ (Svizzera), Simon Allison su ‘Daily Maverick‘ (Sudafrica) e Josè Ignacio Torreblanca su ‘El Paìs‘. Tutto qui.
Buona settimana.
(Ma può sub-finire così un pezzo? Un articoletto non-mainstream sub-finisce come gli pare, per definizione.)
Finale vero. Un bel campione del non-mainstream è stato questo tipo qui, che per tutta la vita non si è filato le convenzioni e i crocicchi del tempo suo, è stato onesto e gentile con tutti, non si è compromesso con nessuno, ha avuto pochi amici carissimi, tanta ostilità intorno (ingiustificata, ma davvero non sapevano che idea farsi di lui), ha lavorato semplicemente come un artigiano scrupoloso, e ha pensato con la concentrazione e la vastità del filosofo immortale.
Se Spinoza fosse stato mainstream appena appena, l’Ethica non l’avrebbe scritta nessuno mai.
Ancora buona settimana a tutte e tutti.

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