lunedì, Luglio 6

Nell’affaire Libia, Italia grande assente Luigi Di Maio, spompato da defezioni quotidiane e altrettanto quotidiani insuccessi politici, partecipa al vertice berlinese sulla Libia, e lo capisci subito che non sa che dire, e neppure come dirlo. La partita libica, l’Italia l’ha persa

0

Il ‘redde rationem’ è ormai prossimo. Manca solo il ‘Degüello’. Un Luigi Di Maio, spompato da defezioni quotidiane e altrettanto quotidiani insuccessi politici, una leadership apertamente messa in discussione dallo stesso nucleo fondativo del Movimento 5 Stelle, partecipa al vertice berlinese sulla Libia, e lo capisci subito che non sa che dire, e neppure come dirlo; alla fine sillaba che in determinate condizioni, e sotto l’usbergo dell’ONU, sì, i militari italiani possono sbarcare a Tripoli. Ci si va, purché non ci sia pericolo. Ma se non c’è pericolo, cosa ci vanno a fare i militari italiani?

Ad ogni modo, la partita libica, l’Italia l’ha persa. Gli Stati Uniti di Donald Trump, in sostanza, non appaiono interessati alla questione; la Russia di Vladimir Putin, al contrario, gioca un ruolo incisivo epesante’; altrettanto fa la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, interessatissimo ai pozzi e ai giacimenti energetici. La Francia di Emanuel Macron, in piena coerenza con i predecessori, con i suoi parà e la sua Legione straniera da sempre fa da gendarme in tutti i Paesi subsahariani, si tratti del Ciad, del Burkina Fasu, del Mali. E’ in evidente difficoltà, e orascoprel’Europa; a sua volta è attiva la tedesca Angela Merkel; e più ‘sornione’ di tutti il cinese Xi Jinping; la Cina acquista letteralmente terra, ed esporta cinesi. Una ‘colonizzazione’ silenziosa, simile a quella che accade in America Latina. In questo quadro, l’Italia; con il suo ministro degli Esteri Di Maio. Cos’altro si può aggiungere?

Man mano che ci si avvicina alla consultazione del 26 gennaio in Calabria e in Emilia-Romagna, un diluvio di commenti e di analisi sul destino del Partito Democratico; e le ‘evoluzioni’ in cui si dibatte. Come proprio in queste pagine si è osservato, il voto in Emilia-Romagna per il PD e la sinistra italiana può essere l’equivalente di una Caporetto, o di una linea del Piave, che tiene grazie al ricorso estremo airagazzi del 99’: quella generazione negli elenchi di leva che nel 1917 compie diciotto anni, e che pertanto viene buttata in trincea e impiegata sul campo di battaglia. Per restare nella metafora, quella generazione è costituita in buona parte dal Movimento delle sardine. Il problema è che nei posti di comando ci sono ancora tanti, troppi Cadorna, Badoglio, Cappello, Giardino. Nicola Zingaretti non sembra davvero l’equivalente di Armando Diaz, capace di radicali mutamenti, e comunque deve ancora fare troppi conti con troppi cacicchi; per non parlare di strategie e perfino di tattiche di un qualche respiro.

Nel corso del recente conclave in abbazia, il segretario del PD ha parlato diinnesti’: sardine, movimento ambientalista, sindaci. Guardare al ‘nuovo’ è sicuramente segno di sensibilità; e può essere l’inizio di una ‘saggezza’ politica smarrita. Ma occorre saper innervare una cultura di governo che sembra persa nella palude della politica politicante. Manca un ‘cuore’, manca un ‘cervello’; manca la sintesi d’entrambi, cioè ‘l’anima’.

Una cultura di governo non si improvvisa, e non è sufficiente la buona volontà, ammesso ci sia (la cosa non è poi così sicura). Chi ha questa cultura di governo, dellecose? Sulla carta dovrebbero essere soprattutto i sindaci. E’ da lì che si spera emergano i nuovi leader? Se è in quell’area che si vuole pescare, alla fine icredibilisi riducono a non più di tre-quattro; e tra loro, uno solo ha qualche possibilità di riuscire a fronteggiare Matteo Salvini, il capitan Fracassa leghista. Quando si dice ‘uno’, lo si dice senza girarci troppo intorno, si pensa a Giuseppe Sala, primo cittadino di una Milano di questi tempi quanto mai dinamica, moderna, e con respiro europeo (l’esatto contrario di una contratta e rattrapita Roma, che fa pena solo a vederla).

Sala ammonisce che «sta per finire la pazienza di chi lavora e produce, un mondo che deve trovare ascolto dalle nostre parti e deve essere interpretato da noi della sinistra con proposte moderne e razionali». Per Sala urgono pensieri nuovi e forti: «Noi siamo quello che dovremmo essere solo se ci occupiamo di cose concrete, che sono i redditi disponibili per le persone, quindi anche le tasse da pagare, i servizi che lo stato sociale mette a disposizione e le libertà che lo Stato garantisce. Il tutto dentro una ricetta equa e giusta, dove chi è più forte aiuta chi è più debole, ma chi è più forte non è per definizione un mostro. Quindi dobbiamo riprendere il filo dei bisogni della gente e andare loro incontro, avendo anche il coraggio di proporre cose nuove e diverse dal passato».

Giusto, vero? Solo che queste cose le abbiamo sentite dire, da Sala, nel luglio scorso. Trascorsi sei mesi, chi assentiva con la testa, che tesoro ne ha fatto? C’è, insomma, un discorso di fondo, che non si sa, o più verosimilmente non si vuole affrontare: le crisi delle democrazie reali; il ‘regime’: che senza assumere i connotati del totalitarismo, certamente non ha caratteri liberali; prova ne è il fatto che con cura estrema si evitano due nodi cruciali: quello dellaconoscenza’; quello della giustizia giusta. Fino a quando non si prendono di petto queste due questioni, non s’uscirà dal ‘gran turbine del Maelstrom’ in cui si è precipitati. Questo è il problema di Zingaretti e del gruppo dirigente del PD. La soluzione richiede qualcosa di più di una evocata apertura a sardine, sindaci, mondo ambientalista.

Sono giorni in cui tanto (forse troppo) si parla e si scrive di Bettino Craxi. C’è il film con l’ottima interpretazione di Pierfrancesco Favino; i tanti libri pubblicati e le innumerevoli rievocazioni in occasione del ventennale della morte; ilritrovarsidi tanti ad Hammamet. In molti hanno ricordato l’ultimo discorso di Craxi in Parlamento: quello dove pone la questione del finanziamento ai partiti e alla politica. Un po’ tutti (banalmente) ricordano il passaggio dove il leader socialista ‘invita’ ad alzarsi in piedi chi non ha utilizzato fondi illegali; e tutti che restano seduti. Proprio tutti, come sappiamo, no: ‘qualcuno’ si alza (i radicali di Marco Pannella, i Verdi); ma non è di questo che val la pena di parlare qui; e neppure del fatto che gli altri seduti, hanno offerto una plastica ammissione di correità.

Conviene a questo punto rileggere bene il passaggio del discorso: «I partiti, specie quelli che contano su appartati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale…nel campo delle illegalità, non ci sono solo quelle che possono riguardare i finanziamenti politici…A questa situazione va ora posto un rimedio, anzi più di un rimedio ».

La parte ‘suggestiva’ è costituita dal ‘così fan tutti’, ‘tutti sanno e fanno’. Ma è la ‘carne’ della questione che dovrebbe interessare: «A questa situazione va ora posto un rimedio, anzi più di un rimedio ». E il passaggio che segue: «E’ innanzitutto necessaria una nuova legge che regoli il finanziamento dei partiti e che faccia tesoro dell’esperienza estremamente negativa di quella che l’ha preceduta».

Si potrà dire che Craxi individua e pone la questione quando ormai la situazione per lui e per il PSI è insostenibile, fuori tempo massimo; si possono fare tutti i processi alle intenzioni che si vuole. Non è questo che importa. Quello che conta è che quel 3 luglio 1992 Craxi pone la questione.
Questione che continua a restare aperta, in attesa che si ponga «un rimedio, anzi, più di un rimedio».
Trascorsi ventotto anni da quel discorso, la questione posta la si continua a eludere, a ignorare il problema. Una ragione ci deve pur essere.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore