venerdì, Maggio 24

Nascite: ecco perché ‘solo gli italiani’ è una falsità L’Italia avrà bisogno di immigrati se vorrà frenare l’ulteriore processo di invecchiamento ed evitare di arrivare ad una struttura della popolazione socialmente insostenibile

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Prosegue il nostro ragionamento sul futuro italiano in termini demografici. Dopo avere analizzato  come la vecchiaia sarà per tutto il secolo la malattia dell’Europa, con in testa l’Italia, e come  siamo un Paese di vecchi, con i pochi attivi dovranno lavorare per mantenere i molti inattivi, è utile concentrarsi sul tasso di fecondità e sulla possibilità che arrivi a quello che ieri abbiamo definito ‘rimpiazzo’. Che il tasso di fecondità arrivi al rimpiazzo (2,1) è credibile?

Premesso che quando si parla di futura propensione a far figli ci si avventura sul terreno delle ipotesi, bisogna però dire che alcune sono più credibili di altre.

Anche in questo campo i dibattiti televisivi odierni lasciano piuttosto perplessi per la superficialità con cui parlano, non solo i politici, ma anche presunti economisti di aria governativa.

Si sente molto parlare della Francia come modello da seguire in campo demografico per risolvere tutti i nostri problemi e fare totalmente a meno dei migranti. Ma siamo proprio sicuri che in Francia vada tutto bene? O anche in questo caso ci si affida alla superficialità e a dati non aggiornati?

La storia demografica della Francia è indubbiamente unica, in quanto spesso ha anticipato i comportamenti riproduttivi e perciò affrontato i problemi tentandone la soluzione prima di altri Paesi. Il demografo Massimo Livi Bacci ricorda che il controllo delle nascite con funzione di regolatore forte della natalità compare in Francia verso la fine del Settecento e si diffonde nel resto d’Europa solo nella seconda metà dell’Ottocento, secolo nel corso del quale molti Paesi europei hanno visto raddoppiare la loro popolazione mentre la Francia registra un aumento modesto, poco più del 30 percento: da 29 milioni di abitanti nel 1800 a 42 nel 1900. Anche nel corso del Novecento vedrà scendere drasticamente il tasso di fecondità a partire dalla metà degli anni sessanta e sarà tra i primi paesi a scendere sotto il tasso di sostituzione nel 1975 per arrivare infine al minimo di 1,66 nel 1993. Questo la porterà anche ad essere il primo Paese che si è preoccupato di attivare una politica natalista che ha avuto buoni risultati (questo fa sì che la Francia abbia una struttura della popolazione decisamente migliore di quella italiana).

Questo non vuol dire, però, che oggi la situazione francese sia totalmente positiva. Il tasso di fecondità, dopo aver raggiunto il 2 dal 2008 al 2012 (ma mai il tasso di sostituzione di 2,1), ha cominciato un’altalenante discesa fino al 187,3 del 2018. Se però scorporiamo i dati tra Francia metropolitana e territori d’oltremare (che rispondono a logiche demografiche diverse), ci accorgeremmo che il dato è inferiore (183,9) e che ha raggiunto il 2 per il solo 2010. Anche i nati nella Francia metropolitana diminuiscono costantemente: dagli 802 224 del 2010 sono passati ai 719 000 del 2018 (dati INSEE, istituto statistico francese).

Che la struttura demografica e l’invecchiamento della popolazione venga considerato un problema anche in Francia è dimostrato dal dibattito sui quotidiani francesi, che hanno dedicato a ciò intere pagine già dopo la pubblicazione del rapporto sulla popolazione riferito al 2017.

Se poi analizzassimo i dati di tutti i Paesi dell’Unione Europea (il cui tasso di fertilità media è di 1,6), ci accorgeremmo che nessun paese negli ultimi 12 anni ha raggiunto il tasso di sostituzione e anche quelli (Svezia, Irlanda e Francia) che si sono avvicinati hanno visto negli ultimi anni decrescere il loro tasso di fertilità  Eurostat  fotografa bene la situazione.

 

Resta un ultimo problema da affrontare, e cioè se la convinzione di Matteo Salvini di poter «aiutare gli italiani a tornare a fare figli» possa determinare un consistente aumento del tasso di fecondità (che, come abbiamo già visto, sarebbe però insufficiente per fermare il calo demografico).

Di estremo interesse risulta il rapporto dell’ ISTAT ‘Natalità e fecondità della popolazione residente del 28 novembre 2018’. Quello che emerge è una tendenza alla riduzione della fecondità di lungo periodo e che potrà essere frenata ma certo non in modo radicale. Quello che si nota, analizzando il comportamento di generazioni successive, è il netto aumento delle donne senza figli (componente che deriva più che da fattori economici da mutamenti culturali e di mentalità), la riduzione drastica di donne che fanno 2 o più figli e l’aumento dell’età in cui si sceglie di fare figli (che determina inevitabilmente la riduzione del numero di figli).

Fecondità per le generazioni 1950, 1960 e 1977: proporzione di donne secondo il numero di figli avuti, tasso di fecondità totale (TFT) ed età mediana al primo figlio. (elaborazione su dati ISTAT)

Donne senza figli Donne con solo 1 figlio Donne con 2 figli e più TFT Età mediana al primo figlio
Generazione nata nel 1950 11 22 66 1.9 23.8
Generazione nata nel 1960 13 25 62 1.7 25.2
Generazione nata nel 1977 22 27.7 50.4 1.44 29

 

Altrettanto interessante è vedere cosa è successo complessivamente nel 2017, distinguendo tra donne italiane e straniere residenti in Italia. Colpisce l’alta età media di madri e padri (rispettivamente 31,9 e 35,4) al momento del parto.

Numero medio di figli per donna Età media delle donne Età media degli uomini 2017 (elaborazione su dati ISTAT)

Numero medio di figli per donna Età media delle donne al parto Età media degli uomini al momento del parto
Italiane Straniere Totale Italiane Straniere Totale Totale residenti
1,24 1,98 1,32 32,5 28,9 31,9 35,4

 

Si nota anche, e risulta estremamente importante, il differente comportamento riproduttivo di donne italiane e straniere, con una maggiore fecondità di queste ultimeDa notare, infine, nel 2018 l’età media delle donne al parto è salita ulteriormente passando da 31,9 a 32 anni.

Se analizziamo l’andamento del tasso di fecondità a partire dal 1977, anno in cui è risultato per la prima volta al di sotto del tasso di sostituzione, si nota una costante diminuzione fino al minimo del 1995 (1,19) per poi risalire fino al 2010, anno in cui tocca il suo punto massimo (1,46)  e ridiscendere poi costantemente fino al 2017 (1,32, dato confermato anche nel 2018). In realtà il tasso di fecondità delle donne italiane non è mai risalito oltre 1,34, ma ha avuto un effetto positivo la presenza di donne straniere in Italia, mediamente più giovani e con un tasso di fecondità inizialmente molto alto (nel 2002 era di 2,83). Dopo il 2010 la caduta è stata costante, anche a causa di un progressivo adeguarsi delle donne straniere ai comportamenti riproduttivi delle italiane (il loro tasso di fecondità è sceso del 30% in 15 anni, scendendo sotto quello di sostituzione), a dimostrazione di quanto sia falso l’assunto che gli stranieri ci impongono i loro modi di vivere, in realtà sono loro che in molti casi assumono i nostri.

Il progressivo cambiamento è ben rappresentato dalle due piramidi della popolazione riportate nell’ebook in cui sono stati pubblicati gli atti del convegno di Neodemos ‘Verso la metà del Secolo: un’Italia più piccola?’ del 24 novembre 2017.

 

Il cambiamento tra il 2003 e il 2016 è evidentissimo, ma si nota anche come ancora oggi la presenza di migranti possa contribuire a limitare l’invecchiamento della popolazione italiana.

Di estremo interesse è anche, nello stesso convegno di Neodemos, il resoconto fatto da Silvia Salvini dell’ ‘Indagine presso gli studiosi di popolazione italiani: cosa dicono i demografi sul futuro della popolazione italianaSono state rivolte ai membri dell’Associazione Italiana per gli Studi di Popolazione domande sulle loro previsioni circa l’andamento demografico dell’Italia.

Tabella 3 – Cosa ritiene che accadrà alla popolazione italiana al 2050? E se aumenterà, a quanto? E se diminuirà, a quanto?

Penso che aumenterà 42 Se aumenta: Se diminuisce
Penso che diminuirà 59 61-62 milioni 8 57-58 milioni 29
Penso resterà stazionaria 45 62-64 milioni 22 59-60 milioni 17
Non rispondo 26 Non so 3 Meno di 57 mil. 10
Non so 6 Oltre 64 milioni 9 Non so 3
Totale 178 Totale 42 Totale 59

Quello che colpisce è che a proposito della fecondità, nel 2015, il valore modale (la risposta che ha ottenuto più consensi) è orientato alla stazionarietà, mentre i più ottimisti non si spingono oltre l’ipotizzare un tasso di 1,5, ben al di sotto di quello di sostituzione.

Non c’è dubbio che siamo solo di fronte a previsioni soggettive, ma il fatto che nessuno degli studiosi di demografia preveda grandi cambiamenti nella struttura della popolazione in Italia dovrebbe preoccupare parecchio perché si tratta di persone che conoscono molto bene quello di cui parlano.

Sommando l’evoluzione storica della fecondità in Italia, l’invecchiamento della popolazione, quello che succede in Europa e le previsioni degli studiosi, mi sembra che si possa concludere che forse il Ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn non avesse tutti i torti nel ricordare a Salvini che l’Italia avrà ancora bisogno di emigrati se vorrà frenare l’ulteriore processo di invecchiamento della popolazione.
L’enorme diminuzione delle donne in età feconda rende impossibile in tempi brevi o medi una significativa riduzione dell’invecchiamento della popolazione, d’altro canto neanche per quel che riguarda la fecondità si può immaginare di invertire con facilità la tendenza, anche perché una politica natalista è stata più invocata che avviata (se si studiano gli esempi dei Paesi scandinavi si scopre che il suo costo è molto alto e può essere realizzata solo da paesi abituati ad un forte prelievo fiscale in assenza di evasione).

Bisogna anche sottolineare che attribuire la diminuzione di fecondità, come fa Salvini nella citata polemica con Asselborn, al fatto che «i giovani europei per motivi economici oggi non fanno più figli», vuol dire dimostrare una totale incapacità di comprendere i motivi storici e culturali di tale riduzione (forse è un titolo di merito dei docenti della facoltà di Storia di Milano il fatto che, nonostante 16 anni di iscrizione, non hanno consentito a Salvini di laurearsi).

I cicli economici hanno certo influito, ma in modo minimo, sull’andamento della fecondità. Non solo questo è dimostrato dalle tendenze mondiali, ma basterebbe soffermarsi sugli anni Settanta del secolo scorso in Italia, quando si rafforza la diminuzione della fecondità. Quegli anni sono caratterizzati da due tipologie di leggi:

  • quelle che avrebbero dovuto favorire una ripresa della natalità, come la legge 1204 del 1971 sulla tutela della maternità, che si proponeva lo scopo di assicurare un’adeguata tutela alla donna lavoratrice predisponendo una serie di rimedi assistenziali, economici e normativi che consentissero alla donna di continuare a svolgere il proprio lavoro senza compromettere la cura dei figli e le connesse attività familiari; o la legge n. 285 del 1 giugno 1977, concernente provvedimenti per l’occupazione giovanile;
  • quelle che recepirono i profondi mutamenti culturali avviatisi già a metà degli anni Sessanta e che riguardavano principalmente il ruolo della donna nella società: riforma del diritto di famiglia, divorzio, eliminazione delle norme che consideravano reato la diffusione e la vendita di mezzi anticoncezionali, istituzione dei consultori familiari e legge sull’interruzione volontaria di gravidanza

Si tratta dello stesso periodo in cui in 15 anni (dal 1964 al 1980) il numero dei matrimoni diminuisce del 22,64% (il tasso di nuzialità passa da 8.08‰ a 5.7 (oggi siamo a 3.2). Il ruolo della donna nella società muta completamente, non si riduce più a quello di macchina riproduttrice. Proprio questo mutato ruolo della donna e la nuova visione della famiglia sono alla base di una situazione che proprio per questo non è facile da cambiare. Il fatto che più del 20% delle donne non abbiano figli alla fine del loro periodo fecondo, la riduzione di chi fa più di un figlio e l’innalzamento a 32 anni dell’età media del parto sono il frutto di un profondo mutamento culturale che può far prevedere che politiche nataliste potranno al massimo contenere questo fenomeno, non certo ribaltarlo.

La conclusione non può che essere quella certo della necessità di serie politiche nataliste (che vuol dire grossi investimenti che poco si conciliano con la flat tax) da coordinare, però, con intelligenti politiche migratorie, che vuol dire programmazione, sulla base dei dati demografici, degli ingressi necessari per arginare l’invecchiamento della popolazione ed evitare di arrivare ad una struttura della popolazione socialmente insostenibile.

(la 1° parte dell’analisi ‘Demografia e futuro dell’Italia’, è stata pubblicata mercoledì 6 marzo 2019, la 2° parte è stata pubblicata giovedì 7 marzo 2019)

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