sabato, Ottobre 24

Nella Ue si può anticipare il terrorismo Per approfondirne la conoscenza, alcuni fenomeni vanno capiti nella loro "normalità"

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Gli attacchi a Barcellona, Turku, Londra e Stoccolma mostrano “senza dubbio che uno scambio di informazioni più tempestivo ed efficace avrebbe potuto salvare vite”. In questi termini si è espresso  il commissario europeo Dimitris Avramopoulos in un’audizione del 4 settembre scorso alla commissione europarlamentare della Libe. Ha fatto eco il Presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker ieri quando, in occasione del discorso sullo ‘stato dell’Unione’ ha affermato la volontà di una sorta di ‘CIA europea’, in modo che «i dati sui terroristi e sui combattenti stranieri siano automaticamente condivisi tra i servizi di intelligence e con le forze di polizia». Per capire in che modo la circolazione di informazioni possa essere più tempestiva, ricorrendo a quali mezzi e con quale supporto dell’Ue, abbiamo intervistato la professoressa Barbara Lucini, ricercatrice presso il centro di ricerca Itstime del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano, specializzata in terrorismo, gestione delle crisi e comunicazione del rischio. È autrice di numerose pubblicazioni sul tema; a breve sarà in uscita il suo prossimo libro, che analizza e approfondisce il rapporto tra terrorismo e resilienza.

La situazione attuale, numeri alla mano, cosa consente di dire? Si è avuto un miglioramento o un peggioramento?

Si stanno elaborando ancora alcune statistiche, alcune del Viminale sono uscite, altre, europee, sono in corso di pubblicazione. Non c’è l’incremento che ci si aspettava da parte dell’opinione pubblica, ma c’è oggi una diversa percezione e attenzione da parte della stessa; le persone sono più attente e più sensibili rispetto a questi fenomeni. Lo si è per esempio visto nella scelta delle località turistiche; è importante capire che quando gli attacchi avvengono in luoghi turistici, la gestione della crisi è molto più complessa, perché le risposte dei turisti sono spesso inadeguate: difficoltà linguistiche, difficoltà nel reperire delle informazioni sui luoghi ne sono un esempio. Ciò nonostante, si sta assistendo ad un ridimensionamento del trend relativo agli attacchi del terrorismo di matrice islamica, come emerge dai monitoraggi continui che si stanno operando. La percezione pubblica di questi attacchi è tutta da indagare, perché è quella che orienta in realtà gli effetti e le conseguenze secondarie di questi attacchi.

Lo spunto iniziale è dato anche dalle considerazioni di Avramopulos sulla tempestività della comunicazione: cosa si può fare dal punto di vista dello scambio di informazioni? Come anticipare i flussi criminali, con quali tecnologie?

Ci sono varie tipologie di vulnerabilità che si stanno sottovalutando. L’intelligence europea ha dei problemi di base, sia di tipo legislativo che politico. Per la realizzazione di una struttura del genere, intervengono infatti fattori che non sono, nel medio periodo, gestibili dall’Ue nella sua situazione attuale. Diverso il discorso sullo scambio di informazioni: le metterei in stretta relazione alla funzione che hanno in un contesto operativo. Penso alla possibilità di bloccare i viaggi dei terroristi da uno Stato membro all’altro, come nel caso del terrorista Amri, che ha interessato anche l’Italia. Intendo dire che lo scambio di informazioni può essere utile, ma dev’essere finalizzato ad una necessità operativa. Occorre farlo in via preventiva e qui si evidenza un’altra vulnerabilità: gli Stati interessati ricevono queste informazioni solo dopo; c’è un problema tempistico quindi nella gestione del fenomeno. Un altro aspetto è quello del discorso della resilienza in relazione al fenomeno del terrorismo: riuscire a creare strategie di condivisione e scambio tra i diversi sistemi di intelligence, considerate le necessità politiche di ciascuno Stato, potrebbe essere un valido strumento per creare un sistema resiliente agli attacchi terroristici, cercando di rallentare i flussi di terroristi tra un Paese europeo e un altro.

Internet appare come il campo su cui fare molto di più, dal punto di vista del controllo delle informazioni. Probabilmente sarà meglio controllare anche i social, sempre di più…

Ci sono alcuni indicatori, fattori, che misurano in quanta parte il fenomeno di radicalizzazione possa avvenire solo on line rispetto a percorsi di interazione tradizionali, faccia a faccia. Importante è cogliere il collegamento tra i due tipi di interazione. A questo proposito, va detto che concentrare l’attenzione sul mondo on line non deve far dimenticare quello reale. Per esempio, anche se tale notizia è poi passata in secondo piano, nei fatti di Barcellona ci si chiede come 120 bombole del gas abbiano potuto raggiungere un unico appartamento! Quindi, è interessante riuscire a comprendere quante influenze ci siano tra il mondo on line e quello reale, se siano bidirezionali o unidirezionali, per capire quali strumenti mettere in campo per un’adeguata prevenzione.

Esaminando le biografie dei terroristi, si può riscontrare che i percorsi di arruolamento e radicalizzazione partono da esperienze di tentata e mancata integrazione. A ciò si aggiunga la manipolazione delle menti che avviene nei Paesi di provenienza. Un approccio differente dal punto di vista culturale può fare la differenza nel contrasto della radicalizzazione?

Ritengo che il discorso culturale abbia una vulnerabilità intrinseca. In realtà, le possibilità di radicalizzazione sono dettate da aspetti culturali ma anche di possibilità. Spesso viene taciuto il fatto che le azioni di terrorismo sono spesso azioni di opportunità: se non capiamo quali siano i fattori che portano a ciò, manca un tassello importante e si rimanda alla sfera culturale, economica, di emarginazione e discriminazione nel paese ospitante. Certo, la cultura è fondamentale per l’integrazione, ma fino a un certo punto. Bisogna scavare di più nel fenomeno. L’aspetto dell’integrazione culturale può essere rilevante, ma, se per esempio si guarda ad altre forme di terrorismo, come quello italiano, sappiamo che non nasceva in condizioni di marginalità. Si può richiamare anche il discorso della Arendt, sul fatto che chi operava nel nazismo fossero persone normali. Interessa quindi la definizione dei gruppi sociali autori di atti terroristici e ciò che inquieta è la loro “normalità”.

E comunque, c’è da considerare il fatto che non esiste ad oggi una definizione univoca di terrorismo. Questo può essere un altro punto debole?

Sì, sfogliando i manuali europei ne troviamo circa 80-90, non solo se si pensa alla visione che può essere alla base del fenomeno, ma anche ai target, a numerosi altri aspetti…Però questa della normalità è una valutazione spesso sottovalutata; si rischia, sottovalutando ciò, un effetto discriminatorio che genera instabilità in Italia e nella Ue. Come è stato anche affermato dal ministro dell’Interno Marco Minniti, se noi definiamo terrorista unicamente una persona appartenente ad un determinato gruppo etnico, forse è ancora più pericoloso e perdiamo di vista il fatto che i terroristi sono persone assolutamente normali. Se manca di questo approccio importante, la lettura sul fenomeno rischia di essere vulnerabile. Una reale prevenzione deve tener conto anche di questo, tanto che la si faccia on line che nella vita reale. Non ci si deve stupire di ciò. Non è un fattore generalizzabile, in quanto dipende da caso a caso, ma il fatto che esistano dei casi del genere fa riflettere. Magari è un argomento più di nicchia, ma occorre tenerlo in considerazione, anche per abbassare un po’ i toni nella società civile.

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