venerdì, Settembre 25

Nasce il PdR (Partito di Renzi)

0

 

Fa spallucce, il Presidente del Consiglio (e Segretario del Partito Democratico) Matteo Renzi: che gli iscritti siano precipitati da mezzo milioni ad appena centomila, è cosa che non lo inquieta e non lo preoccupa. Di più: è cosa che non gli interessa, e anzi, la questione lo annoia. L’europarlamentare Simona Bonafé, che di Renzi è fedelissima, lo dice senza girarci troppo intorno: « Il partito di massa come lo abbiamo conosciuto, è un’eredità del secolo scorso; è morto e sepolto». Anche il vice-Segretario del PD Lorenzo Guerini tenta una difesa ricordando i dati elettorali: «Qualcuno preferisce avere 400mila tessere e poi prendere solo il 25 per cento?». Emanuele Macaluso, un Grande Vecchio della sinistra, che tante ne ha viste e ha attraversato le mille stagioni travagliate di questo Paese, forte della sua esperienza sorride: «E’ una sciocchezza, una stupidaggine. I problemi oggi sono enormi, come del resto nel ‘900, e coinvolgere e conquistare le persone sono intorno a un’idea, a una visione del mondo, attiene al modo di concepire la democrazia: ieri come oggi». A Renzi, dice Macaluso, non importa nulla del partito, non gli interessa avere uno strumento che orienti la comunità: «Ma attenzione, tutto questo nasce negli anni in cui si decise di fare le primarie. Se il leader viene eletto dall’iscritto, ma anche dal cittadino, l’iscritto cosa ci sta a fare? E infatti non si iscrive».   

Cosa ribatte a questa osservazione lo stato maggiore del PD? Che grazie a Renzi e alla sua politica, al suo modo di farla, hanno conquistato il 41 e passa per cento. Vero, ma a patto di aggiungere una ‘piccola’ postilla, importante ma che sembra nessuno tenga conto: che a votare alle ultime elezioni c’è stata un’altissima percentuale di elettori che non ha voluto esercitare il suo diritto di voto: l’affluenza alle urne si è attestata al 57,22 per cento (contro il 65,87 per cento del 2009). Il 41 e circa per cento, dunque, è relativo a quel 57,22 per cento; ma il 42,78 per cento del corpo elettorale non ha subito alcun fascino della sirena renziana (e neppure degli altri partiti). Ha detto un sonoro ‘basta!’ in blocco. E dunque anche Renzi ha ben poco di che cantar vittoria.

Un inquietante campanello d’allarme, giorni fa, è venuto dall’Emilia Romagna, regione per decenni mostrata e indicata come modello del ‘governo altro’ di cui la sinistra era capace. Al netto degli scandali scoppiati qua e là, non occorre andare a rivangare il caso di Parma, dove la città, per due volte consecutive ha preferito sindaci ‘altri’ rispetto al candidato indicato dal PD (prima un’Amministrazione di centro-destra, poi l’attuale leadership grillina), o l’ancora più clamoroso caso di Giorgio Guazzaloca, candidato del centro-destra che strappa alla sinistra nientemeno che Bologna. Basta analizzare come sono andate le primarie per scegliere il successore di Vasco Errani per la presidenza della Regione. Ha vinto l’uomo del PD Stefano Bonaccini, una vittoria netta, 60,9 per cento; ma hanno votato in appena 58mila, l’85 per cento in meno delle primarie precedenti, quando andarono a votare in 407mila. «E’ un orientamento individuale, non collettivo», valuta Macaluso. «Un partito, un partito vero, deve avere un progetto politico, che coinvolga migliaia di persone che a quelle idee si ispirano. Un luogo permanente di confronto articolato, di formazione del pensiero, di dibattito. Per il PD non sembra essere un problema. Ma così si amministra solo l’esistente, non c’è il progetto perché non c’è l’elaborazione».

Renzi, imperterrito, va per la sua strada. E’ evidente che vuole un partitoleggero’, un PMR (Partito Matteo Renzi) o un PdM (Partito di Renzi), che deve rendere conto lui solo, docile e obbediente, poco più di un comitato elettorale; ed è ovvio che la ‘vecchia guardia’ non accetta il ruolo del pollo cui si dice di spellare le patate, per poi essere messo al forno.

Il 25 ottobre, mentre i Sindacati a Roma scenderanno in piazza per contestare la politica del Governo, è stata convocata in contemporanea, a Firenze, la ‘Leopolda due’: una kermesse che vedrà sul palco tanti renziani e esponenti della cosiddetta società civile, imprenditori, intellettuali di area, inquilini e titolari di salotti più o meno buoni, ognuno una manciata di minuti per dire qualcosa, un grande gong segnatempo, struttura leggera e flessibile, fluida, un po’ comitato elettorale, un po’ manifestazione spontanea, tutto meno che espressione di un partito.

Scuota la testa, Stefano Fassina, uno dei leader della minoranza: «Il Segretario dovrebbe preoccuparsi del PD che non è in gran forma, invece che di sue manifestazioni». Lapidario Pierluigi Bersani: «Senza tesserati, finisce il partito». Peccato che  a Piacenza, feudo dell’ex Segretario, gli iscritti al PD da tremila sono scesi a duemila; e nella vicina Bettola, che di Bersani è il paese natale, non risulta esserci nessun iscritto; il paese è piccolo, ma ce n’erano una quarantina. Nessuno ha rinnovato la tessera; e un altro leader della minoranza, Pippo Civati osserva: «La condotta di Renzi rischia di allontanare pezzi di partito».

E Renzi? Intervenuto a Loppiano, alla cerimonia per il cinquantesimo anniversario della cittadella dei Focolari, il capo del Governo racconta che la nonna gli diceva sempre: «Chi va piano, va sano e va a Loppiano». Lasciamo perdere Loppiano, e la salute. Quell’andar piano (mille giorni?) è l’ennesima conferma che tutte le promesse di varare una riforma al mese, promesse resteranno, slide e annunci non sono azione di Governo, che per essere tale richiede ben altro; ma il realistico ‘andar piano’ dovrà fare i conti con un’agenda che attende risposte concrete. Martedì è fissato l’incontro con i Sindacati, nodo da sciogliere in qualche modo il problema dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e più in generale le questioni legate al lavoro. Mercoledì vertice con il Presidente di turno dell’Unione Europea; in contemporanea in Senato si gioca la battaglia sul lavoro, e Renzi può contare su una maggioranza, sulla carta, di appena otto voti, e sarà probabilmente costretto a fare ricorso alla stampella fornita da Silvio Berlusconi… Partite delicate, complesse e complicate. Il gioco si fa duro, e forse Renzi troverà giocatori più duri di lui.  

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore