mercoledì, Agosto 21

Navi nel Golfo dell’Oman: la Sarajevo del futuro conflitto offshore? Il Golfo di Oman, che conduce allo stretto di Hormuz, il Bab El Mandab ora sembra un teatro di guerra possibile: lo dicono gli analisti americani e operatori europei come Michele Marsiglia di FederPetroli Italia

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A distanza di pochi giorni da identico incidente, il Golfo di Oman ritorna al centro delle tensioni tra USA e Iran.
All’alba di ieri, due tanker -uno norvegese e l’altro giapponese- sono stati obiettivo di un attacco di origine, per il momento, ignota. Potrebbe essere stato un siluro, piuttosto che una mina ad aver colpito le due navi. Un incidente simile a quello del maggio scorso e nella stessa area.

Le navi coinvolte sono: la norvegese Front Altair, di proprietà della società Frontline, battente bandiera delle isole Marshall, che secondo l’agenzia ‘Irna’ trasportava un carico di etanolo dal Qatar a Taiwan; e la Kokuka Courageous della società giapponese Kokuka Sangyo, battente bandiera di Panama, che trasportava metanolo da Singapore all’Arabia Saudita.

La regione, vicino allo strategico Stretto di Hormuz, è da tempo al centro delle tensioni per la crisi fra Stati Uniti e Iran, a inizio maggio gli USA avevano mandato navi da guerra nell’area.  Washington, per bocca del Segretario di Stato Mike Pompeo, poche ore dopo, ha attribuito la responsabilità a Teheran, sostenendo che così aveva appurato l’intelligence, senza, per altro, esporre prove, e affermando che «il sabotaggio contro le due petroliere è solo l’ultimo di una serie di recenti violenze compiute dall’Iran. … Nel complesso, questi attacchi non provocati rappresentano una chiara minaccia per la pace e la sicurezza internazionali», ha affermato.
L’Iran prontamente aveva già condannato l’accaduto, esprimendo preoccupazioneper degli incidenti che ha definitosospetti’.
Un incidente, questo, accaduto nelle stesse ore in cui il premier giapponese Shinzo Abe stava effettuando una visita storica in Iran per provare ad allentare la tensione fra la Repubblica islamica e gli Usa, una tempistica che per il Ministro degli Esteri iraniano, Javaz Zarif, è, appunto, ‘sospetta’:  «Gli attacchi di cui è stato riferito a petroliere legate al Giappone sono avvenuti mentre il primo ministro giapponese Shinzo Abe stava incontrando l’ayatollah Khamenei per colloqui estesi e amichevoli. Definirli sospetti non basta a descrivere ciò che probabilmente è successo stamattina. Il dialogo regionale proposto dall’Iran è imperativo», ha scritto su Twitter.

Appunto, che cosa è successo? Il cosa e il chi al momento non è dato saperlo, e però circolano molte ipotesi. Washington punta il dito contro gli iraniani già da maggio scorso, quando, sia Pompeo che John  Bolton, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, avevano detto  «questi sono stati gli sforzi degli iraniani per aumentare il prezzo del greggio in tutto il mondo».   Ieri, appena si è diffusa la notizia dell’incidente, il prezzo del petrolio è schizzato, il WTI, alla chiusura delle borse, è salito di 1,14 dollari a 52,28 dollari al barile, e il Brent ha segnato un +2,2% a 61,30 dollari in crescita di 1,33 dollari al barile.
Ieri, Pompeo ha detto che la valutazione del Governo americano sulla responsabilità iraniana era basata su analisi dell’intelligence, su «armi e modelli di azioni precedenti», sottolinea il ‘New York Times’, lasciato aperta la possibilità che dietro agli incidenti «vi sia un gruppo armato nella regione legato all’Iran», ma, appunto, ‘legato all’Iran’ «perché nessun’altra forza nell’area ha una formazione o capacità sufficienti».
Il quotidiano sottolinea come in memoria dell’attacco all’Iraq sulla base della presentazione di informazioni infondate, «l’Amministrazione Trump si trova di fronte a una forte pressione da parte del Congresso, del pubblico americano e degli alleati stranieri, a presentare esplicitamente qualsiasi prova di azioni minacciose da parte dell’Iran».  Prove che ad oggi non sono state presentate, però è stato diffuso un video.

Un aereo di sorveglianza della Marina degli Stati Uniti che sorvolava le petroliere colpite avrebbe individuato una mina inesplosa attaccata allo scafo del Kokuka Courageous, una delle navi danneggiate. Dai filmati si sarebbero trovate similitudini con il materiale usato per l’attacco di maggio alle quattro navi. L’aereo USA non ha fatto in tempo a recuperare la mina, infatti, una motovedetta iraniana l’ha recuperata prima che gli americani potessero iniziare l’operazione, dall’aereo però gli americani hanno potuto filmare il tutto.
L’azione di recupero è al centro del video diffuso oggi. 

Allo stato attuale gli USA non hanno prove concrete -o almeno non le hanno diffuse- che l’attacco sia attribuibile all’Iran o a gruppi legati all’Iran, il video diffuso non basta. Restal fatto che lo scontro militare è stato paventato da molti osservatori, per quanto l’escalation militare non fosse attesa, non ultimo perché, sia gli USA che l’Iran, dicano di non voler arrivare allo scontro. Questi attacchi potrebbero, però, secondo alcuni analisti, porre fine allo status quo nello Stretto di Hormuz.

 Cyril Widdershoven,  analista del settore energia, particolarmente attento al Medio Oriente, in una dettagliata analisi, sottolinea su ‘OilPrice’, che l’OPEC sta combattendo contro il sentimento negativo del mercato, i prezzi del petrolio sono aumentati causa il rischio di uno scontro regionale che potrebbe minacciare grossa parte delle forniture di petrolio e gas verso l’Asia. «Questa volta, gli obiettivi sono stati scelti molto bene, poiché non coinvolgono le navi saudite o degli Emirati, ma le navi cisterna occidentali», l’utilizzo di siluri, «che suggerisce un alto livello di pianificazione da parte di responsabili sofisticati, potrebbe portare a un’escalation militare». Widdershoven, afferma che se  fosse vero che il Kokuka Courageous è stato colpito due volte in tre ore, «significa che l’attacco è stato molto probabilmente condotto da un sottomarino» o comunque con supporto radar, il che «indica il coinvolgimento di un soggetto statale, e non un proxy».

Gli analisti, secondo Widdershoven, dovrebbero iniziare a rivedere le loro previsioni sul mercato petrolifero, «la geopolitica e le lotte di potere regionale sono tornate per determinare il mercato e i prezzi del petrolio nel prossimo futuro». L’attuale crollo dei prezzi petroliferi, «si concentra solo sulle minacce alla crescita della domanda, che non si sono ancora materializzate, ma poco si scrive sulla lotta in atto da parte dell’offerta per produrre le giuste qualità e volumi richiesti dal mercato». Il rischio geopolitico è stato lasciato in secondo piano, non ultimo perché l’escalation non era attesa. «Ora sembra che i principali membri dell’OPEC -l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iran e altri- abbiano una propria visione del mondo». Il che significa, secondo l’analista di ‘OilPrice’, che un futuro conflitto offshore non sarà combattuto nel Golfo Arabo / Persico ma in nuove acque. Il Golfo di Oman, che conduce allo stretto di Hormuz, o il Bab El Mandab ora sembra un teatro di guerra più fattibile».
Si consideri che le sponde dello stretto di  Bab El Mandab sono Gibuti e Yemen: a Gibuti sono presenti le basi militari di Stati Uniti, Francia, Giappone, Cina, Arabia Saudita, Italia; nello Yemen è in corso una delle guerre più sporche di questi anni, che vede coinvolte  Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran.

Circa i tempi del potenziale attacco anche  questi potrebbero non essere da manuale di strategia militare. «Mentre l’OPEC sta ancora lottando per decidere quando discutere il potenziale roll-over dell’attuale accordo sul taglio di produzione, l’Iran minaccia di rendere effettivo l’annullamento del contratto JCPOA. L’attuale attacco alle petroliere mostra la volontà di una parte coinvolta di mettere pressione esponenziale per forzare una svolta» .

Se l’Iran, prosegue Widdershoven, fosse veramente il responsabile dell’attacco «ci si può aspettare che la situazione degeneri molto presto. Non aspettatevi alcuna indulgenza da Riyad o Abu Dhabi», ai ferri corti con Teheran per quanto riguarda le strategie OPEC, la quota di mercato e il cosiddetto ponte Shi’a in Medio Oriente.
«L’attuale escalation è una situazione che comporta uno scenario da giorno del giudizio, non solo per la regione, ma anche per la struttura interna dell’OPEC. Se l’Iran fosse effettivamente coinvolto, la sua posizione all’interno dell’OPEC si deteriorerebbe in modo significativo», nessuna delle parti farà sconti all’Iran.
E non bastasse, coinvolti anche i russi: questo attacco potrebbe diventare anche la cartina di tornasole dell’amicizia saudita-russa. «Se l’Iran è coinvolto, Mosca dovrà mettere le sue carte sul tavolo e scegliere».

Saranno, conclude Widdershoven, le politiche di potere regionale convenzionali a dominare i titoli dei giornali. Analisi niente affatto isolata, in Europa le considerazioni vanno nella stessa direzione. Nei mari del Golfo dell’Oman le petroliere «sono più strategiche di una raffineria», afferma Michele Marsiglia, Presidente della FederPetroli Italia. Quello che sta accadendo negli Emirati era prevedibile, «visto che i primi segnali di allerta erano giunti mesi fa».
Non possiamo nascondere che da tempo, prosegue Marsiglia, «una parte di aziende hanno già diversificato le rotte commerciali e alcuni approvvigionamenti. Se per qualche anno il Medio Oriente ha destato preoccupazione con diversi Paesi, mettendo in posizione neutra la Penisola Arabica, oggi ci troviamo di fronte ad un problema che è solo all’inizio e che sta già condizionando le politiche ed i prezzi petroliferi». L’attenzione, sottolinea Marsiglia, «è tutta sull’Iran, che, dopo l’incognita Libia, è diventato il Paese dominante per le future scelte e per le road-map geopolitiche energetiche».

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