giovedì, Marzo 21

Nicaragua: una crisi annunciata Nessuna sorpresa per il Nicaragua. Ecco tutti gli indizi che lasciavano presagire la crisi odierna

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Mentre l’America Latina si focalizza, da una parte, sull’intenso programma elettorale di alcune aree e, dall’altra, sulle nuove opportunità politiche all’orizzonte, il Nicaragua continua a vivere una situazione tragica. Fino a poco tempo fa, il Paese era da annoverarsi tra i luoghi più sicuri del Sudamerica, nonostante il tasso di povertà del continente rimanesse comunque alto. Mentre, infatti, gli omicidi nella vicina Costa Rica, in Honduras e in El Salvador erano rispettivamente di circa 12, 46 e 60 ogni 100.000 persone il Nicaragua di Daniel Ortega vantava un 6 eccezionalmente basso appena sopra la media degli Stati Uniti. Ma ora, le cose sono decisamente cambiate. Tutto ha avuto inizio quando i gruppi filogovernativi, ‘grupos de choque‘ (le note ‘forze d’urto’) hanno represso una manifestazione contro le riforme al sistema pensionistico del Nicaragua annunciata il 18 Aprile. 

La riforma in questione contemplava l’aumento del tasso di contributi previdenziali per gli individui dal 6,25% al ​​7% del reddito totale; per le società, dal 19 al 22,5%. L’occasione ha innescato rimostranze generalizzate culminate in un’altra manifestazione l’11 Maggio: posti di blocco in tutte le principali città, tra cui Managua, Leon, Granada, Chinandega e Masaya. Il giorno dopo, l’alto comando dell’esercito ha dichiarato che non avrebbe partecipato ad ulteriori repressioni contro i manifestanti ed ha invitato il Governo ad iniziare il dialogo; allo stesso modo del Consiglio Superiore delle Imprese Private, un gruppo in rappresentanza delle élite imprenditoriali del Paese. Le proteste, intanto, non sono cessate.

Da allora, si parla di centinaia di morti.

Le forze d’urto in questione, sono tristemente note in Nicaragua per la violenza usata nel reprimere le proteste anti-governative; ma, stavolta, l’impatto è stato diverso e l’indignazione, di portata superiore, tale da innescare ulteriori proteste ed ulteriori repressioni. Nessun dato è stato rilasciato ufficialmente dal Governo, ma si parla di oltre 300 persone rimaste uccise.

Ma è stato davvero tutto così improvviso ed inaspettato? 

Pare proprio di no. Secondo un’attenta analisi, si poteva già capire che il Nicaragua sarebbe stato presto travolto da un’ondata di guai. Sebbene i tempi fossero impossibili da determinare, non può parlarsi di sorpresa. Vediamo di capire perché.

Inevitabile che, in questa riflessione, compaia il nome di Daniel Ortega. Se il Paese fino a poco fa conosciuto come la seconda economia in più rapida crescita dell’area, è arrivato a questo punto di probabile non ritorno, lo si deve certamente al consolidamento del potere di Ortega negli ultimi 40 anni: rimozione dei limiti di mandato, caccia all’opposizione, controllo sui media e sul settore energetico statale. Dal primo mandato durato dal 1985 al 1990, Ortega, ha vinto la presidenza nel 2006 e da allora, nessuno l’ha più mosso da lì.

Quando il Nicaragua godeva ancora di una situazione serena e le prospettive economiche erano promettenti, per la popolazione, i modi e le aspirazioni autoritarie del presidente riuscivano a passare in secondo piano. Chi, invece, non aveva intenzione di chiudere occhio, non riusciva, però, nell’intento di coinvolgere i concittadini. Il tutto, nonostante la repressione del Governo in carica fosse diventata sempre più palese, dopo l’espulsione di accademici stranieri e le minacce rivolte a chi si opponeva al regime. La gente, poi, mano a mano che la situazione si è fatta più nitida, ha iniziato a comprendere.

Gli indizi, c’erano già da tempo.

Il primo potenziale campanello d’allarme, la graduale e costante erosione dei controlli e degli equilibri politici che ha spianato la strada ad Ortega permettendogli di governare quasi senza impicci, circondato dai suoi fedelissimi sempre al suo fianco. Il Presidente, a sua volta, ha continuato ad ignorare il sentimento che stava iniziando a covare la popolazione. Si fanno sempre più rare le sue apparizioni in pubblico, puntualmente organizzate quanto, in un certo senso, inutili. Le qualità che prima lo avevano reso una figura così accattivante per i suoi compatrioti, sembravano essersi dissipate nel nulla. E proprio quel completo distacco di Ortega, l’ha reso cieco, sorprendendolo alle prime manifestazioni della popolazione.

Semplicemente, forse, non sapeva -più- come agire: disabituatosi e disinteressatosi ad ogni critica, Ortega ha, così, optato per una violenza spietata, evitando qualsiasi tentativo di dialogo ed accusando persino la Chiesa di agire per conto della CIA. 

Il secondo indizio è da rinvenirsi sempre dallo stesso presidente e dalla popolarità basatasi sugli aiuti economici significativi provenienti dal Venezuela attraverso il programma Petrocaribe. Il ‘partenariato’ venezuelano è stato molto più vantaggioso per il Nicaragua di quanto non sia stato per il resto dei paesi coinvolti. Eh già, perché la messa in pratica dell’accordo ha garantito ad Ortega la ricezione di fondi senza che questi fossero inclusi nel bilancio nazionale. Ovvero, nessun controllo parlamentare e tanti vantaggi che gli hanno permesso di finanziare programmi rilevanti per i suoi più fedeli sostenitori. 

Con l’economia venezuelana in caduta libera, però, per Ortega le cose cambiano; il furbo sostegno agli alleati deve essere ridotto (tranne l’eccezione di Cuba), cosi come la spesa sociale.
E lui che fa? Piuttosto che optare per un pubblico affronto alle nuove realtà, prende decisioni a porte serrate, portando scontento tra i cittadini che, senza altre soluzioni, incominciano a riunirsi per le strade.

Ma non scordiamoci che nel quadro politico del Nicaragua, c’è anche il tema ‘corruzione‘. Sin dall’anno scorso, quando le cose andavano ancora bene almeno apparentemente, diversi interlocutori si sono lamentati di una scarsa supervisione in alcuni ambiziosi progetti, come quello del noto Canale del Nicaragua, l’ideato percorso navigabile tra il Mar dei Caraibi e l’Oceano Pacifico. Tanti i dubbi tra la popolazione che il piano fosse in realtà un perfetto sistema di riciclaggio di denaro gestito dal Governo stesso. Se tutto ciò sia vero non si sa, ma è semplice immaginare che la corruzione di massa avrà un impatto negativo sulla crescita del Paese.

«Ortega rappresenta una porta per una stanza buia. Non vuole che la porta si apra perché non vuole che tu veda cosa c’è dietro. Vuole rimanere al potere. E questa porta è fissata al muro con dei cardini», spiega l’analista Javier Arguello; «questi cardini sono le persone che triangolano tra la corruzione e lo status quo in Nicaragua». Ed ora, mentre i manifestanti chiedono la dimissione del loro presidente, la comunità internazionale appoggia la richiesta di dialogo nazionale mediante le elezioni anticipate nel Marzo 2019.

Ed ora, cosa rimane ad Ortega? Ciò che lo ha reso potente, non può essere rianimato. Anche se ora il presidente ha fermato i paramilitari, i manifestanti non vogliono fermarsi. Pare, infatti, che porteranno avanti il progetto di elezioni libere ed eque, inaccettabili per il leader di 72 anni. In più, i timori di una reazione elettorale alle elezioni presidenziali del 2021, sta allontanando sempre di più gli alleati dal leader sudamericano.

Con un contesto macroeconomico negativo caratterizzato da alti tassi di interesse e bassi prezzi delle materie prime che potrebbero ridurre le prospettive di crescita in tutta l’America latina, possiamo aspettarci che crisi politiche e proteste simili emergano altrove, in particolare dove i cittadini sentono che il dialogo aperto non è più un’opzione. Le proteste potrebbero ancora divampare in Honduras, dove i cittadini sono sempre più impazienti di Juan Orlando Hernández, rieletto in un’elezione vista come irregolare da molti, tra cui l’Organizzazione degli Stati americani. Altri paralleli evidenti in Bolivia, dove Evo Morales, originariamente leader popolare, sta cedendo alle tentazioni autoritarie. Farebbe bene ad imparare dagli errori di Ortega.

Le proteste antigovernative e la brutalità con cui sono state represse, poi, non possono che ricordare chiaramente la crisi politica del Venezuela degli ultimi anni. Il duo, avvertono i critici, sta seguendo le stesse tattiche dei leader di Caracas. Anche Ortega ha cercato di rimanere al potere senza termini, pensando solo poco fa ad un suo seguito, -pur se a lui comunque molto vicino-. Come Chavez, uguale la tattica della manipolazione di leggi elettorali,  la repressione degli oppositori, il controllo della polizia nazionale, della Corte Suprema e dell’intero meccanismo legislativo, la limitazione della libertà di espressione e la repressione dei media indipendenti. Ed ora, in pochi mesi di ‘disordine’, il bilancio delle vittime in Nicaragua, ci fa presagire addirittura cose peggiori rispetto al Venezuela.

Gli analisti, intanto, pensano che la politica estera degli Stati Uniti sia l’ultima speranza del Nicaragua per il cambiamento. Secondo Arguello, infatti, un ruolo importante lo avrebbe il Nicaraguan Investment Conditionality Act, un disegno di legge in attesa di un voto al Congresso, che attuerebbe sanzioni e bloccherebbe l’assistenza delle organizzazioni multilaterali finché il Nicaragua non adotterà alcuni provvedimenti per ripristinare lo stato di diritto e la democrazia. «Penso che un equilibrio strategico, chirurgico, intelligente, con politiche e sanzioni sia meglio che voltare le spalle o sparare». Ma attenzione, perché gli Stati Uniti dovrebbero agire presto, altrimenti si ritroveranno un altro esodo al loro confine.

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