lunedì, Novembre 11

No Deal Brexit: ora cosa ci succede? L’economia europea post-Brexit di beni e servizi è appesa a due fili: uno è manovrato dai negoziatori europei, l’altro è scosso da Boris Johnson

0

Boris Johnson è il nuovo Primo Ministro britannico. La sua personalità è molto ambigua e ha lasciato perplessi molti commentatori, ma qualcosa è certo: il nuovo premier non ha alcun timore quando si parla di una Brexit senza accordo. La sua campagna elettorale per le ‘primarie’ del Partito Conservatore e Unionista si è fatta forte di una promessa: «Se sarò eletto leader dei Tories, usciremo dall’UE prima del 31 ottobre, con o senza accordo. Lo faremo».

Ora che Theresa May è fuori dai giochi, le trattative andranno avanti tra Johnson e il capo negoziatore UE, Michel Barnier – sempre se di trattative possiamo parlare. Infatti, Barnier ha fatto sapere che «una Brexit senza accordo non sarà mai e poi mai la scelta dell’Unione Europea», limitandosi ad auspicare «trattative costruttive» ed evitando di chiarire l’oceano di ostacoli che divide le visioni delle due parti.

Barnier, ai microfoni di ‘BBC’, afferma con un sorriso che «siamo pronti» – forse lo saremo anche, ma lo siamo più sul lato politico che da quello economico (e finanziario). Dopo il referendum Brexit del 2016, si era predetto un collasso ‘argentino’ del Regno Unito. Nell’immaginario collettivo Londra era già assimilabile alla Buenos Aires del 2002. Sarebbe bastata solo l’ufficiale effettività dell’uscita inglese per sentire il castello di carte britannico tonfare a terra e nel Tamigi. Ma la storia è proseguita in maniera molto più avviluppata e travagliata – e le preoccupazioni aumentano a 94 giorni dal ‘fine corsa’ delle trattative.

Sul lato politico, la Brexit è una ‘Caporetto’ sommata ad un ‘48’ nell’annuario dell’integrazione europea. Mentre nel campo economico (e forse finanziario), come in quello della tutela dei cittadini europei nel Regno Unito, la situazione – pur non essendo estremamente tragica – non si prospetta tanto migliore.

 

I rischi per gli europei nel Regno Unito

I cittadini europei che vivono nel Regno Unito potranno rimanere e continuare a vivere sotto la Corona inglese – ma solo dopo aver compilato carte e aver dimostrato di aver lavorato e vissuto in modo continuo per almeno cinque anni nel Regno Unito. La Scozia ha già aperto le braccia diplomatiche e politiche ai cittadini europei, ma un ‘no deal’ potrebbe vanificare tutto per i ‘new comers’ e per chi non rientra nei parametri del ‘settled status’.

Nel caso di Brexit senza accordo si formulerebbero nuove restrizioni e parametri stringenti per poter lavorare o studiare nel Regno Unito – come, ad esempio, un sistema basato sulle capacità e le abilità lavorative. E non dimentichiamo che quei lavatori europei molto spesso inviano (gran) parte dei loro guadagni salariali nei Paesi di provenienza per mantenere la propria famiglia e i propri cari: il Regno Unito è il terzo Paese in UE per rimessa – cioè per invio di soldi verso altri Paesi membri. Nel 2017 da Londra sono stati inviati 9 miliardi di dollari (circa 8 miliardi di euro) – di cui 1,8 miliardi in Francia, 1,3 miliardi in Germania e 1,1 miliardi in Polonia. E notiamo che la comunità polacca che lavora nel Regno Unito conta quasi 1 milione di persone.

 

I rischi economici per l’Unione Europea

Partiamo con il dire che l’economia del Regno Unito è cinque volte più vulnerabile rispetto al resto dell’Unione. Nonostante questo, Irlanda, Germania, Repubblica Ceca, Francia e Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) hanno il fiato sospeso e, in questi 94 giorni di attesa, rischiano l’asfissia.

Anche se il mercato europeo è un blocco unico, ogni Stato coltiva la propria relazione con Londra per il movimento di beni, servizi, persone e capitali. I rischi principali vanno dalla possibilità di interruzioni commerciali per via di nuove tariffe alla frammentazione della filiera produttiva e alla limitazione dei servizi.

L’Irlanda è in prima linea: il pericolo lo ha difronte. Circa il 14 percento delle sue esportazioni giungono nel Regno Unito, ma non finisce qui: le merci irlandesi – quasi tutte – passano per le infrastrutture britanniche e merci come carne e latticini – che sono le principali merci esportate da Dublino – rischiano dazi pesantissimi.

La Germania e i Paesi Bassi seguono a ruota: Berlino esporta 800 mila macchine ogni anno (14 percento della produzione nazionale) e Amsterdam patirebbe per via del cosiddetto ‘effetto Rotterdam’ – per il quale i costi politico-economici (dazi) ricadono solo sui consumatori finali dei prodotti.

Eppure, secondo un recente studio della Università di Leuven (Belgio), il fatto che il mercato europeo sia unico e collegato determina che «un effetto negativo in qualsiasi punto della filiera produttiva o dei servizi ha effetti sul funzionamento generale della catena di valore. Infatti, la percezione che la Brexit possa danneggiare solo i Paesi più ad ovest è falsa». L’intera Unione è in pericolo.

Secondo lo stesso studio, una ‘no deal Brexit’ avrebbe effetti tremendi sul settore alimentare e su quello tessile. 112 mila posti di lavoro bruciati in tutta Europa – per quanto riguarda il settore alimentare – e 130 mila – per quanto riguarda quello tessile – di cui in gran parte in Italia, Belgio e Portogallo.

Un altro settore che verrebbe fortemente svantaggiato è quello dei prodotti petrolchimici, farmaceutici e chimici: si parla di una possibile perdita di 14 miliardi di euro – in valore aggiunto.

Lo studio dell’Università di Leuven conferma «l’importanza del commercio di servizi per garantire un’economia aperta. Nelle moderne catena di valore, i beni e i servizi sono spesso raggruppati e venduti come un unico pacchetto. Le barriere commerciali sui beni hanno, quindi, un impatto negativo sui servizi relativi (e viceversa)». 

 

I rischi (o vantaggi) finanziari per l’Unione Europea

Londra è un centro finanziario da secoli e, in Unione Europea, è il più avanzato polo finanziario: il Regno Unito gestisce ingenti servizi di prestito, ‘currency trading’, contratti assicurativi e gestione patrimoniale. In vista della Brexit, le società finanziarie inglesi si sono mosse in anticipo ritagliandosi uno spazio giuridico nell’Unione Europea per continuare a fornire questi servizi.

La politica londinese conosce bene il livello di prestigio della propria ‘macchina finanziaria’ e la vuole tenere ben oleata e carburata. Infatti, per mantenere i giri del motore, i legislatori britannici hanno già cercato di mitigare gli ‘effetti Brexit’ approvando un regime di autorizzazioni temporanee per consentire alle imprese europee di accedere al mercato UK e per dare accesso continuo ai mercati assicurativi svizzeri.

Il ‘New York Times’ avverte, inoltre, che l’addio del Regno Unito potrebbe trasformarsi in un vantaggio per i Paesi europei: alcune imprese potrebbero spostare la propria sede nell’Unione a 27 Stati membri. I migliaia di posti di lavoro, in arrivo da Londra, potrebbero sbarcare a Francoforte, Parigi, Amsterdam e Dublino, ma anche in Lussemburgo dove sono attratti i gestori patrimoniali.

Insomma, sotto il punto di vista finanziario sarebbero problemi (quasi) soltanto per i londinesi, mentre nel caso di persone, merci e servizi il caos rischia di scoppiare anche in Unione Europea. L’onda anomala che si inizia a propagare dalla Manica minaccia tutto il mercato unico, i suoi lavoratori, i beni e servizi che offre. I negoziatori e gli economisti incrociano le dita per una ‘soft Brexit’ con accordo, ma sembra essere tutto in mano del nuovo premier, Boris Johnson, che non sembra contemplare mezze misure.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore