sabato, Luglio 4

Next Generation EU: i frugali si convinceranno, il problema sono le regole I Paesi frugali «dovrebbero concentrarsi meno sulla negoziazione dei trasferimenti verso i Paesi più colpiti, e più su come vengono spesi i soldi», sostiene il Centre for European Reform, alla fine saranno convinti da quel che otterranno in cambio, ci spiega in questa intervista Jacob Funk Kirkegaard, del Peterson Institute for International Economics

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Il fondo di ripresa dalla crisi causata dal coronavirus Covid-19 proposto dalla Commissione, il ‘Next Generation EU’ «è macroeconomicamente significativo», la sua importanza e il suo significato è grandemente economico, scarsamente, però, politico. I Paesi frugali, quelli che rappresentano, secondo alcune narrazioni, il pericolo più grave in cui incorre il piano, il problema politico più appariscente, «dovrebbero concentrarsi meno sulla negoziazione dei trasferimenti verso i Paesi più colpiti, e più su come vengono spesi i soldi». A sostenerlo è lo un nuovo rapporto del Centre for European Reform, a firma di Christian Odendahl, capo economista, e John Springford, vicedirettore del Centro.

Per ottenere il sostegno dei Paesi del Nord e dell’Est «saranno importanti le regole che regoleranno il modo in cui vengono spesi i soldi.La Commissione propone che la maggior parte del finanziamento sia destinata a progetti di investimento, basati su sovvenzioni e prestiti. I soldi dovrebbero essere spesi in linea con le priorità dell’UE: le transizioni digitali e verdi».Approccio ragionevole, «poiché si concentra su beni europei comuni come la prevenzione dei cambiamenti climatici». E in fatto di attenzione al bene comune dell’Europa, l’UE, secondo quanto detto von der Leyen, punta «a proprie fonti di finanziamento dalle quote di carbonio e dalle tasse di frontiera sulle emissioni di gas a effetto serra, un’imposta sui giganti della tecnologia e un’imposta sulla plastica non riciclata». Azioni ragionevoli, secondo il Centre for European Reform.
Il fondo di ripresa
«non trasformerà l’UE in una unione fiscale, ma se gli Stati membri accetteranno la proposta della Commissione, gli investitori saranno più fiduciosi» nella capacità di trovare l’unità difronte a una grave crisi, «sia ora che in futuro». E questo sembrerebbe per il Centro, il vero e solo dato politico dell’iniziativa.

I due economisti, però, mettono in guardia dal puntare troppo sugli investimenti perché «i progetti hanno tempi di realizzazione lunghi e gli investimenti pubblici sono inclini alla corruzione e agli sprechi. Ecco perché lo stimolo fiscale viene di solito attuato attraverso i sistemi previdenziali e fiscali: tali misure aumentano rapidamente le spese».
Altro punto cruciale sarà «mantenere alta la qualità degli investimenti», specialmente, aggiungono, «in Ungheria e in altri Stati membri dove troppi soldi dell’UE affluiscono a persone vicine al governo». Dunque subordinare il finanziamento dell’UE al rispetto dello stato di diritto.

Il problema, dunque, sono le regole, che devono essere ferree e i paletti ben chiari, perché questa ingente quantità di soldi riesca produrre beneficio per i singoli Paesi e per tutta la UE.

Jacob Funk Kirkegaard, analista senior per l’area politiche economiche del Peterson Institute for International Economics (PIIE), originario di uno dei Paesi ‘frugali’ al centro delle attenzioni di questi giorni, la Danimarca, non vede nei frugali un problema tanto importante, né è convinto del significato politico del piano di Ursula, né nella mossa franco-tedesca dal quale il piano è originato.

Cosa pensa della proposta di Merkel e Macron in merito al Fondo di ripresa? È davvero un passo avanti verso l’Europa federale?
È un importante passo avanti per l’integrazione fiscale in Europa, compresi sia il debito comune che i trasferimenti fiscali. Non è tuttavia legato alla riforma politica, quindi ha poche implicazioni per una ‘Europa federale’.

E del Next Generation EU, il piano UE di prossima generazione?
Penso che in genere includa bene il piano di Francia e Germania, offrendo in particolare all’Europa orientale molte ragioni per sostenerlo. Il problema principale per me sono le nuove risorse proprie: non hanno molto senso.

Pensa che l’Unione avrà problemi a recuperare i fondi sul mercato?

Nessuno. L’UE ha una lunga storia di emissione di debito e i mercati dei capitali in euro sono profondi e la BCE è di fatto acquirente di ultima istanza.

Lei non vede nei Paesi frugali un problema. Perché i Paesi frugali e orientali dovrebbero accogliere il piano?
Perché ottengono importanti aumenti nel Just Transition Fund (Polonia / Ungheria / Slovacchia) e mantengono il sostegno agricolo (praticamente tutto). I Paesi frugali si oppongono alle sovvenzioni, ma dovranno scendere a compromessi, quindi le questioni principali sono le dimensioni e la distribuzione del quadro finanziario pluriennale normale, in quanto questo è il veicolo utilizzato per ‘corrompere’ tutti i Paesi per sostenere l’intero pacchetto alla fine. Sono abbastanza ottimista sul fatto che una soluzione sarà trovata entro luglio.

Alcuni dei suoi colleghi economisti sostengono che, essendo la Merkel molto interessata -per la sua stessa economia- all’attuazione di questo piano, se la negoziazione non producesse risultati, la Germania scaricherebbe i Paesi ‘frugali’ dell’Europa settentrionale e orientale e si procederebbe con una coalizione di ‘chi vuole starci’. Il che porterebbe all’Europa a due velocità e ulteriori spaccature tra i 27. Pensa che questa ipotesi sia realistica?
No – zero possibilità in quanto il quadro finanziario pluriennale richiede l’unanimità.

C’è chi sostiene che i 750 miliardi dovrebbero certamente essere inclusi nel bilancio europeo come previsto, ma non dovrebbero pesare sugli Stati, dovrebbero derivare da una maggiore capacità della UE di trovare ‘risorse proprie’. Lei mi pare non concorda?
Infatti, No. E ritengo errato prelevare, ad esempio, le entrate ETS dall’attuale destinazione verso progetti esplicitamente ecologici negli Stati membri, e invece semplicemente utilizzarli per il rimborso del debito. Ciò non spinge l’Agenda verde. Gli Stati membri dovranno accettare che pagheranno il nuovo debito attraverso le tasse più alte derivanti dall’aumento del PIL generato.

Come pensa che i mercati reagirebbero a una eventuale maggiore capacità fiscale della UE se, ad esempio, colpisse carbone, plastica, rete?
Penso che i mercati andranno bene, ma il problema è l’impatto politico. Gli europei hanno maggiori probabilità di accettare prezzi del carbone molto più elevati se sanno che i soldi vanno direttamente alla decarbonizzazione. Se invece vanno solo a rimborsare i debiti, il supporto sarà molto più basso.

La proposta di Ursula von der Leyen, la Next Generation EU, è un passo verso l’omogeneizzazione dei sistemi fiscali?

Vedremo, molti ci hanno provato, ma richiede l’unanimità, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo o altri possano sempre bloccarlo.

Secondo alcuni osservatori, si dovrebbe garantire che questi fondi non vengano assegnati alla gestione da parte dei singoli Stati, ma che siano gestiti, investiti, su proposta dei singoli Stati, ma direttamente da la Commissione . Cosa ne pensa?

Alla fine, dovrà essere creato un sistema in cui gli Stati membri possano suggerire progetti in determinati settori / regioni, ecc. per l’allocazione del denaro dal fondo centrale. La Commissione avrà la più grande voce in capitolo nella gestione di queste regole, ma alla fine penso che gli Stati membri proporranno progetti nell’ambito delle regole concordate.

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