lunedì, Dicembre 16

Nicaragua: gli studenti contro le pensioni ma non solo Più di trenta morti nelle proteste di piazza contro la riforma delle pensioni. Ma le manifestazioni stanno diventando protesta generalizzata contro l’establishment

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Non si placa la protesta in Nicaragua. Da cinque giorni, ossia da quando il Governo ha reso ufficiale la riforma sul regime pensionistico, la Polizia -spalleggiata da membri della Juventud Sandinistasta reprimendo in forma violenta le manifestazioni di protesta contro questa misura. Il bilancio, al momento ufficioso, parla ormai di una trentina di morti. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati il giornalista Angel Gahona, freddato da una pallottola della Policia Nacional mentre seguiva le manifestazioni nella città di Bluefields, sulla costa atlantica nicaraguense, e due studenti di Ticuantepe. Domenica sera, un attacco a sorpresa delle truppe antisommossa ha causato la morte di altri quattro studenti nel recinto della UPOLI, il Politecnico di Managua. I feriti sono centinaia, così come alto è anche il numero dei fermati, su cui le autorità mantengono il più stretto riserbo.

Il Presidente Daniel Ortega ha aspettato fino a sabato per apparire in una cerimonia ufficiale e riferirsi agli scontri. Dopo un lungo preambolo sulla storia recente del Paese, ha accusato i manifestanti di essere manipolati dall’opposizione e di essere quindi i responsabili dello stato d’emergenza che sta vivendo il Nicaragua. In particolare, si è riferito al fatto che nella protesta si siano inseriti agenti esterni con legami con il narcotraffico e altri non specificati interessi che hanno però il compito di destabilizzare il Paese.

Alla radice della protesta, vi è la riforma sulle pensioni, approvata il 16 aprile e che prevede l’aumento dei contributi che dovranno versare sia i datori di lavoro (dal 19% al 22,5%) che i lavoratori (dal 6,25% al 7%), oltre a decretare una diminuzione del 5% del valore delle pensioni attuali. La decisione, definita dal Governo necessaria per sanare il deficit dell’ente pensionistico statale, l’INSS, ha però scatenato la protesta. Gruppi di studenti, lavoratori e pensionati sono scesi in piazza, trovandosi quasi subito a fare i conti con le squadre della Juventud Sandinista, chiamate all’azione da un appello della vice presidente Rosario Murillo, moglie di Daniel Ortega, per difendere la riforma del Governo.

Gli scontri sono stati violenti, soprattutto nelle giornate di venerdì e di sabato. Non solo nella capitale Managua, ma in tutte le principali città del Paese le battaglie campali si sono susseguite con bilanci tragici. A Managua si sono vissute ore di tensione all’interno e nei pressi della Cattedrale, dove si era rifugiato un centinaio di studenti universitari. Nonostante la mediazione dell’arcivescovo Silvio Báez, la Polizia ha tagliato l’elettricità del tempio, sparando e lanciando gas lacrimogeni.
A Granada i manifestanti hanno dato fuoco al Comune, mentre a León i giovani sandinisti per rappresaglia hanno distrutto le installazioni di ‘Radio Darío’, emittente favorevole alle proteste. In numerose occasioni la Polizia ha sparato sui manifestanti ad altezza d’uomo. La cifra di dieci morti riportata dalle autorità non è una stima attendibile. Il Cenidh (Centro Nicaraguense de Derechos Humanos) non è in grado di confermare un numero esatto dei deceduti ma, attraverso la sua presidente, Vilma Núñez, ha annunciato che la situazione è molto grave. Il quotidiano ‘La Prensa’, la cui proprietà si oppone all’attuale Governo, parla di più di 30 morti. Al margine delle manifestazioni, sono stati segnalati vari episodi di saccheggio, mentre le principali linee internazionali di autobus hanno sospeso a tempo indeterminato i loro viaggi in Nicaragua. Stati Uniti e Costa Rica hanno emesso dei comunicati in cui invitano i loro cittadini a non recarsi in Nicaragua.  

Alla luce degli eventi, il Presidente Ortega ha annunciato nel pomeriggio di domenica il ritiro della riforma, ciononostante la contestazione ha assunto, con il passare delle ore, un carattere più vasto. Gli studenti, soprattutto quelli della UNA e del Politecnico, marciano ora per protestare contro la corruzione del Governo e per rivendicare una maggiore libertà di informazione. In effetti, nella giornata di giovedì, in un intento di evitare che il malcontento si estendesse nel resto del Paese, le autorità hanno applicato il black out per diverse ore di quei canali televisivi ritenuti oppositori. Gli sforzi di Ortega e del suo Governo in questo momento sono rivolti proprio al fatto di evitare che la protesta diventi generalizzata e si trasformi in una rivolta contro l’establishment. Nelle ultime ore, infatti, è stato mobilitato anche l’Esercito che sta pattugliando le zone dove il conflitto si è fatto più intenso. Diverse pattuglie sono state dislocate a protezione dell’aeroporto internazionale ‘Sandino’ di Managua e delle installazioni statali di questa città.  

Daniel Ortega, 72 anni, la principale figura della rivoluzione sandinista che nel 1979 abbattè la dittatura di Anastasio Somoza, è stato alla guida del Nicaragua da allora fino al 1990. Successivamente, è stato rieletto alla presidenza per un secondo periodo che è iniziato nel 2007. Nelle più recenti elezioni, quelle del 2016, ha ottenuto praticamente un plebiscito (72,4%), favorito però da una decisione della Corte Suprema che aveva proibito la partecipazione di un’opposizione organizzata. Da allora, la centralizzazione del potere ha esasperato alcuni settori della popolazione, determinando il nascere di una polarizzazione che è alla base degli scontri di questi giorni.

Intanto, le centrali studentesche e il Cosep (la Confindustria locale) hanno fatto sapere che per aprire la via del dialogo proposta dal Governo con il ritiro della riforma sono necessarie alcune condizioni. Tra queste la fine della repressione attuata dalla Polizia, il rilascio di tutti i manifestanti detenuti e il reintegro delle libertà di stampa e di espressione. Ortega ha risposto dicendo che non si farà condizionare da queste richieste. Al momento, l’intenzione del Governo è quella di estirpare ogni protesta di piazza, senza importare i metodi e il grado di violenza usato.

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