domenica, Giugno 7

Nemo propheta: legittimazione, autorevolezza e percezione del coronavirus ‘IL FATTORE X. L’origine della Covid-19 tra pandemia informativa e ruolo dell’Intelligence’: lo studio della Società Italiana di Intelligence in collaborazione con il Max Planck Institute. 3° Parte – Informazione e disinformazione come e perchè

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IL FATTORE X. L’origine della Covid-19 tra pandemia informativa e ruolo dell’Intelligence’ è il titolo della ricerca di Luca Zinzula, virologo del Max Planck Institute of Biochemistry, esperto di virus altamente patogeni, che è stato pubblicato dalla Società Italiana di Intelligence (SOCINTcon il coordinamento e la prefazione di Mario Caligiuri, Presidente SOCINT e Direttore del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, che ha collaborato allo studio. Uno strumento funzionale a capire il coronavirus Covid-19 e prevenire i prossimi eventi pandemici che ci dobbiamo attendere. Mario Caligiuri ha spiegato nei dettagli le motivazioni e l’obiettivo del lavoro.
Martedì abbiamo pubblicato l’introduzione dello studio di Zinzula. Mercoledì l’analisi di come l’infodemia si è sviluppata lungo tre direttrici:speculazione sull’origine dell’epidemia e del virus; nella discussione sull’efficacia dei trattamenti terapeutici; nella percezione della pericolosità della malattia. Oggi l’’Autore si concentra sull’analisi del risultato dell’informazione e della disinformazione quale suo sottoprodotto.

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I casi riportati, sono solo alcuni fra gli esempi di disinformazione divenuti ‘virali’ nel corso dell’infodemia da Covid-19. Tuttavia, essi sono sufficientemente rappresentativi da permettere l’individuazione di alcuni denominatori sociologici, comuni alle varie sfaccettature della disfunzione cognitiva generata e non esclusivi dell’emergenza in corso. In primo luogo, appare evidente come l’eccesso di informazioni e la loro immediata disponibilità agiscano da deterrenti al doveroso approfondimento da parte dei fruitori di queste informazioni, e come il numero esorbitante di fonti spesso scoraggi dall’intraprendere una verifica incrociata delle stesse. Quale diretta conseguenza, si produce un’atrofizzazione del senso critico che conduce facilmente a confondere la plausibilità di un fatto con la sua veridicità, ‘certificando’ in modo vizioso la qualità di un’informazione.
In secondo luogo,
sussiste un fraintendimento sull’imprescindibile diritto alla libertà di pensiero e opinione su di un dato argomento di cui lo spazio cibernetico della rete è considerato e si è eretto a baluardo ed il reale possesso delle competenze che legittimano ad una sua trattazione approfondita. Con il risultato, in questo caso, di una normalizzazione del valore del bagaglio culturale e una democratizzazione dell’attribuzione di autorevolezza, che promuovono l’opinionista al rango di esperto e ‘certificano’ viziosamente la qualità di una fonte. Per di più, tale viziosità risulta particolarmente efficace e difficile da contrastare quando ad avvallare o a veicolare la disinformazione sono soggetti che, per popolarità e seguito, agiscono da influencer sui destinatari della stessa.

Non è difficile immaginare la pericolosità di questi processi nel contesto di un’emergenza pandemica, perché essi non solo si autoalimentano, ma possono essere sfruttati da attori malevoli (statali e non) per mettere in atto campagne di disinformazione e controinformazione di massa quando non addirittura vere e proprie operazioni di guerra psicologica.
In proposito Ron Klain, funzionario americano incaricato nel 2014 dall’amministrazione Obama di coordinare la risposta all’emergenza Ebola, scriveva in un editoriale sul ‘
NEJM’ che «il virus in grado di uccidere milioni di persone potrebbe non essere quello che si può contenere in un laboratorio, ma che si diffonde nella forma di un falso Tweet o post su Facebook». Lo stesso Klain, inoltre, sottolineava il bisogno di contrastare la disinformazione con la cultura e l’istruzione, auspicando che gli esponenti della comunità medico-scientifica divenissero parte attiva in questa lotta, anche e soprattutto attraverso l’uso delle piattaforme digitali. Non vi è dubbio che durante l’emergenza Covid-19 siano stati in molti ad essere chiamati a compiere questa missione, considerando come i mezzi di comunicazione abbiamo dato molto risalto al parere di numerosi esperti in materia, al punto che mai prima d’ora le professioni dell’epidemiologo, del virologo, dell’immunologo o dell’infettivologo erano stata così celebrate e di tendenza. Tuttavia, anche in questo caso, non sono mancati fenomeni di distorsione e rielaborazione delle informazioni veicolate, più che altro per effetto dei differenti metodi di ragionamento e di stile comunicativo esistenti degli scienziati,l’impostazione dei mass media veicolanti e la ricettività dei destinatari finali dei contenuti comunicati.
Nel mondo scientifico, infatti, è norma l’accettare un certo grado d’incertezza negli eventi e nei fenomeni naturali, per cui nell’analizzarli ci si esprime sempre in modo quantitativo (ragionando ad esempio in termini di barre di errore, gradi di confidenza, punti percentuali, probabilità e significativa statistica) e ciò è tanto più vero quanto il fenomeno è nuovo o poco conosciuto. Per contro, la comunicazione nel mondo dei media è settata su un formato che è fatto di slogan e di rassicuranti (o all’opposto allarmanti) affermazioni assolutiste confezionate ad uso e consumo della propria audience.
Così
è accaduto, e in più di un’occasione, che il messaggio degli esperti di malattie infettive e di salute pubblica veicolato dagli studi televisivi o postato sui social network pur se correttamente formulatovenisse frainteso, o che fosse propedeutico a prese di posizione nette, valide solo in quel dato frangente temporale, o che addirittura loro stessi abbiano nel corso degli eventi voluto riformulare, talvolta con cambiamenti radicali di vedute, i loro pensieri.
Nel voler comunicare contenuti sensibili in modo non troppo allarmistico e nel contempo sufficientemente avvertitivo, seppur in buona fede, si è generata disinformazione come un prodotto derivato dal processo di elaborazione dell’informazione. Forse per questo motivo, per quanto comunicati a più riprese e in modo chiaro, hanno stentato a essere recepiti dalla popolazione -e registrano ancora oggi un livello troppo basso di ‘compliance’le raccomandazioni sull’importanza delle misure di isolamento sociale e di tracciamento dei contatti, sull’efficacia dei dispositivi di protezione individuale, sull’opportunità o meno di condurre test diagnostici e sulla reale pericolosità della malattia Covid-19. Il senso di smarrimento ingeneratosi -e le conseguenti polemiche– hanno animato e animano ancora il dibattito intellettuale e politico del nostro come di altri Paesi colpiti dalla pandemia.
Probabilmente, su questi aspetti possono aver gravato i seguenti due elementi.
Il primo è da ricondursi alla caratteristica del mondo scientifico di essere pluralista, incline alla disputa delle tesi piuttosto che alla loro accettazione aprioristica, e ad ammettere l’esistenza di più soluzioni a un problema, fermo restando il vaglio di ognuna di esse al responso del metodo sperimentale. In tal senso, la discordanza di pareri forniti dagli scienziati in merito all’emergenza da coronavirus andrebbe vista(al netto dei pur sempre possibili protagonismi e schieramenti in fazioni) come un esempio di tale risorsa, piuttosto che essere percepito come un limite o come veicolo di confusione.
Il secondo elemento risiede in un
malinteso di fondo rispetto alla percezione della reale funzione che gli esperti svolgono, ovvero quella di essere consulenti al servizio dei decisori politici in ragione delle loro competenze specifiche, non già, come talvolta erroneamente percepiti dall’opinione pubblica, di essere frontmen al cui responso la politica debba acriticamente subordinare le proprie difficili scelte.

Un caso rappresentativo del rischio di produzione di disinformazione comesottoprodotto dell’informazioneha riguardato il tema della virulenza di SARS-CoV2 e la percezione della pericolosità della Covid-19.
Nel mondo scientifico è uso comune classificare i fenomeni osservabili in categorie per mezzo di un metro di misurazione e sempre rispetto a un termine di paragone. Tuttavia, persino i paragoni più appropriati si mantengono validi solo entro quadri ben definiti e solo se contestualizzati, altrimenti generano pericolosi equivoci, con effetti allarmistici o minimizzanti. Ad esempio, l’accostamento -per analogia di trasmissione e di patologia causata- della Covid-19 all’influenza ha nel contempo portato a evocare scenari apocalittici da nuova ‘Spagnola’ o a sottovalutarne la gravità riducendola al rango di fastidiosa ma superabile sindrome respiratoria. La differente probabilità di contrarre una forma severa della malattia a seconda delle differenti classi di età, della presenza di patologie pregresse o per determinati altri fattori di rischio, ha generato forti apprensioni in una società caratterizzata da un’età media elevata, ma nel contempo ha mantenuto bassa la percezione dell’emergenza nella parte di popolazione più dinamica e attiva, i giovani. Infine, la determinazione del tasso di letalità (numero di morti fratto il numero di casi infetti) ha sofferto l’impossibilità di conoscere il denominatore reale di tale rapporto, per la presenza di un numero indefinito di soggetti asintomatici e pauci-sintomatici che non è stato possibile individuare con test diagnostici. Così i numeri assoluti hanno impattato più dei dati relativi, inevitabilmente orientando le misure di contenimento verso restrizioni forse molto più conservative di quanto necessario, ma alimentando anche nel contempo un senso di sfiducia e di disagio sociale nella popolazione.

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