martedì, Novembre 12

Netanyahu vince e ricambia il favore a Trump La vittoria finisce per consolidare, indirettamente, la posizione del Presidente americano

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Nonostante la sfida importante portata dall’ex Capo di stato maggiore Benny Gantz e dalla sua coalizione ‘Azzurro e bianco’, BenjaminBibiNetanyahu ha vinto (seppure di stretta misura) le elezioni legislative che si sono tenute negli scorsi giorni in Israele. Il successo del leader conservatore (successo che il suo avversario ha riconosciuto), spiana la strada a un nuovo esecutivo di centro-destra, di cui il partito Likud si ripropone come il perno. Lo scenario ha sollevato i timori di molti osservatori, a causa delle rigide posizioni prese da Netanyahu in passato, che lasciano presumere, nei prossimi mesi, un nuovo aumento della tensione nella regione. Come era prevedibile, il Presidente Trump ha manifestato la sua soddisfazione per la riconferma del Primo ministro uscente e ha affermato che il successo del leader del Likud rappresenta un passo avanti verso un accordo destinato a porre fine all’annosa questione israelo-palestinese. Una posizione simile è stata espressa dal Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, secondo cui l’amministrazione statunitense sarebbe pronta a rendere noti ‘nel prossimo futuro’ i termini di una proposta di pace di cui si parla ormai da diversi mesi.

La vittoria di Netanyahu è stata accolta con favore non solo alla Casa Bianca. Tutti i principali esponenti repubblicani hanno espresso la loro soddisfazione per un successo che consolida il rinnovato ‘asse’ fra Washington e lo Stato ebraico dopo gli anni difficili della presidenza Obama. Dopo la vittoria, lo stesso Netanyahu ha ringraziato Trump per il ‘tremendo sostegno’ che l’amministrazione ha dato a Israele, sostegno che si è espresso nelle ultime settimane di campagna elettorale con il riconoscimento esplicito della sovranità israeliana sulle alture del Golan e con l’inserimento del Corpo delle guardie della rivoluzione iraniane (‘pasdaran’) nell’elenco delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato. Nel corso della campagna elettorale, Netanyahu si è inoltre incontrato con Trump alla Casa Bianca e a Gerusalemme con il Segretario di Stato, Mike Pompeo. Lo stesso annuncio della proposta di pace statunitense è stato subordinato all’esito del voto e ai tempi di formazione della colazione di governo in Israele. Non stupisce, quindi, che anche la stampa israeliana abbia visto nel ‘rapporto speciale’ con Trump uno dei punti di forza e una delle ragioni del successo di Netanyahu.

La ‘medaglia israeliana’ ha, tuttavia, anche un rovescio. Se il sostegno del Presidente è stato importante per il successo del Primo ministro, la vittoria di quest’ultimo finisce, infatti, per consolidare, seppure indirettamente, la posizione del primo. Nei giorni scorsi, di fronte alle prese di posizione dell’amministrazione a favore di Netanyahu, all’interno del Partito democratico si sono moltiplicate le voci critiche, nei confronti sia di quest’ultimo e della sua politica, sia del ruolo che la c.d. ‘Israel lobby’ (primo fra tutti l’American Israel Public Affairs Committee) avrebbe nell’indirizzare la politica di Washington. Le dure dichiarazioni di Beto O’Rourke e le accuse di razzismo mosse a Netanyahu dal candidato democratico alla presidenza sono solo la punta dell’iceberg. Oggi, il rischio è che queste critiche si ritorcano contro che le ha pronunciate, con un effetto negativo anche sul piano interno. Ted Cruz (che ha sconfitto O’Rourke in Texas lo scorso novembre), per esempio, ha ripreso gli esiti del voto per criticare la posizione dell’ex rivale; allo stesso modo, vari Congressmen repubblicani hanno richiamato i risultati delle elezioni israeliane per puntare alla debolezza delle posizioni democratiche.

Ancora una volta, l’impressione è che il tentativo di sfruttare un fattore esterno (in questo caso l’esito del voto in Israele) in funzione anti-Trump sia stato, nel complesso, poco produttivo per il Partito democratico. Il successo di Netanyahu e del Likud non è, di per sé, garanzia di rielezione per Donald Trump. D’altra parte, la scelta di legare le critiche rivolte alla Casa Bianca a quelle rivolte al Primo ministro israeliano ha finito per rendere la vittoria di quest’ultimo un successo per l’amministrazione e in una conferma – seppure indiretta – della bontà della linea filoisraeliana da questa sostenuta. Ciò vale soprattutto agli occhi di quell’elettorato ‘volatile’ che, pur non condividendo ‘ideologicamente’ la piattaforma del Presidente, è comunque sensibile ai suoi ‘successi’ in campo interno e internazionale. Il rischio è quindi che, per rafforzare la propria posizione agli occhi dei rispettivi bacini di consenso tradizionali (anche in vista di una campagna per le primarie che, dato il numero dei candidati in lizza, si preannuncia assai combattuta), il leader democratici finiscano per trascurare il più ampio bacino degli indecisi, bacino nel quale – come ha dimostrato lo scorso voto di midterm – la strategia opportunistica della Casa Bianca permette spesso di ottenere successi inattesi.

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