domenica, Dicembre 15

NATO: a 70 anni, USA ancora fondamentali Un loro maggiore coinvolgimento nel processo di elaborazione politica appare essenziale per il futuro dell’Alleanza

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E’ ormai imminente il settantesimo anniversario della firma a Washington, il 4 aprile 1949, del trattato nordatlantico, destinato a condurre – dopo complesse vicende – alla nascita della NATO. Dopo la fine della guerra fredda, gli anniversari ‘tondi’ sono stati occasione di importanti celebrazioni: nel 1999, mentre le forze dell’Alleanza erano impegnate nei raid aerei contro la Serbia, il vertice di Washington adottava un nuovo Concetto strategico e apriva la porta della ‘full membership’ ai primi Paesi dell’ex Patto di Varsavia (Repubblica ceca, Polonia e Ungheria). Nel 2009, il vertice di Strasburgo-Kehl vedeva gli alleati europei in ansiosa attesa che l’amministrazione Obama, da poco insediata, annunciasse i termini del ‘nuovo patto transatlantico’ (‘new transatlantic bargain’), destinato a rimettere i rapporti fra USA ed Europa su un piano più equilibrato dopo gli anni difficili di George W. Bush. Poco importa se, in un caso e nell’altro, le attese sono andate, in buona parte, deluse. Gli attentati dell’11 settembre 2001 e l’impegno in Afghanistan hanno, di fatto, svuotato di significato il Concetto strategico del 1999 (tutto basato sull’esperienza della ex Jugoslavia), mentre il vertice di Strasburgo-Kehl è servito solo a dimostrare le illusioni dell’Europa rispetto al ‘cambio di rotta’ che l’amministrazione Obama avrebbe dovuto rappresentare dopo quella del suo predecessore.

Oggi, le celebrazioni sembrano invece assumere un tono minore. Le decisioni politiche assunte nel vertice dei Capi di Stato e di governo tenutosi lo scorso luglio a Bruxelles non appaiono in discussione, così come non appare in discussione il Concetto strategico approvato nel 2010 a Lisbona. Il riemergere della ‘minaccia russa’ dopo la crisi di Crimea del 2014 ha avuto effetti importanti su queste scelte. La nuova assertività di Mosca si è tradotta, negli scorsi anni, in un ritorno dell’Alleanza atlantica a quello che è stato spesso definito il suo ‘core business’, ovvero la difesa collettiva del territorio europeo. Dopo il periodo della massiccia presenza ‘fuori area’ (di cui la missione ISAF, in Afghanistan, è stata in qualche modo il simbolo), la NATO appare oggi, più ‘ripiegata’, sia in termini territoriali che di missione. Ovviamente, ciò non significa immobilità. Il ritorno al ‘core business’ ha implicato, fra l’altro, l’ennesima revisione della struttura delle forze, al fine di accrescerne prontezza e capacità operativa. Parallelamente, l’emergere di nuove forme di minaccia ibrida, ha portato l’alleanza a cimentarsi su campi precedentemente ignorati (primo fra tutti quello della cybersecurity), cosa che, a sua volta, ha reso necessario sviluppare strutture e capacità destinate ad affiancare a quella tradizionali.

Tutto ciò ha avuto riflessi sul piano politico. I dodici membri fondatori dell’Alleanza atlantica, diventati sedici negli anni della guerra fredda, sono ora ventinove e il processo di allargamento non sembra destinato a interrompersi. Ciò, a sua volta, ha portato al proliferare degli interessi e delle posizioni, rendendo sempre più difficile raggiungere l’unanimità delle decisioni (la c.d. ‘regola del consenso’) su cui il funzionamento dell’alleanza si basa. Dalla prima metà degli anni Duemila, una divisione sempre più chiara è emersa, inoltre, fra il nucleo dei membri ‘storici’ e i ‘nuovi entrati’ dell’Europa centro-orientale, per cui l’appartenenza all’alleanza rappresenta in primo luogo la base su cui costruire un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Questa frattura, evidente già in occasione della guerra contro l’Iraq del 2003, si è via via approfondita con il crescere delle ambizioni russe e con la scelta di Mosca di rilanciare il proprio ruolo internazionale anche attraverso una politica di contrapposizione alla presenza occidentale ai margini del suo vecchio ‘impero interno’. E’ stata proprio questa contrapposizione con Mosca a favorire, in larga misura, l’emergere dell’attuale NATO ‘a trazione orientale’ e ad aprire, in seno all’organizzazione, il dibattito (ancora in buona parte irrisolto) su che rapporto debba esistere fra gli impegni assunti verso il fronte est e quelli assunti verso il fronte sud.

In questo scenario, il ruolo degli Stati Uniti resta centrale. Nonostante le dichiarazioni, nel corrente anno fiscale l’amministrazione ha aumentato in modo importante gli stanziamenti per la difesa europea, confermando fra l’altro l’impegno per una presenza avanzata in Polonia e nelle repubbliche baltiche. Anche se il tema della ripartizione dei costi continua a essere evocato come causa di un possibile ridimensionamento del ruolo di Washington, questa minaccia non sembra quindi, al momento, destinata a concretizzarsi. Un diverso discorso vale, invece, per quello che può essere chiamato il disimpegno politico degli USA, ovvero la loro apparente volontà di non agire più da elemento equilibrante all’interno dell’alleanza. E’ questo, forse, l’aspetto più problematico di una NATO in cui l’allargamento e la crescita degli impegni paiono essere andati almeno in parte a scapito della compattezza interna. La NATO sembra attraversare, oggi, una crisi di leadership che si traduce, fra l’altro, in divisioni e contrasti fra membri e obiettivi. Difficilmente gli Stati Uniti potranno tornare a svolgere il ruolo egemonico che hanno esercitato durate la guerra fredda; d’altra parte, un loro maggiore coinvolgimento nel processo di elaborazione politica appare essenziale per il futuro dell’Alleanza atlantica e, per molti aspetti, anche per lo sviluppo di una credibile capacità militare autonoma europea.

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