sabato, Dicembre 7

Nato: quando sono i quattrini a dividere Un quadro, tutto sommato, positivo e in linea con le richieste USA di un maggiore impegno, anche se non mancano i ‘casi critici’

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Nell’imminenza del vertice di Londra, destinato a celebrare i settant’anni dall’Alleanza Atlantica, le dichiarazioni del Segretario generale, Jens Stoltenberg, riguardo ai progressi fatti dai Paesi NATO nel campo della spesa per la difesa assumano un valore particolare. Quello del ‘burden sharing’ (la divisione degli oneri della sicurezza comune) è tradizionalmente un tema delicato e una fonte costante di tensioni. Vecchio, di fatto, quanto l’Alleanza stessa, esso è stato rilanciato in maniera aggressiva da Donald Trump, che ripetutamente – e, spesso in modo irrituale – ha messo in luce la necessità che l’Europa ‘faccia di più’ in un campo in cui il Vecchio continente si sarebbe ormai abituato ad ‘andare a rimorchio’ degli Stati Uniti. Anche se, negli ultimi mesi, il tema sembra essere passato sottotraccia (almeno nelle dichiarazioni del Presidente USA), esso continua a rappresentare un punto critico, anche alla luce degli ‘sfrangiamenti’ che, parallelamente, sono emersi nelle diverse posizioni nazionali e delle divergenze che ormai da qualche tempo esistono fra i membri dell’Alleanza riguardo alla sua ‘missione’ e ai compiti che essa sarebbe chiamata a svolgere.

Le cifre presentate da Stoltenberg sono importanti. Il Segretario generale ha annunciato, infatti, che, nel 2019, la spesa per la difesa degli alleati europei e del Canada è aumentata del 4,6% in termini reali, facendo segnare il quinto anno di crescita consecutivo. Ha affermato inoltre che, entro la fine del 2020, gli alleati (Stati Uniti esclusi) avranno investito circa 130 miliardi di dollari in più rispetto al 2016 e che, entro la fine del 2024, l’aumento complessivo della loro spesa per la difesa sarà di circa 400 miliardi di dollari. Anche il numero di Paesi che soddisfa l’impegno assunto nel 2014, durante il vertice di Celtic Manor, di destinare alle spese per la difesa almeno il 2% del PIL è aumentato, con nove Paesi che raggiungeranno il target entro la fine di quest’anno e la maggior parte degli altri che ha implementato programmi per il suo raggiungimento entro la scadenza del 2024. Un quadro quindi, tutto sommato, positivo e in linea con le richieste USA di un maggiore impegno, anche se non mancano i ‘casi critici’ e se la quota delle spese d’investimento sul totale è, in vari Paesi, lontano da quel 20% che rappresenta il secondo valore-soglia fissato a Celtic Manor.

Quello che ci si chiede è, tuttavia, come queste cifre saranno concretamente accolte a Washington. Secondo i dati SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute, nel 2018, la percentuale del PIL USA dedicata alle spese per la difesa è stata del 3,2%, meno del 3,9% della Russia (anche se, in termini assoluti, la spesa di Washington è stata pari a 649 miliardi di dollari, mentre quella di Mosca si è fermata a ‘soli’ 61,4 miliardi) ma ben più della media NATO. Sempre nel 2018, il primo Paese europeo in graduatoria – la Francia – destinava alla spesa per la difesa il 2,3% del PIL, in calo rispetto all’anno precedente dopo quattro anni di crescita consecutivi, la Gran Bretagna l’1,8% e la Germania l’1,2%, meno, in termini percentuali, per esempio, di Italia e Spagna, entrambe attestate all’1,3% anche se con contributi assoluti significativamente diversi (27,8 miliardi di dollari l’Italia; 18,2 la Spagna). Il divario fra le due sponde dell’Atlantico resta, quindi, significativo, traducendosi in un nuovo allargamento della ‘forbice’ che le separa e che negli anni dell’amministrazione Obama aveva accennato a chiudersi con i tagli da questa apportati alla spesa militare.

Nemmeno lo sforzo compiuto dell’Europa per raggiungere i parametri di Celtic Manor non sembra questi destinato a portare a ciò quella che per l’amministrazione USA potrebbe essere una ripartizione ‘equa’ del ‘fardello’. Lo stesso Presidente Trump, negli scorsi mesi, ha accennato alla possibilità che la spesa per la difesa degli alleati europei cresca sino al 4% del PIL, valore che, se da una pare porterebbe a una parziale riduzione del gap transatlantico, dall’altra appare fuori portata anche dei Paesi oggi più attivi. Si tratta di un nodo di difficile soluzione, le cui ricadute vanno al di là della ‘semplice’ dimensione finanziaria. Negli ultimi tempi, le pressioni di Washington sul tema del ‘burden sharing’ hanno contribuito ad alimentare la disaffezione dell’Europa verso il tema della difesa comune e a dare forza alle posizioni di quanti – come il Presidente francese Emmanuel Macron – apertamente parlano della necessità di dare vita in tempi brevi a un ‘vero esercito europeo’. Una posizione che, tuttavia, rischia di essere profondamente divisiva e di esacerbare ulteriormente la frattura fra Europa e Stati Uniti che occhieggia sotto il dibattito sulle spese per la difesa.

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