sabato, Aprile 4

NATO in Medioriente: Trump si entusiasma per nulla? Sembra difficile che, al di là delle frasi di circostanza, le prossime settimane portino a cambiamenti effettivi

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L’aumento della tensione in Medio Oriente dopo l’uccisione, il 3 gennaio, del generale Qasem Soleimani ha portato alla ribalta le recenti dichiarazioni di Donald Trump riguardo al possibile allargamento al Medio Oriente dell’azione e della membershipdell’Alleanza Atlantica. Secondo il Presidente (che nei giorni scorsi si era già espresso in favore di un ruolo più attivo della NATO nella regione), ciò risponderebbe a una logica di equità, alla luce del ruolo svolto da Washington nell’eliminazione del sedicente ‘Stato islamico’, e permetterebbe all’Europa di perseguire il suo obiettivo di prevenire i conflitti e a mantenere la pace nella regione. Le parole del Presidente – secondo cui il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, si sarebbe detto ‘eccitato’ alla prospettiva di un allargamento a sud-est dell’Alleanza – seguono di poche ore il colloquio avuto dal Segretario di Stato, Mike Pompeo, con lo stesso Stoltenberg, nel corso del quale Pompeo ha ribadito la richiesta di Trump di ‘coinvolgere maggiormente la NATO in Medio Oriente’ e le parti hanno concordato che la NATO ‘potrebbe contribuire maggiormente alla sicurezza regionale e alla lotta contro il terrorismo internazionale’.

Si tratta, per molti aspetti, di un copione già visto. In passato, Trump ha espresso ripetutamente l’idea che la NATO debba assumere un ruolo più attivo fuori dal tradizionale teatro europeo, in particolare proprio nella lotta contro il sedicente ‘Stato islamico’ e contro la sfida di sicurezza posta dal terrorismo transnazionale. L’idea che un maggior coinvolgimento della NATO in Medio Oriente possa permettere agli Stati Uniti di ridurre la loro presenza nella regione riprende, seppure con una formulazione diversa, il noto argomento del ‘burden sharing’ e dell’onere eccessivo che Washington oggi si accollerebbe per garantire la sicurezza europea. Per un certo periodo, l’immagine di un’Alleanza ‘proiettata’ verso i teatri extraeuropei ha riscosso un certo favore anche dentro la NATO, soprattutto presso i Paesi ‘del fronte sud’ e presso quelli più sensibili alla minaccia terroristica. Negli ultimi tempi, questi temi sembrano, tuttavia, essere passati sottotraccia, da parte della NATO per il ritorno del timore della minaccia russa, che ha spinto l’Alleanza ad adottare una postura più ‘ripiegata’, da parte USA per l’emergere di nuovi e più pressati problemi, sia in ambito interno, sia internazionale.

Sembra quindi difficile che, al di là delle frasi di circostanza, le prossime settimane portino a cambiamenti effettivi in questo stato di cose. La reazione dell’Alleanza Atlantica alla vicenda Soleimani è stata cauta e anche se il Segretario generale ha sottolineato in più occasioni i timori degli alleati per le ‘attività destabilizzanti dell’Iran nella regione’ mediorientale, Stoltenberg è stato altrettanto chiaro nel prendere le distanze da quella che ha definito una ‘decisione [quella di uccidere il generale iraniano]USA e non della NATO’. Negli scorsi giorni, la NATO ha inoltre annunciato la sospensione temporanea della training and advisory mission (TAM) in corso in Iraq(NMI – NATO Mission Iraq), il ritiro di parte del personale presente nel Paese e il ridispiegamento di altro personale fra le varie basi oggi operative; misure ‘pesanti’, che sono state esplicitamente presentate come prodotto dell’accresciuta tensione fra Stati Uniti e Iran dopo il raid del 3 gennaio e la risposta armata di Teheran e che si sono accompagnate a quelle di diversi Paesi membri, che, come la Germania, hanno posto parallelamente in essere misure a titolo nazionale volte a garantire la sicurezza dei rispettivi contingenti.

Andando oltre le considerazioni contingenti, ciò appare del tutto in linea con quelle che sono le tendenze di lungo periodo del rapporto fra NATO e Medio Oriente. L’Alleanza Atlantica ha cercato per molto tempo di alzare il suo profilo nella regione con iniziative che spaziano dal Dialogo mediterraneo (1994) alla Istanbul co-operation initiative(2004), fino a giungere agli accordi di ‘partnership globale’ siglati con Afghanistan, Pakistan e Iraq. I risultati di queste iniziative si sono tuttavia dimostrati, nella maggior parte dei casi, deludenti e, in ogni caso, inferiori alle attese dei loro promotori. Parallelamente, il ritorno alla postura ‘ripiegata’ cui è stato fatto cenno ha contribuito a riportare l’attenzione dei vertici di Bruxelles verso i più tradizionali temi della sicurezza europea. Se si aggiungono a queste considerazioni la difficoltà che ormai da anni punteggiano i rapporti fra Stati Uniti ed Europa e la sostanziale presa di distanza del Vecchio continente dall’attacco del 3 gennaio, è facile capire come l’entusiasmo che Donald Trump ha espresso per quella che lui stesso ha battezzato la nuova ‘NATO-ME’, pur mettendo in evidenza quello che è effettivamente un punto importante per il futuro dell’Alleanza, sia destinato, con ogni probabilità, a raffreddarsi in poco tempo.

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