martedì, Settembre 29

Nel Sahel la guerra interna del terrorismo islamico Al centro dello scontro in atto la successione alla guida di Al-Qaeda nel Maghreb islamico con tre personaggi in pole position

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Dopo la morte del capo di Al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM), l’emiro Abdelmalek Droukdel(Abu Musab Abdel Wadoud), ucciso dalle forze speciali francesi lo scorso 3 giugno, tre figure più che mai dominano la scena jihadista nel SahelIyad ag Ghali e Amadou Koufa per Al-Qaida, e Adnan Abou Walid Sahraoui per il Daesh (Stato Islamico).

Nel centro del Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger), la nebulosa jihadista più o meno unita negli anni 2000, si è spezzata in due movimenti negli anni successivi alla crisi maliana del 2012: uno è affiliato ad Al Qaeda, l’altro che ha stretto alleanze con il Daesh, considerata la formazione islamica internazionale più promettente e adeguata nella guerra contro gli ‘Infedeli’. Peccato che il Daesh agisca quasi esclusivamente nei Paesi islamici del Medio Oriente e Africa e che la maggioranza delle sue vittime siano… mussulmane.

Epicentro storico di una crisi che ha causato la morte di migliaia di persone e centinaia di migliaia di sfollati, il Mali, all’inizio dell’anno, attraverso il suo Presidente Ibrahim Boubacar Keïta, haavanzato una offerta di dialogo a Iyad Ag Ghaly e a Amadou Koufa. Senza risultati tangibili per il momento. Il fallimento del Presidente Keïta ha talmente alienato la popolazione che ora è scesa in piazza per chiedere le sue dimissioni.

Iyad Ag Ghaly, il Capo Tuareg

Nel 2017, diversi gruppi si sono uniti sotto lo stesso vessillo del Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM) (o Group to Support Islam and Muslims GSIM): Ansar Dine (creato nel 2012 da Iyad Ag Ghaly), Katiba Macina (creato da Amadou Koufa nel 2015) e AQIM, diretto dall’algerino Droukdel, ora defunto.

Il GSIM è presieduto da Iyad Ag Ghaly. Questo membro della tribù tuareg di Ifoghas, originario di Kidal (Mali settentrionale), è stato essenziale per diversi decenni sulla scacchiera del Sahel: a capo di una ribellione tuareg negli anni ’90, si ritirò poi dedicandosi agli affari, prima di tornare al centro della scena nel 2012.
Fu in quel momento che questo personaggio carismatico creò
Ansar Dine, un gruppo jihadista che per primo collaborò con il movimento di indipendenza ribelle National Movement for the Liberation of Azawad (MNLA) per prendere il controllo di vaste zone del nord del Mali.
Una collaborazione durata ben poco.
Ag Ghaly estromise il MNLA in quanto gruppo laico e quindi non confacente all’ideologia del terrore islamico propugnata da Ansar Dine. Col l’estromissione del MNLA, Ag Ghaly si è affermato come uno dei principali attori del conflitto nel nord del Paese. Diverse città sono rimaste sotto il dominio jihadista fino all’intervento militare francese nel 2013.

A capo del GSIM, oggi Ag Ghaly è, dopo la morte di Droukdal, «l’unico rappresentante nel Sahel del leader supremo di Al Qaeda, Ayman Zawahiri», sottolinea lo storico Jean-Pierre Filiu.

Amadou Koufa, il Predicatore Fulani

All’interno del GSIM, il predicatore di Peul,Amadou Koufa, è sicuramentesubordinato’,sotto il comando di Ag Ghaly, secondo le parole di Filiu, ma non ha smesso di guadagnare importanza dalla creazione della sua Katiba Macina, nel 2015. Sfruttando gli antichi antagonismi legati alla terra fertile ma contesa, tra allevatori e agricoltori, tra gruppi etnici e persino all’interno di queste comunità, Koufa ha reclutato nel Mali centrale negli ultimi anni. Svolgendo all’inizio un ruolo marginale, il conflitto nel Mali centrale ha continuato a crescere divenendo oggi uno dei centri nevralgici della crisi del Sahel. Gli attacchi jihadisti o intercomunitari sono ora incessanti.

Walid Sahraoui, il nemico numero 1 della Francia

Da semplice jihadista, Adnan Abou Walid Sahraoui, oggi è diventato il leader del gruppo affiliato al Daesh nel Sahel e designato a gennaio il nemicoprioritario della Francia, guadagnando prestigio nella regione.

Sahraoui, ex membro del Fronte Polisario, che fece una campagna per l’indipendenza del Sahara occidentale, era uno dei leader del Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest(Mujao, un altro dei gruppi jihadisti che avevano preso il controllo del Mali settentrionale nel 2012). Nel maggio 2015 ha dissentito e ha promesso fedeltà a Daesh.

Il suo gruppo, che si autodefinisce Islamic State in the Greater Sahar (EIGS), da metà del 2018 appare nella propaganda Daesh come ramo dello Islamic State West Africa Province (Iswap). Si sospetta ora senza un legame operativo tra i jihadisti Iswap presenti in Nigeria e i combattenti saharawi.

Molto attivo nella regione conosciuta come i ‘tre confini’ tra Mali, Burkina e Niger, dove si stava muovendo in numerosi attacchi contro campi militari tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, il gruppo di Sahraoui ha recentemente iniziato a competere con il GSIM.

Lotta per il potere

Questi tre figure di capi terroristi si stanno concentrando in una lotta senza quartiere per ottenere il potere e la supremazia sulle varie correnti jihadiste, tutte finanziate, secondo molti studiosi, dalle monarchie arabe sunnite. Questa lotta senza quartiere si sta svolgendo nel Mali centrale, dove le varie correnti jihadiste si sono già scontrare direttamente in diverse occasioni anche prima della morte di Abdelmalek Droukdal.

La guerra Jihadista nell’Africa Occidentale, che coinvolge Mali, Ciad, Niger, Nigeria, Burkina Faso, è una guerra sporca, senza esclusione di colpi. Molti jihadisti di questi gruppi si sono addestrati combattendo in Libia. Le nuove reclute vengono inviate nel vicino Paese per ‘farsi le ossa’.

La nascita della maggioranza di questi gruppi è stata favorita, alla fine degli anni Novanta e all’inizio degli anni Duemila, dalla Francia, per logiche di contenimento dei movimenti nazionalistici nelle loro colonie d’oltremare. Come fu per il caso dei mujaheddin afghani, per Al Qaeda, e per altri gruppi similari, queste realtà sono sfuggite al controllo e ora rappresentano una seria minaccia per il mantenimento dell’‘Impero’ francese in Africa.

Scorsa settimana, 26 persone sono state uccise in un attacco ad un villaggio di Fulani. Un’associazione locale accusa l’Esercito maliano. Il Ministro della Difesa ha affermato di non poter «né confermare né smentire nulla» e ha promesso indagini. Non è la prima volta che gli eserciti regolari vengono accusati di gravi violazioni dei diritti umani. È successo in Nigeria e recentemente in Burkina Faso. Tutte queste denunce sono fondante?

Le associazioni dei diritti umani occidentali svolgono un importante lavoro di monitoraggio e denuncia”, ci spiega un professore universitario del Burundi in esilio. “Per esempio se non ci fosse stata la costante denuncia dei crimini commessi nel mio Paese, l’attuale regime potrebbe addirittura apparire autoritario ma accettabile.

Purtroppo quando le associazioni occidentali in difesa dei diritti umani si addentrano nel complesso conflitto contro i terroristi islamici neiPaesi africani, rischiano di commettere dei grossolani errori. Possono scambiare delle operazioni dinettoyagecome massacri indiscriminati di civili. O condannano esecuzioni extragiudiziarie, rivendicando un giusto processo. In linea di principio queste accuse sono fondate e giuste. Nella pratica occorre analizzare caso per caso. Se l’Esercito regolare durante un pattugliamento in un villaggio viene attaccato dai terroristi è difficile distinguere i civili poiché gli islamici non portano uniformi. Spesso le donne (costrette o convinte) ti sparano addosso o si fanno esplodere. A volte vengono usati anche dei bambini. Le esecuzioni extragiudiziarie sono necessarie in quanto non abbiamo a che fare con dei criminali comuni (che devono godere di regolare processo), ma con dei serial killer che praticano lo sterminio di massa”, afferma lo studioso, sottolineando che si tratta di persone che hanno scelto il martirio. I loro cervelli sono offuscati dalla propaganda. A differenza di gran parte dei miliziani burundesi Imbonerakure, questi miliziani islamici non sono reintegrabili, né recuperabili. Occorre abbatterli per impedire che continuino la loro cieca opera di morte.

Secondo questo docente, alcune denunce fatte dalle associazioni occidentali contro le forze regolarisarebbero del tutto errate, fuori contesto e fuorvianti “in quanto le fonti di informazione potrebbero essere gli stessi terroristi islamici (diventati per l’occasione dei semplici civili). Incolpando l’esercito si demoralizzano i soldati, si mettono in difficoltà i governi e si corre il rischio di favorire la propaganda dei terroristi”, conclude, sottolineando che auspica “una maggior attenzione nell’analisi dei fatti, una maggior verifica degli informatori (e dei loro eventuali secondi fini) e una maggiorecomprensione del difficile e complicato contesto dei conflitti in atto”.

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