mercoledì, Maggio 22

Nel Golfo i migranti nepalesi muoiono di lavoro

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Nel 2014, durante la costruzione delle avveniristiche infrastrutture per i campionati mondiali di calcio del 2022 in Qatar, i lavoratori migranti nepalesi sono morti a un tasso di uno ogni due giorni, senza considerare gli incidenti tra gli operai indiani, dello Sri Lanka e del Bangladesh, per cui il bilancio potrebbe raggiungere e superare l’uno al giorno. Un report del ‘The Guardian‘ dichiara che tra gennaio e novembre del 2014 sono morti 188 migranti nepalesi nei cantieri edili in Qatar; la cifra arriva a 964 vittime, provenienti da Nepal, India e Bangladesh tra il 2012 e il 2013.
Secondo uno studio di Nasra Shah e Philippe Fargues, i lavoratori migranti comprendevano già nel 2010 il 43% della popolazione degli Stati facenti parte del Consiglio per la cooperazione del Golfo (Gulf cooperation council, GCC) ovvero: Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, e la cifra è da allora in continua crescita. Nonostante si tratti, perlopiù, di giovani uomini non specializzati, impiegati nel settore dei servizi, esiste anche un flusso migratorio importante di lavoratori altamente specializzati, provenienti di solito da stati quali Gran Bretagna, Canada, America, Australia, che trovano impiego nei settori di gas e petrolio, educazione, finanza o investimenti; questo, però, a differenza del primo, non soffre di violazione di diritti umani e sfruttamento.
Solamente in Qatar ci sono circa 1,2 milioni di lavoratori migranti, provenienti da India, Nepal, Bangladesh, Pakistan, Filippine e Sri Lanka, e il Paese ha intenzione di reclutarne un milione in più per completare la costruzione dei nuovi stadi destinati a ospitare i campionati mondiali di calcio del 2022.

“C’è uno sfruttamento dilagante dei lavoratori migranti in Qatar; sta diventando una prigione all’aperto, dove i lavoratori sono confinati e dalla quale non hanno modo di andarsene, a causa della confisca dei passaporti da parte dei datori di lavoro e dei mancati pagamenti dei salari”, dice P Narayan Swamy, Presidente di uno dei numerosi Migrants Rights Council (consiglio per i diritti dei migranti) presenti in India. “Stiamo chiedendo al Primo Ministro Modi di inviare una delegazione indiana in Qatar per capire e studiare i problemi dei migranti, molti dei quali, tra le altre cose, non possiedono alcuna assicurazione lavorativa. La FIFA stessa dovrebbe farsi carico del problema e fermare questo sfruttamento”, aggiunge Swamy.
I problemi principali che i migranti devono affrontare riguardano i mancati pagamenti degli stipendi, la confisca dei passaporti da parte dei datori di lavoro, gli orari giornalieri insostenibili, le condizioni di lavoro malsane, e la totale assenza di sicurezza sui luoghi di lavoro, solitamente sovraffollati. Inoltre, secondo l’antica tradizione del Kafala system, ancora vigente in molti stati del GCC (Consiglio per la cooperazione del Golfo), i migranti non possono abbandonare il proprio posto di lavoro prima del termine del contratto, restringendo così la mobilità lavorativa nella regione e rendendo i lavoratori dipendenti dai propri sponsor/datori di lavoro (i Kafeel), i quali hanno il potere di espellere e quindi rimpatriare gli operai nel caso in cui si rifiutino di accettano i termini e le condizioni del proprio contratto.
Un lavoratore non specializzato negli Emirati Arabi Uniti riceve, in media, circa 600 dirham (160 dollari) al mese, mentre i migranti specializzati, come i carpentieri, guadagnano 800 dirham al mese. Nel maggio del 2014 i lavoratori della compagnia Arabtec, una delle principali ditte edili del Golfo Persico, hanno scioperato e protestato per ottenere un aumento dei salari; l’episodio è risultato nel licenziamento di 200 scioperanti. L’aumento che richiedevano era di circa 50 dollari.

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