giovedì, Gennaio 23

"Netanyahu-nuova Legge Fondamentale, pura demagogia" Intervista a Wasim Dahmash, uno dei più noti curatori e traduttori di autori arabi in Italia

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Netanyahu legge fondamentale

Il Premier israeliano Benyamin Netanyahu, domenica, ha dichiarato che intende sottoporre al Parlamento una nuovaLegge fondamentale’ , che in Israele suppliscono all’assenza di una Costituzione, che àncori il concetto che Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico.

L’iniziativa è subito stata considerata quanto meno ‘insidiosanon solo dai palestinesi bensì anche da esponenti sia di maggioranza che di opposizione israeliani, preoccupati che tale intervento legislativo possa dare altro ossigeno alle correnti nazionalistiche che nel Paese stanno allarmando gli stessi israeliani, tanto che gli attacchi ultranazionalisti contro la minoranza araba sono stati definiti dal Ministro della Difesa, Moshe Yaalon, un «fenomeno terroristico».

Gli aspetti peculiarmente ebraici di Israele, ha sostenuto Netanyahu, «sono sottoposti ad un assalto incessante, dall’estero e in casa» da parte di chi vorrebbe diluirli, ed in definitiva eliminarli. «Costoro vogliono uno Stato nazionale palestinese accanto a noi, ma vogliono anche che Israele diventi gradualmente uno Stato binazionale, arabo-ebraico, entro confini ristretti». Israele, ha affermato Netanyahu, continuerà essere uno Stato democratico, garantirà diritti eguali a tutti i cittadini, a tutte le minoranze,  con tale nuova ‘Legge Fondamentale’ sarà anche definito come ‘Stato nazionale del popolo ebraico’.

Wasim Dahmash è uno dei più noti curatori e traduttori di autori arabi, in particolare palestinesi, in Italia. Ha insegnato Dialettologia Araba presso la Facoltà di Lettere e Filosofia e la Facoltà di Studi Orientali dell’Università di Roma ‘La Sapienza’ e ora insegna Lingua e Letteratura Araba presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi di Cagliari. Nato nel 1948 a Damasco, anno in cui erano già stati espulsi dalle loro case centinaia di migliaia di palestinesi in seguito alla guerra arabo-israeliana, Dahmash si definisce sardo-palestinese ed è in Sardegna che ha trovato alla fine la sua casa. La Palestina, invece, non l’ha mai vista, ma spera un giorno di poterci andare.

 

Professor Dahmash, Netanyahu vuole una ‘Legge Fondamentale’ che definisca Israele lo Stato Nazione del popolo ebraico.  Quali sarebbero le conseguenze per il popolo palestinese?

Questa è pura demagogia. Netanyahu non fa altro che riprendere la cosiddetta dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Israeliano. Nulla di nuovo. L’obiettivo del movimento sionista prima e dell’establishment israeliano oggi è la creazione di uno Stato degli ebrei del mondo e non per i cittadini nati su quel territorio. Le conseguenze non sono sociali ma ‘vitali’: creare uno Stato per soli ebrei significa eliminare la presenza degli indigeni ed è quello che è avvenuto con i sionisti prima e con gli israeliani dopo.

Crede ci sia il rischio che venga cancellata la possibilità di esistenza di uno Stato Palestinese?

Lo Stato Palestinese nei fatti non esiste. La possibilità di crearne uno esiste, ma la visione israeliana di questo Stato sarà di uno Stato temporaneo la cui durata è limitata al compito che gli verrà assegnato, e questo compito è l’eliminazione della presenza dei palestinesi con cittadinanza israeliana, che servirebbe all’obbiettivo di generare uno Stato per i soli ebrei. Che questo Stato esista o non esista non ha nessuna importanza in realtà.

Vede questa scelta come una forzatura di Likud e dell’ala nazionalista estremista o pensa che possa racchiudere il pensiero di gran parte della popolazione israeliana?

Non è il pensiero della popolazione israeliana perché anche la democrazia israeliana gran parte è stata formata dal volere delle grandi potenze e del volere del movimento sionista. Molti ebrei e israeliani si trovano lì perché sono stati costretti ad andarci dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Hanno obbligato i profughi ebrei europei ad andare lì perché gli Stati Uniti hanno chiuso le porte, l’Inghilterra ha chiuso le porte, gli ebrei arabi sono stati costretti ad andare lì perché il movimento sionista gli metteva le bombe e quindi la popolazione israeliana c’entra ben poco. Il problema sta in questa élite militare sionista che vuole intervenire sempre. E’ una questione di pensiero dell’establishment israeliano, della classe politica israeliana. La popolazione in gran parte è fatta di gente che lavora, che vuole la pace come tutte le popolazioni di questo pianeta. Poi c’è sempre una razza di teste calde e dure che sono spesso alla guida della Nazioni e che vogliono mantenere il potere.

Netanyahu ha detto: «Il nostro Stato garantisce diritti pieni ed eguali per tutti i cittadini», il popolo palestinese diventerebbe una minoranza riconosciuta dal Governo Israeliano ma non potrebbe esercitare l’autorità governativa per la quale lotta da decenni. Crede che però, almeno, questa situazione di ‘minoranza riconosciuta’ garantirebbe almeno i diritti essenziali che nella situazione attuale non vengono garantiti?

Netanyahu, come già detto, non fa altro che ripetere quello che era stato dichiarato nella famosa ‘Dichiarazione d’Indipendenza’. Lo Stato è quello ebraico per gli ebrei, quindi, non per gli altri, tutta la gente sennò avrebbe pari diritti; davanti a questo diritto di cittadinanza sono esclusi gli indigeni, cioè i palestinesi: c’è una contraddizione di termini. Allora se dessimo diritti a tutti avrebbe senso, altrimenti garantisco i diritti da una parte e do il via a uno stato del’apartheid dall’altra, come è nei fatti.

Non crede che se questa Legge dovesse essere votata vadano a cancellarsi completamente i tentativi di risoluzione internazionale di Oslo o Madrid?

Le risoluzioni cosiddette internazionali sono già cancellate da anni come dimostrano i fatti.

Può essere utile l’intervento della Comunità Internazionale contro una Legge di questo tipo?

Sì, un intervento politico internazionale dovrebbe essere necessario, potrebbe essere utile se mirasse davvero a incidere sulla natura dello Stato che Israele vuole modellare e creare su quel territorio, dovrebbe intervenire per dire ai cittadini che devono essere tutti uguali, che i palestinesi dovrebbero ritornare quindi garantendo il diritto al ritorno come è stato già sancito dal Diritto Internazionale e sancito anche da risoluzioni dell’ONU ad hoc, fatte apposta per il popolo palestinese, dopodiché la natura del cosiddetto conflitto in questione si capirebbe.

Quali sarebbero le conseguenze politiche sul tavolo del negoziato con l’Autorità Nazionale Palestinese?

Il negoziato con la cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese serve soltanto a guadagnare tempo per continuare il processo di colonizzazione dei territori occupati del 1977. Netanyahu e tutto l’establishment vorrebbe dare a questi negoziati una nuova direzione, quella di raggiungere l’obiettivo di eliminare la presenza dei palestinesi dal territorio dove è sorto lo Stato di Israele nel 1948, cioè eliminare totalmente la presenza del popolo palestinese. Il negoziato serve soltanto a sapere che ci sia. Se questo negoziato viene meno non cambia nulla, per il popolo palestinese non ha nessuna utilità.

Quali, invece, le conseguenze per i profughi del ’48, per i loro discendenti e per quelli che hanno solo il passaporto palestinese?

I profughi sono già profughi, a loro non cambierà assolutamente nulla. Questo non vuol dire che non abbiano diritto al ritorno. L’Autorità Israeliana ha fermato l’ingresso perché se ci fosse la presenza di palestinesi lo Stato non sarebbe uno Stato ebraico. Lo Stato deve essere lo Stato di Diritto e garantire pari diritti ai cittadini a prescindere dal colore della pelle e da fedi religiose. Questa storia dello Stato razziale è una storia di pensiero tribale sbagliata perché sul territorio oggi controllato dallo Stato d’Israele c’è una maggioranza di palestinesi, quindi l’idea di creare uno Stato per soli ebrei è fallita.

Crede che possa essere utile l’attivismo degli intellettuali israeliani contro scelte politiche così estreme?

Certamente! Molti intellettuali israeliani sono contrari alla politica d’Israele nei confronti dei palestinesi. Molti sono sensibili alla questione, non soltanto intellettuali di sinistra ma anche gli intellettuali non di sinistra, scrittori, scienziati, storici che sono assolutamente contrari a questa politica. Cito tra gli altri lo storico Ilan Pappé che tra l’altro ha scritto ‘La pulizia etnica in Palestina’, ma direi che sono importanti tutto il gruppo dei cosiddetti ‘nuovi storici’ che hanno rivisitato la storia israeliana e la storia dell’espulsione. Tra gli altri anche tanti storici del pensiero politico. Tra gli intellettuali palestinesi si discute su come far fronte comune con gli intellettuali israeliani. Io credo che il futuro sarà definito anche in base un’idea, a una discussione del movimento intellettuale.

«Ognuno è l’ebreo di qualcuno» è una celebre frase di Primo Levi che a sua volta fu deportato. Crede che le atrocità subite dal popolo ebreo possano giustificare una rivendicazione della Terra Santa fino ad autoproclamarsi Stato-Nazione?

Ha già risposto Albert Enstein quando dice: «gli israeliani fanno con i palestinesi ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei».

 

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