sabato, Settembre 21

Nel bunker di Matteo Salvini, dove muore la compassione Mentre Giuseppe Conte parlava, in pratica un adulto che prende a sculacciate un bambino facendogli fare la figura del pirla e dell’ignorante istituzionale, osservavo il Caporale, provavo pena

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Un pensiero mi attanagliava da giorni, da quando avevo sentito Matteo Salvini lamentarsi di quanto gli mancassero i figli, mentre una lacrimuccia rigava il suo volto e la voce si rompeva per la commozione. Una di quelle scene che oramai rappresentano la vera cifra politica della nostra Evita Peron con la barba, perennemente in cerca dell’effetto neorealista. Ora, pensavo sollevato, potrà dedicarsi alla prole, quasi a tempo pieno, sebbene non si possa indovinare che padre sia a telecamere spente.

Ieri, quando è intervenuto in Senato, pensavo si trattasse di un vecchio filmato dell’Istituto Luce, di quelli che mostravano il Duce, pace all’anima sua, intento a raccogliere il grano, mettere la prima pietra nelle nuove case popolari, affondare il badile in qualche cantiere, picconare i ruderi della Spina di Borgo per fare spazio alla nuovissima via della Conciliazione.
Ma alla fine non era la giornata giusta, perché quella di ieri somigliava al 24 luglio, estate anche allora, data fatidica in cui il Gran Consiglio mise alla porta Benito, con la differenza non da poco che il Caporale alla porta ci si è messo da solo, attraverso reiterati atti di stupidità umana e politica, degni del peggiore dilettante alle prime armi, con l’aggravante di essere caduto in una sorta di delirio mistico che fa intravedere scenari da approfondire.
Nel corso del dibattito è apparso chiaro quale sia il vero livello di questo ragazzo, ambizioso, presuntuoso e neanche tanto furbo, che aveva vinto alla lotteria e si è montato la testa, mangiandosi tutto in due giorni. Che ricorda l’Alberto Sordi dei Vitellini, dopo che la macchina si era fermata.

L’unico a non accorgersi della caduta del regime è Luca Morisi, che alle ore 16,28 del 20 agosto 2019, dal bunker in cui vive, con l’immaginetta del suo Caporale (che lui chiama Capitano perché confonde i gradi militari) appesa a tutte le pareti, anche in bagno (chissà poi per farci cosa), ci faceva conoscere un altro frammento della propria personalità, telegrafando la sua perfetta letizia a tutto l’Impero: «State seguendo??? Discorso STRATOSFERICO del Capitano in Senato, altro che minestrina rancorosa e soporifera di Conte, tutta basata sull’acidello attacco personale a Salvini»

L’aria del bunker è rarefatta, manca l’ossigeno, così il cervello del consulente informatico del Caporale, comandato dal medesimo ma pagato da noi, si mette a produrre deliri. Infatti, se prendete il bollettino di guerra, emesso dall’ineffabile creatura digitate, palesemente in stato di semi incoscienza, e poi andate a riascoltare gli interventi di Giuseppe Conte e Matteo Salvini, in pratica un adulto che prende a sculacciate un bambino facendogli fare la figura del pirla e dell’ignorante istituzionale.
Dicevo, se andate ad ascoltare gli interventi, anzi, l’intervento del Presidente del Consiglio, e l’infantile, sconclusionato, pigolio del suo vice, in quella che sembra la scena della pazzia in Lucia di Lammermoor, vi domanderete cosa stesse facendo Luca Morisi nel frattempo. Vi viene il dubbio.
Personalmente un’idea ce l’avrei, ma la tengo per me, mi sembrerebbe di mancare di rispetto al consulente, considerata l’età del medesimo, troppo avanzata per certe cose, tuttavia, se guardo la foto dell’autore, che correda il post, mi persuado che non sia da escludere qualche esperienza di autocompiacimento, qualcosa di extrasensoriale. Per alcuni certe cose sono atemporali, addirittura la loro intera vita si può risolvere in una lunga, incessante relazione con se stessi.

Per trovare qualcosa di simile bisogna infilarsi nella trama deLa Bella e la Bestia’, proprio nell’istante in cui LeTont tesse l’elogio dello spaccone Gaston, ricordando che nelle gare di sputi il più forte è proprio il suo idolo.
Peccato che noi viviamo nella realtà tridimensionale e non in un cartone della Disney. Peccato che in questo anno vissuto pericolosamente ci abbiamo rimesso la faccia agli occhi del mondo. Peccato che furia di vellicare l’infanzia dell’umanità e persino le scimmie antropomorfe, abbiamo elevato a sistema i peggiori sentimenti territoriali. Peccato che Matteo Salvini, quando il livello della politica assume vaghe suggestioni istituzionali e lo costringe ad abbandonare la delirante narrazione di se stesso, si dimostri inidoneo a reggere il confronto persino con i commessi del Senato. Peccato che l’Italia, recidiva, manifesti da almeno un secolo preoccupanti istinti suicidi.

Ieri, mentre Giuseppe Conte parlava, osservavo il Caporale, provavo pena, leggendo nel volto e nei tic l’imbarazzo del bambino colto con le mani nel sacco, dell’adolescente capriccioso che fa e disfa ignaro anche dei minimi rudimenti della democrazia.
Padrone assoluto del giocattolo Lega, dove la dignità si è persa e con essa le istanze legittime del mondo imprenditoriale del Nord, fatto di realtà e pragmatismo, ora precipitate nei gorghi di una virtualità psicotica, asservite alla volontà di potenza di un giovinastro talmente imbarazzante che di li a poco avrebbe fatto sembrare Matteo Renzi, persino lui, un padre della patria.

Nel bunker del fantasma informatico quelle sensazioni non sono giunte, ed è questo il lato più tragico di tutta la vicenda, perché ancora una volta tocchiamo con mano la distanza incolmabile che separa i social network dalla realtà, quanto essi siano prodromo di malattie collettive, perché capaci di trasferire nella carne viva dei cittadini narrazioni false, letali, provenienti direttamente dagli antri di personalità incomplete, fissate alle fasi più ludiche dello sviluppo, assolutamente prive di compassione e di sentimento sociale, le basi del progresso e della vita collettiva.

Ambienti surreali, ma capaci di virtualizzare il mondo, facendo apparire persone in carne e ossa nient’altro che ologrammi, come quei poveri migranti portati alle soglie della follia su navi-sarcofago, pupazzi da asservire a disegni di criminali sapientemente spacciatisi per tutori del popolo. Di un popolo costruito sulla prepotenza, sugli istinti, sulla ferocia, su un’idea del mondo che ieri, a contatto con un misero segnacolo di democrazia, si palesata per quello che è. Niente. Un pericolosissimo niente.

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