venerdì, Luglio 10

Nello spazio il tempo delle scelte Lo Space Warfare è diventata una necessità imprescindibile. E’ tempo di valutare alcune scelte e immaginare una rivisitazione degli obiettivi da raggiungere

0

Il Presidente americano Donald Trump ha appena presentato la nuova bandiera delle forze spaziali statunitensi, il sesto pilastro della difesa americana. Il compito della nuova macchina da guerra, composta da circa 16.000 militari, lo ricordiamo, sarà quello di mantenere il predominio dell’US nelle orbite in cui volano i manufatti di giurisdizione con Stelle e Strisce.
Lo spazio è assediato –secondo le enfatiche dichiarazioni del capo della Casa Bianca- da concorrenti come la Russia e la Cina. Parole che sia pur pronunziate con un largo sorriso, non mostrano gran conforto.

Durante la presentazione poi, Trump ha accennato ad un possibile asset militare con un missile 17 volte più veloce di quelli oggi. Al momento è presto per analizzare la nuova belva partorita dai requisiti del Pentagono e non sembrerebbe una fanfaronata, dato che la notizia è stata confermata dal Segretario alla Difesa, Mark Esper e di fatto porterebbe fuori gli Stati Uniti dal trattato Start.

Una forza spaziale degli Stati Uniti, di cui abbiamo parlato più volte, deve farci riflettere.
E a nostro avviso, la crisi sanitaria abbattutasi sul pianeta Terra evidenzia che la disimmetria nella propagazione del contagio e nella tempistica di reazione devono essere essere valutate un inequivocabile rischio di minaccia con ripercussioni che possono riguardare anche la sfera della difesa mondiale.

Più volte ci siamo rifugiati dietro lo scudo di un rimodulamento europeo come unica forza difensiva, quale opportunità in caso di un attacco mirato. Auspicio paradossalmente illusorio in un continente che ha saputo unificarsi per la moneta, ma non ha nessuna intenzione di difenderla militarmente. Ancora oggi, nonostante la partecipazione inter-europee di alcune industrie strategiche, vigono le giurisdizioni di ogni Paese sovrano e talune riservatezze non vengono condivise in ragione dei vincoli nazionali. Singolare ma reale.

A questo punto, è tempo di valutare alcune scelte e immaginare una rivisitazione degli obiettivi da raggiungere: dopo gli Stati Uniti, lo abbiamo scritto ai suoi tempi, anche la Francia ha puntato alla creazione di unità militari spaziali.
Il Presidente Emmanuel Macron lo ha dichiarato, la ministra della Difesa Florence Parly ha poi evidenziato l’esigenza di una più capace difesa dei sistemi di telecomunicazione in orbita. E nello spirito squisitamente europeo dei nostri vicini, questi sistemi serviranno per assicurare lo sviluppo e il rafforzamento delle capacità spaziali francesi e per rafforzare la conoscenza –sempre francese- della situazione spaziale e proteggere meglio i satelliti. Francesi, naturalmente, come il Brie prodotto a est di Parigi e il Camembert della Normandia!

Atteggiamento che non fa sperare alcuna forma di solidarietà in caso di una richiesta motivata.

Ora, lo Space Warfare, termine con cui si indicano tutte le operazioni che avvengono al di fuori dell’atmosfera terrestre e che hanno come obiettivo i sistemi satellitari, è diventata una necessità imprescindibile di ogni dottrina di ingaggio. Per quanto l’uso dello spazio non sia soggetto a dichiarazioni di sovranità e vi sia un impegno da parte di diversi Stati a non lanciare in orbita sistemi equipaggiati con armi nucleari o di distruzione di massa, un pericolo per quanto remoto è sempre in agguato perché la linea che separa l’uso pacifico dello spazio da una concezione più aggressiva è effimera, e nei trattati non compare mai un divieto di lanciare satelliti per scopi militari. A titolo di esempio, quando la potenza ‘A’ mette volontariamente fuori uso sistemi di telecomunicazione strategica della potenza ‘B’, non diventa deliberatamente un atto di guerra?

In questo momento in cui si stanno rivisitando molti accordi, conviene non trascurare le attività più strategiche, anche quelle che possono apparire lontane dai problemi che si presentano oggi ma che invece sono molto più vicine qualora dovesse andar storto qualcosa nei rapporti dei blocchi contrapposti.

Non riteniamo in queste righe di entrare in dettagli di geopolitica che proprio nello spazio stanno vedendo Stati Uniti, Russia e Cina in un confronto che non lascia sperare una pace molto duratura. L’Europa, più per incapacità delle singole Nazioni che per un proprio potere tecnologico, si è tirata fuori da alcuni segmenti della competizione armata, nella speranza che la sua neutralità possa far leva sulla commiserazione dei più forti.

Ma è noto che la Cina ha creato lo scorso anno una forza per lo sviluppo di capacità informatiche, cibernetiche e spaziali in linea con i requisiti strategici di integrazione dei sistemi esistenti e di allineamento al combattimento e da poco ha annunciato la propria volontà di triplicare le testate nucleari in suo possesso, per non farsi cogliere impreparata rispetto a Mosca e Washington.
Nel
2015 l’aeronautica russa e le forze di difesa aerospaziale furono unite in un nuovo raggruppamento con l’autorità di condurre i lanci spaziali, mantenere l’allerta tempestiva dei missili balistici, gestire la rete di controllo satellitare sia la rete di sorveglianza che la difesa antiaerea e antimissile. In questo modo l’impero di Putin ha sviluppato un programma che ha surclassato i modelli americani, rendendoli obsoleti e non in grado di rendere il confronto. Almeno per il momento.

Da che parte stare? La parola compete agli strateghi, naturalmente. Ma se i fatti sono questi, è opportuno fare un po’ di conti e se in Europa non si trovano accordi che mettano in sicurezza l’intero continente, si dovrà necessariamente trovare un interlocutore con cui condividere un’alleanza che minimizzi le volontà bellicose di armate diventate nemiche. La scelta è obbligata e non può prescindere da quelli che sono i tradizionali rapporti con l’asse occidentale.

Pertanto le attività spaziali, senza immaginare alcuna ambizione centrifuga dall’Europa –a cui siamo legati da contratti inscindibili- deve necessariamente rinsaldare tutti i bilaterali con gli Stati Uniti per fortificare la sua posizione sia tecnologica che strutturale. È, a parer nostro, un modo onesto per riprendere i fili di una sopravvivenza sempre più difficile, che però può avere tutte le connotazioni di una garanzia di pace e cooperazione internazionale.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore