mercoledì, Agosto 5

Narrazioni ‘ab-usate’ In Italia, negli ultimi anni, i comuni discorsi di un qualsiasi argomento, in un qualsiasi contesto, sono tutti definiti come ‘narrazioni’. Errore grave, ecco perchè

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Siamo un popolo al quale piace tanto riempirsi la bocca di parole che non fanno parte del contenuto  discorsivo di cui stiamo trattando. Ci piace articolare con la lingua parole che andiamo a rubare ad altri contesti e ambienti, nel tentativo di offrire un’idea nuova a qualcosa che, invece, è sempre la stessa cosa.

In questo ultimo decennio, molto di quello che si sta dicendo nei programmi televisivi, negli ambienti scientifici, nei giornalismo in genere, nei vari contesti didattico-educativi, fra gli chef stellati, come anche in quello della politica, etc., viene ormai definito con l’impropria parola inglese Storytelling. Sì, i comuni discorsi, fatti lungo lo stivale italiano, di un qualsiasi argomento, in un qualsiasi contesto sociale, sono tutti definiti come ‘narrazioni’, ‘racconti’.

Certo, siamo in piena libertà di parola, ma le parole, se sono ancora importanti per l’Homo Loquens’, dovrebbero avere un valore, un significato prioritario che le rende speciali, uniche, vive, promotrici e curatrici del contesto all’interno del quale hanno avuto origine.

E pur ribadendo ancora che siamo in presenza di una libertà democratica della parola e del linguaggio, credo che con questo ab-uso della parola narrazione si stia perdendo il vero valore, che non è poi quello che viene sintetizzato dai dizionari, come ad esempio: «Esposizione, per lo più ordinata in funzione di determinate istanze di ordine stilistico o storico. O ancora: Parte dell’orazione secondo l’antica retorica che consisteva nell’esposizione obiettiva del fatto».

Con queste definizioni la narrazione umana assume prevalentemente un’importanza connessa alla correttezza grammaticale, all’esporre con precisione un fatto, un accaduto… Ma questa idea del narrare è ben più pertinente alle prassi della comunicazione, del trasmettere dati in merito a qualcosa che deve essere spiegato, per far capire l’essenza di una cronaca, come per esempio ha il compito di fare il giornalista Maurizio Mannoni (Tg3) nel programma notturno ‘Linea Notteche inizia ogni sera con la frase: Il racconto della giornata. Un racconto che di fatto racconto non è, perché è essenzialmente una trasmissione-comunicazione-informazione da far giungere ai suoi spettatori-ricevitori attraverso tratti e dati utili per farsi un’idea di quanto sia accaduto in Italia e nel mondo durante la giornata.

E su questo falso indirizzo ci sono pure gli straboccanti talkshow televisivi che vengono ‘venduti’ come vere e proprie narrazioni di vite e di fatti che molto spesso non interessano a nessuno, se non per quelle forti caricature emotive creatrici di un assordante e disorganizzato chiasso di voci sovrapposte. Voci che oltre a negare il valore stesso della narrazione depauperano pure l’esercizio del comunicare al quale dovrebbero almeno rivolgersi queste ‘non-narrazioni’.

E così, anche la stessa scuola, sembra essere entrata a poco a poco nel falso gioco che porta ad attribuire qualità narrative alla comune lezione, al quotidiano insegnamento. Le spiegazioni, le definizioni, le letture, le teorie, il monologo, la presa di parola in generale, per colorarsi con i tratti di una didattica espressivo-emotiva, rischiano di generalizzare il tutto all’interno di una narrazione negata nei fatti ma pur sempre definita con questa parola sempre più ‘ab-usata’ e abusiva

Credo, pur sempre riconoscendo la sacrosanta libertà di parola a tutti, che questo uso indebito della parola narrazione, possa essere chiarito, almeno in parte, cercando di comprendere la grande differenza esistente fra i vocaboli Termine e Parola.
IlTermine’, come è facile comprendere, ha a che fare con un concetto’, unade-finizione’, un tema preciso perché è appunto concluso, chiuso, come molto spesso accade nei tradizionali e quotidiani atti di comunicazione di dati, messaggi, di eventi intesi come aspetto tipico di ciò che dovrebbe essere una cronaca giornalistica o anche una lezione-spiegazione fatta con dovizia e precisione di termini. E questi atti in-formativi non possono e non devono essere definiti atti narrativi, perché non lo sono nella loro primaria essenza.

Al contrario, ‘Parola ha un significato originario molto diverso, proviene dal greco ‘Parabolèe dal latino ‘Paràbola, che hanno il valore di ‘comparazione, diparagone. È composta da ‘Parà’, che sta per ‘presso’, ‘accanto’, ‘mettere a confronto’ e da ‘Bàllo’, che sta per ‘gettare’, ‘porre’, ‘mettere’… e dunque la ‘Parolaassume questo valore: azione vocale che ha un chiaro intento metaforico, un dire una cosa al posto di un’altra per e-motivare e facilitare l’ascoltatore a fare paragoni con la sua stessa esistenza. È da ciò che giungiamo al vero significato di Narrazione, che sta per un raccontare a sfondo educativo-formativo che ha lo scopo di indurre le persone a riuscire a completare personalmente il senso di ciò che ha ascoltato.

Ma oltre a questo, nell’atto del narrare è presente un rito sonoro che ha bisogno di essere rispettato, è la ‘voce musicale’ del narratore che deve avvincere i suoi uditori, che deve mutare gli andamenti ritmici e la sua stessa energia vocale mirata ad attivare stati emozionali e attentivi negli uditori.
E ancora, non meno importante, è la presenza degli uditori che non può essere né casuale è tantomeno non vicina al narratorema motivata, certa, cosciente e desiderosa di voler ascoltare non una, ma quella specifica narrazioneAddirittura a volte capita pure che non sia neppure il tema della narrazione ad essere importante, poiché è lo stesso narratore che con la sua voce rende viva la grande metafora che sta vivendo l’ascoltatore.

Ecco, già basterebbero queste poche considerazioni che ho fatto per dimostrare che una Narrazionenon si deve confondere con la diversa e più comune pratica della cronaca, dell’informazione, dell’insegnamento o, ancor peggio, del messaggio ciarlante, superbo e diseducativo che troppo spesso i talkshow televisivi ci impongono.

Eppure, senza andare a toccare i grandi narratori come il giullare di Dio San Francesco, o il suo grande esaltatore Dario Fo, basterebbe rimettere in memoria la voce dei nostri ‘perduti’ nonnie nonne quando con voce intonata ed ‘e-motiva’ iniziavano il loro ‘C’era una volta  
Facciamo quindi in modo che il mondo della scienza, della scuola, della politica, della televisione e del giornalismo, offra il dovuto rispetto all’antica pratica della ‘Narrazione’, che è poi lo stesso rispetto che dovremmo dare ai grandi miti e riti che in questa Terra hanno facilitato l’evoluzione della nostra specie.

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