mercoledì, Ottobre 28

Nel carcere di Torino torture e sevizie Il caso dei 13 detenuti morti durante il Covid-19

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Il ‘fattaccio brutto’ della caserma dei carabinieri di Piacenza l’ha come oscurato. Ma quello che sembra essere accaduto nel carcere torinese ‘Lo Russo e Cutugno’, non è che sia così diverso. Per la procura 21 agenti sono responsabili di ripetuti e sistematici pestaggi all’interno dell’istituto penitenziario. Si racconta di veri e propri orrori, consumati tra ilmarzo 2017 e il settembre 2019: nei corridoi del carcere, all’interno delle celle, egli spazi “comuni”. Per i 21 agenti della polizia penitenziaria indagati, il reato configurato è quello di tortura.

  Non solo loro. Il direttore Domenico Minervini (anche lui indagato), si trova sulla scrivania circostanziate denunce, e tace, “copre”. Di più: il comandante degli agenti addirittura “fabbrica” dossier falsi, per “coprire” i suoi uomini…

   Va da sé che tutto ciò deve essere vagliato da una corte di giustizia; in un’aula di tribunale si dovrà accertare se le accuse reggono, se vi sono davvero stati quei comportamenti che per ora sono materia di inchiesta; e tuttavia, le segnalazioni della garante dei diritti dei detenuti Monica Galloappaiono circostanziate, solide. Il Pubblico Ministero Francesco Pelosi osserva che “numerose volte si era rivolta al direttore per chiedere un intervento. Quest’ultimo invece aiutava gli agenti a eludere le indagini dell’autorità omettendo di denunciare i fatti di cui era venuto a conoscenza. Fatti, trattamenti, dice sempre il PM, “inumani e degradanti.

  Insomma: torture. Si parla di almeno una ventina di gravi episodi di violenza: “Picchiavano e ridevano, si legge nei capi di imputazione. scrive la procura nel capo di imputazione di alcuni agenti. Vero e proprio sadismo: calci, pugni, sputi. Nei confronti, per esempio, di Amadou Ibrahim: tre agenti lo pestano in cella, altri due sull’uscio sorvegliano che non arrivi qualcuno e veda quello che non deve vedere. Oppure Diego Sivera: vittima di “acute sofferenze fisiche e un trauma psichico”. Cazzotti, schiaffi, e umiliazioni sotto forma di insulti. Gli fanno ripetere all’infinito: “Sono un pezzo di merda”.  Irrompono in continuazione nella sua cella, “eseguendo perquisizioni arbitrarie, gettandogli i vestiti per terra, strappandogli le mensole dal muro, spruzzando detersivo per piatti sul suo materasso.

  A Daniele Caruso, ricoverato in infermeria, urlavano: Figlio di puttana, ti devi impiccare. Gli rompono il naso, poco ci manca che gli sfondino l’orbita di un occhio, gli spezzano un incisivo. Due agenti lo minacciano: “Se ti visiteranno per le lesioni devi dire che ti ha picchiato un altro detenuto“. Caruso, si legge nelle carte del PM dopo essere stato ammanettato e bloccato a terra in attesa viene ripetutamente colpito “con violenti pugni al costato e, mentre Caruso urlava per il dolore, loro ridevano.

  Ci sono poi due sindacalisti di un sindacato degli agenti penitenziari, lOsapp, indagati per rivelazione di segreto d’ufficio. Avrebbero avvertito il comandante della polizia penitenziaria del carcere che il suo telefono era sotto controllo. Lo stesso comandante “aiutava gli agenti ad eludere le investigazioni dell’Autorità, omettendo di denunciare i pestaggi e le altre vessazioni e conducendo un’istruttoria interna dolosamente volta a smentire quanto accaduto.

  Non c’è che dire: un bel verminaio, se le accuse verranno ritenute valide, dai giudici.

  Non c’è solo il caso torinese. Non se ne parla più, sembra non interessare più. Ma ben tredici persone sono decedute in stato di detenzione nell’arco di poche ore: un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Eppure, dopo quasi cinque mesi, poco o nulla ufficialmente si conosce sulle cause e le circostanze di quelle morti.

  I fatti: tra l’8 e il 9 marzo, in contemporanea con l’annuncio del decretato lockdown causa Covid-19, in numerose carceri scoppiano disordini e proteste; alcune violente. Il bilancio finale è di 13 detenuti morti, quattro il giorno seguente dopo essere stati sfollati, o durante il trasferimento ad altro istituto. Da subito, si parla di morti dovute all’abuso di medicinali sottratti durante la sommossa.

  Versione accreditata dal ministro della Giustizia, chiamato a riferire alle Camere l’11 marzo; Alfonso Bonafede sostiene che le morti tra i detenuti sono dipese da cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini. E’ tutto. Anche i nomi dei detenuti saranno resi noti da un giornalista parecchi giorni dopo. Poi cala il silenzio. Fino al 9 aprile. Un sottosegretario – neppure alla Giustizia, all’Istruzione – èdelegato a rispondere all’interpellanza di un solitario parlamentare, sollecitato dal Comitato per la verità e la giustizia sulle morti in carcere.

  Sublime, la risposta: “Tutti i dettagli e le informazioni contenute negli atti trasmessi alle procure della Repubblica costituiscono fatti coperti dal segreto investigativo e ovviamente non possono essere disvelati. Allo stesso modo, non sono disponibili gli esiti delle autopsie, effettuate su disposizione dell’autorità giudiziaria, che, all’esito dei percorsi di indagine, potrà valutare la desecretazione degli atti che sono stati compiuti.

  A quasi 150 giorni dai fatti, siamo incagliati in quel binario morto. Nessuno sa e deve saper nulla, di quei decessi.

  L’ultima parola conviene lasciarla, a questo punto, a Gennarino De Fazio, segretario generale della UIL-Polizia Penitenziaria: “Le rivolte carcerarie di marzo, i morti, i feriti, l’allarme per la sicurezza e per l’ordine pubblico sono ancora vivi nella memoria degli addetti ai lavori, ma i riflettori dell’informazione, dei talk show e, soprattutto, l’attenzione della politica – come sempre accaduto in passato – sembra ormai orientata altrove. Eppure, i problemi di marzo, stanno ancora lì, tutti e pressoché irrisolti. Èindispensabile e sempre più urgente che il ministro Bonafede e il Governo mettano in campo un disegno strutturale per la riforma del sistema carcerario e la riconversione dei penitenziari. D’altronde pure la discussione sulla revisione del modello custodiale, meritoriamente riavviata dal Capo del DAP Petralia, rischia di portare a un nulla di fatto se non si reingegnerizzano, anche sotto il profilo architettonico e delle dotazioni tecnologiche e digitali gli istituti penitenziari e non si investe compiutamente sulla Polizia penitenziaria, potenziandola negli organici e negli equipaggiamenti. Appare dunque essenziale che facendo leva sulle riconversioni ecosostenibili e digitali, si punti al recovery fund, dunque a prestiti europei, per riconvertire le carceri pure allo scopo di adempiere alle prescrizioni che l’Europa stessa ci chiede in materia penitenziaria”.

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