domenica, Settembre 27

New Delhi – Ginevra: 14.000 chilometri di marcia per il bene comune "Abbiamo bisogno di una politica nuova, che si occupi del bene di tutti e non solo di qualcuno". Intervista a Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace

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Oggi, 2 ottobre 2019, parte da New Delhi, in India, la Marcia mondiale per la giustizia e la pace. Lunga 14.000 chilometri, ha come destinazione Ginevra e si preannuncia un evento straordinario per tentare di risolvere – si legge nel comunicato – «le ingiustizie, le disuguaglianze e le violenze che continuano a uccidere nel mondo», soprattutto «in un tempo in cui i problemi stanno diventando sempre più esplosivi».

Un anno di cammino – che dal 25 luglio al 7 settembre 2020 attraverserà l’Italia – per «diffondere il messaggio nonviolento di Gandhi e la voce dei senza voce della Terra» e che precederà di poche settimane una nuova grande Marcia PerugiAssisi prevista per domenica 11 ottobre 2020. Ieri mattina, presso il Sacro Convento di San Francesco d’Assisi, insieme con Padre Antonello Fanelli del Sacro Convento, è stato anche rinnovato un patto di collaborazione con Avani Kumar, figlio di uno dei seguaci di Gandhi e organizzatore della Marcia.

«Così non va e non può continuare. Serve una mobilitazione straordinaria. Un’altra economia è necessaria e urgente. Un’economia di pace e fraternità, fondata sul disarmo e la sostenibilità, rispettosa della dignità e dei diritti di tutti e di tutte» è il messaggio che accomuna le due marce. Il tema è unire le forze, includere, come aveva provato a fare Riace il cui modello Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace, aveva proposto di candidare al Nobel per la pace. Ed è proprio con Lotti che abbiamo tentato di chiarire obiettivi e ragioni di questa iniziativa che va in una direzione contraria quei sovranismi e nazionalismi i quali, al potere in molti Paesi nel mondo, negano la necessità di un cambio radicale di “sguardo” e di “una politica nuovache si occupi del bene di tutti e non solo di qualcuno“.

 

Quali sono le tappe di questa marcia e quali i Paesi che attraverserà?

Questa marcia, che non è quella Perugia-Assisi che faremo l’11 Ottobre 2020, è lunga più di diecimila chilometri, attraversa più di dieci Paesi e si concluderà a Ginevra, tra un anno, esattamente il 2 Ottobre. E’ un’iniziativa nata da dei gruppi che in India continuano ad appoggiare gli ideali e il metodo non violento di Gandhi, cercando di dare voce alle proprie terre. Capiscono l’importanza di una giustizia globale e non solo a livello nazionale. I problemi riguardanti l’economia minacciano le persone che perdono il lavoro, che non hanno più reddito che si ritrovano, all’improvviso, catapultati nella disperazione. E la crisi politica è lo specchio dell’ingiustizia planetaria che poi ha anche il volto della crisi climatica. Quella dell’ambiente e quella economica sono due crisi interconnesse che vanno affrontate insieme: risolvendo uno di questi problemi, si contribuisce a risolvere anche gli altri, ma è necessario affrontarli allo stesso tempo. 

Sono presenti anche le istanze dei migranti che sono costretti a lasciare i propri Paesi d’origine a causa di guerre, problemi economici e cambiamenti climatici?

Assolutamente sì. Ci sono più di 70 milioni di persone che sono state costrette ad abbandonare tutto, le proprie case, i propri affetti, i propri amici, le proprietà per cercare un luogo sicuro dove poter crescere i proprio figli. A questi 70 milioni, le Nazioni Unite aggiungono ben 120 milioni di persone che nei prossimi anni saranno costrette ad abbandonare tutto a causa dei cambiamenti climatici frutto di politiche economiche che continuano a sfruttare risorse comuni e a distruggere interi ecosistemi dove diventa impossibile continuare a vivere, dove diventa impossibile, magari, coltivare un campo o allevare degli animali. Quindi milioni e milioni di persone saranno costrette a migrare perché inevitabilmente quello che è stato previsto da molti anni è diventato realtà sotto i nostri occhi. Ecco perché questa marcia vuole cercare, prima di tutto, di sollecitare un passaggio, quello dalle parole ai fatti: è necessario intervenire, non si può più continuare a fare finta di niente. 

Perché avete scelto l’India come punto di partenza? Perché è uno di quei Paesi che deve iniziare a riflettere sui propri metodi di produzione?

Certamente, ma anche perché è uno di quei Paesi dove le industrie sono state per lo più installate da noi occidentali e questo ci rende tutti corresponsabili. Non possiamo pretendere che loro facciano le cose che noi non abbiamo ancora fatto e non possiamo pretendere che lo facciano se non hanno anche i soldi per farlo. Ecco perché abbiamo bisogno di una politica nuova, che si occupi del bene di tutti e non solo di qualcuno. Il problema è che anche in India il governo scarica la responsabilità sulle organizzazioni mondiali, sui meccanismi economici. 

Proponete una economia di pace e solidarietà. Rischiano di rimanere belle parole sospese per aria. Concretamente qual’è la vostra proposta?

Concretamente proponiamo di sostituire l’individualismo con il bene comune. Se si continuerà a pensare a se stesso, al proprio interesse, al proprio tornaconto, non riusciremo mai a risolvere né i problemi. Abbiamo bisogno proprio di cambiare il nostro sguardo sul mondo, non solo di cambiare le politiche: stiamo parlando di problemi complessi che richiedono tanti interventi, ma c’è un atteggiamento di fondo che deve cambiare, cioè mettere al centro il benessere di tutti, buttando via quella che è la ricerca del profitto individuale, personale che si continua ancora a perseguire. Questa è la proposta principale che facciamo e che è accompagnata da tantissime altre molto più specifiche e molto più concrete per costringere i governi e le istituzioni internazionali a fare la propria parte. 

Ci sono degli studi e dei progetti scientifici che supportano la vostra proposta?

Certamente, ma se prendiamo il problema della povertà, questo è un tema complesso che riguarda quelle persone che oggi perdono il lavoro ed è a quelle persone che noi dobbiamo dare delle risposte. La nostra marcia è un modo per confrontare le proposte di tantissimi progetti e organizzazioni che si occupano di tanti saperi che si stanno confrontando con questi problemi. Le soluzioni a questi problemi non pretendiamo di avercele in tasca noi, ma proviamo a mettere sul tavolo tutte le proposte che riusciamo a raccogliere. Proposte che sono concrete perché questi problemi sono stati analizzati già da molto tempo: adesso non abbiamo più bisogno di analisi, ma di risposte e questo cammino proverà a raccogliere alcune di quelle positive che si stanno già sperimentando nel mondo. 

C’è qualche modello proponibile?

Non ci sono modelli replicabili automaticamente, però possono aiutare a risolvere i problemi presenti in ogni comunità. La prima cosa è che bisogna agire sulle città dove la gente vive, cerca di crescere ed essere felice. Le soluzioni devono essere cercate nelle città dove c’è il grande problema della disoccupazione. Per questo, le città, le amministrazioni locali, devono tornare ad avere un ruolo nella ricerca di quel diritto fondamentale che è un posto di lavoro. Oggi quando parliamo di lavoro, diciamo che devono essere i mercati che devono dare il lavoro; in realtà, il mercato non fornisce lavoro, ma ricchezza, soldi. Il lavoro è solo un bene strumentale e noi sosteniamo quei sindaci che supportano un’economia sostenibile, sociale e, per esempio, fanno buon uso dei rifiuti, generando ricchezza e benessere. Bisogna cambiare il paradigma e mettere al centro non più i soldi, ma le persone e per far questo occorre dare più potere ai sindaci che sono la prima istituzione con la responsabilità e la possibilità di cercare soluzioni ai problemi dei propri cittadini. 

Perchè questo momento storico, caratterizzato da sovranismi e nazionalismi al potere, può essere il momento giusto per proporre questo modello?

Oggi viviamo un momento molto difficile della nostra storia perché stanno trionfando i nazionalismi che tolgono spazio per la solidarietà, per la giustizia e per la pace. Noi sappiamo che se continuiamo per questa strada ci ritroveremo travolti e che presto o tardi sarà il nostro turco. A quel punto non si potrà fare più niente. Noi crediamo che questo sia il momento giusto per provare ad aprire gli occhi, la mente e il cuore di tutte quelle persone che hanno ancora la capacità di guardare avanti e che vogliono pensare non solo al proprio tornaconto immediato, ma anche al futuro dei propri figli e a tutta quell’umanità. Qui non si parla solo del futuro, ma del presente. Quello che vorrei sottolineare è che c’è bisogno di un cambio di sguardo: quindi la via che indichiamo, dell’inclusione, della non costruzione dei nuovi muri pensiamo sia il modo migliore per risolvere una parte dei problemi che consumano le nostre vite. 

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