giovedì, Maggio 23

Nel diario di una ragazza, la Firenze ferita e risorta Una Mostra a Palazzo Davanzati racconta il ponte S.Trinita e la storia dell’amicizia durata una vita fra due compagne di banco: le storiche dell’arte Paola Barocchi e Maria Fossi

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Quella che abbiamo scelto di raccontare, in questi giorni di Festività  natalizie, così cariche di buoni propositi e sentimenti destinati in molti casi ad evaporare passati i giorni di letizia, è la storia di un’amicizia che ha sfidato il tempo e gli eventi, un’amicizia tutta al femminile iniziata in anni lontani, in una Firenze occupata dai nazisti e poi liberatasi nell’agosto del ’44, dopo aver subito lo sfregio della devastazione del suo centro storico a seguito delle mine fatte brillare sotto i ponti dai tedeschi in ritirata.  Un’amicizia nata al liceo classico Galileo, tra due compagne di banco – Maria e Paola – consolidatasi nel tempo nel segno dell’arte, della cultura e della civiltà. La loro storia, da fatto privato e personale, è ora divenuta di dominio pubblico grazie ad una piccola Mostra fotografica allestita presso il Museo di Palazzo Davanzati dal titolo ‘Firenze ferita e il ponte Santa Trinita nel diario di Maria Fossi e negli scatti di Paola Barocchi. La Mostra è accompagnata  da un libro ben più corposo che riporta le ‘Memorie di guerra’  scritte dall’allora diciassettenne Maria Fossi Todorow, durante il periodo dell’emergenza (agosto 1944). «Un diario intimo ma inclusivo» – scrive Alessia Cecconi nel tracciare la figure delle due adolescenti inserendole nel contesto storico e familiare – «del vissuto emotivo sia degli attori principali che delle semplici comparse del diario». Nel quale «c’è già scritto tutto», dirà Paola Barocchi.

A cominciare dai giorni delle voci e della speranza che Firenze fosse risparmiata e decretata ‘città aperta’, alla certezza della sua distruzione preannunciata sui muri del centro dai manifesti con l’ordinanza  di sgombero del colonnello Fuchs scritta in tedesco. E’ il diario di un mese, uno dei tanti diari, ma forse l’unico scritto da una ragazza che, fortunatamente, a differenza di altre, ebbe salva la vita: non così fu per suo zio, Giacomo Lumbroso, già scampato ai pericoli dati dalla sua origine ebraica ed alla sua appartenenza alla Resistenza, caduto sotto i colpi dei franchi tiratori fascisti lasciati dal gerarca Alessandro Pavolini a colpire i cittadini durante quel mese di Agosto in cui Firenze lottava per la sua completa liberazione.

Fu proprio l’amica e compagna di banco, Paola, a raggiungerla a casa della nonna, Nannina Rucellai, discendente di una delle più antiche famiglie fiorentine, il cui salotto era frequentato dalla più colta élite antifascista. Lei stava suonando ‘II tempo della sonata opus 49 n.1’ di Beethoven quando Paola visibilmente allarmata le disse: «Bisogna sfollare!». Quel 29 luglio del ’44 le crollava il mondo addosso. Obbedire all’ordine o no? Anche la sua famiglia, come le altre, abbandonarono le loro case per cercare un rifugio da parenti e amici lontani, o in Palazzo Pitti che aveva aperto i suoi portoni  per dare ospitalità ai 5 mila profughi fuggiti dalle loro case che stavano per saltare in aria (tra questi c’erano anche Carlo Levi, Roberto Longhi, Anna Banti, Giovanni Michelucci). Quei giorni che seguirono Maria li descrive così: «Ma se era patetico e triste vedere questa povera gente costretta a fuggire, in meno di 24 ore, dalle loro case dove avevano tutta la vita e che erano frutto delle loro fatiche, quello che rendeva veramente tragica tutta questa scena era il passare rapido delle barelle della Misericordia. Che trasportavano i malati dell’Ospedale di S.Giovanni di Dio. I tedeschi ci hanno portato via anche le ambulanze….». L’ultima serata in casa Rucellai la  giovinetta la trascorse in terrazza «guardando il cielo profondo e pieno di stelle del luglio fiorentino» mentre in lontananza si sentiva il rombo del cannone: «un terribile contrasto» – scrisse – «tra la bellissima natura e la pace della città addormentata e la guerra che si avvicinava con tutta la sua malvagità e crudeltà, incurante e sprezzante di tutto ciò che è bello». Seguirà poi il racconto del terrore segnato dal «passo greve e cadenzato della pattuglia tedesca nel silenzio assordante delle ultime notti prima della catastrofe». Fino al suono più nefasto e indimenticato da tutti, quando i ponti si sbriciolarono, tra il 3 e il 4 agosto, sotto le mine tedesche: «un colpo secco, immenso, schiacciante, ci si sentiva quasi invasi interamente da questa immensa vibrazione sonora…. Il tutto è stato un solo istante, ma è stato tale da ricordarsene per tutta la vita».

Firenze era ridotta ad un cumulo di macerie, tutti i ponti saltati tranne il Ponte Vecchio, mancava ogni cosa: acqua, viveri, mezzi di soccorso. Per le strade si sparava. Cadeva, diladdarno in S.Spirito, il mitico comandante partigiano Aligi Barducci (Potente) sceso dai monti per liberare Firenze. Attraverso il Corridoio vasariano i partigiani allacciavano i collegamenti con gli Alleati attestati al di là del fiume. Tra questi c’era anche suo padre, Piero Fossi, intellettuale antifascista, proveniente dalla famiglia dei marchesi Fossi e dai nobili romani Sacchetti. Poi, finalmente, all’alba  dell’11 agosto, la campana del Bargello (la Martinella) annunciava la Liberazione di Firenze per mano partigiana:  «suonava a distesa, l’unica in tutta la città silenziosa, la prima ad annunciare la libertà». Nel frattempo il Presidente del CTLT, Ludovico Ragghianti, noto storico dell’arte, insediava il Comando di Liberazione in Palazzo Medici Riccardi assumendo tutti i poteri del governo provvisorio e dando l’ordine di insurrezione, che sarebbe durata un mese purtroppo con molte altre vittime tra i resistenti e la popolazione. Maria annotava tutto: «le bombe germaniche venivano a oltraggiare anche il centro intimo di Firenze, a sfidare Giotto e Brunelleschi», i fiorentini «raccoglievano i bianchi pezzi di marmo e li serbavano come ricordo di tanta offesa, che era stata fatta a ciascuno individualmente, colpendo una cosa tanto nostra e che ora e ancora di più amavano».

La vittima più illustre era proprio il Ponte di S. Trinita, il simbolo della città e della sua arte. Edificato nel 1252  ha subito nel corso della sua storia varie distruzioni, a seguito di alluvioni e piene, fino a quanto su disposizione di Cosimo I de’ Medici non fu edificato il ponte giunto fino alla devastazione nazista, opera dell’architetto Bartolomeo Ammannati, con il contributo d’idee di Michelangelo, un ponte a tre arcate e con una linea innovatrice che anticipava il barocco, adornato da quattro statue raffiguranti le quattro stagioni realizzate nel Seicento da Piero Francavilla (Primavera) Taddeo Landini (Inverno)e Giovanni  Caccini (Estate e Autunno) che celebravano le nozze di Cosimo II con Maria Maddalena d’Austria. .Nei pressi di quella meraviglia abitava con la famiglia Paola Barocchi, proprio in quel Palazzo Capponi abitato dall’Ammannati e da sua moglie nel periodo della progettazione e costruzione del ponte. L’arte era scritta nel suo dna: il padre Rodolfo, orafo con uno storico negozio sul Ponte Vecchio, la madre Lina Salvi Ricciarelli discendente di Daniele da Volterra. E’ stata proprio Paola a trasmettere all’amica la passione per la storia dell’arte ricevendo da lei l’amore per la musica. La loro amicizia si era sviluppata oltre le aule scolastiche. Un sodalizio che le porterà entrambe a laurearsi in storia dell’arte nel ’49: Paola con una tesi sul Rosso Fiorentino, Maria sul Pisanello (tesi discusse con Mario Solmi).

Tornando a quel 1944, anno della devastazione della città e della sua liberazione per mano partigiana, Maria regalava a Paola una foto che ritraeva un’arcata del ponte ancora integro, con questa dedica: “Natale 1944. Da Maria, con tutto quello che tu sai.N.1569 +3 VIII 1944′. Una dedica che indicava le date di nascita e di morte del ponte, trattato come una persona viva, così come aveva fatto poco prima all’inaugurazione dell’Anno Accademico il Rettore di allora Piero Calamandrei. In quel suo discorso – sottolinea lo storico dell’arte Tomaso Montanari – l’illustre giurista fondatore della rivista culturale antifascista ‘Il Ponte’, leggeva il rapporto con il paesaggio e il patrimonio in termini non solo culturali, ma personali, anzi scopertamente sentimentali. «Quello che è più ci ha offeso è stato l’assassinio premeditato delle nostre città, dei nostri villaggi, delle nostre campagne, perfino del nostro paesaggio. Voi lo sapete che in Italia, e specialmente in Toscana, ogni borgo, ogni svolto di strada, ogni collina ha un volto come quello di una persona viva: non vi è curva di poggi o campanile di pieve che non si affacci nel nostro cuore col nome di un poeta o di un pittore, col ricordo di un evento storico che conta per noi quanto le gioie e i lutti della nostra famiglia. Non si tratta di letteratura, si tratta di vita….» Parole, quelle di Calamandrei,  che anche oggi dovremmo tenere a mente.

L’opera di ricostruzione del Ponte di S.Trinita avvenne anni dopo,  preceduta da un ampio dibattito fra le forze culturali e politiche e la cittadinanza a conclusione del quale era stato deciso di realizzarlo «com’era e dov’era». I lavori iniziarono nell’estate del 1956, con il fiume in magra squadre di operai iniziarono il montaggio della centina centrale, con lo scheletro del Ponte Bailey ancora sospeso sopra i rostri. Fu da quel momento che Paola Barocchi con la sua macchina fotografica ritrasse e documentò la rinascita di quel ponte a lei tanto caro, così come a tutti i fiorentini. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 16 marzo del 1958. Vi mancava solo la testa della Primavera. Fu ritrovata in Arno nel 1961. Quelle foto scattate dalla giovane Barocchi, sono ora esposte a Palazzo Davanzati a Firenze, insieme a due teche che racchiudono oggetti e testimonianze delle due inseparabili amiche, tra cui la macchina fotografica di Paola. La Mostra ed il libro intendono essere un omaggio alla memoria di Maria Fossi, scomparsa  il 2 marzo 2008, alla loro straordinaria amicizia e ai valori dell’arte e della civiltà che Firenze rappresenta. Un’amicizia basata su un sentire comune, su una fiorentinità mai chiusa in sé stessa, l’una stimolata da una formazione aperta verso una cultura internazionale, l’altra cresciuta in un ambiente familiare cosmopolita. Le loro strade professionali poi si separarono: mentre Paola avviava la sua carriera universitaria che da Firenze la porterà a Lecce e poi nel 1969 alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Maria iniziava a lavorare al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, per poi aprire la sezione didattica museale e passare alla direzione del Museo Davanzati nel 1972. Un’amicizia durata tutta la vita, rinsaldata nella comune propensione al figurativo, alla grafica e alla trasmissione del proprio sapere, da una cattedra universitaria o nelle sale dei musei. Quella raccontata è la storia della Firenze che passa da un boato all’altro, quello che nel 1944  fa saltare il ponte Santa Trinita e quello che nel 1956 lo restituisce alla città demolendo le centine e liberando finalmente le tre arcate da un argine all’altro dell’Arno.

Quel diario sui giorni dell’emergenza l ‘ aveva regalato Maria al fratello Giulio nel 2003 per il  suo settantesimo compleanno e lui, volendolo pubblicare, si era rivolto a Paola Barocchi, l’amica di una vita. Ora è stato ripreso in una pubblicazione a cura di Donata Levi, Martina Nastasi e Alessia Cecconi e arricchito dalle foto di Paola Barocchi e da altri interventi, per iniziativa della Fondazione Memofonte, che è l’ultima impresa di Paola Barocchi, la quale  dopo il pensionamento decise di continuare il suo percorso attraverso un luogo in cui storia dell’arte e informatica continuassero a dialogare, accogliendo studiosi e aprendosi ai giovani. La casa da cui la giovane Paola fotografò il ponte è oggi la sede della Memofonte, che continua a lavorare su progetti d’informatizzazione delle fonti storico-artistiche messe a disposizione gratuitamente sul proprio sito. La Mostra, che ci racconta questa bella storia di un’amicizia durata 66 anni, iniziata negli anni del Liceo maturata durante la lotta per la Liberazione di Firenze e dell’Italia, e consolidatasi nel segno dell’arte e della civiltà del patrimonio storico e artistico di cui siamo eredi e  custodi, resterà aperta fino al 17 febbraio 2019, è stata resa possibile dal sostegno del Museo del Bargello.

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