mercoledì, Agosto 12

Napoli, Salvini e l’ipocrisia del politicamente corretto

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I napoletani, quelli non violenti, sono stati encomiabili e ritengo abbiano dato una bella lezione ai pigri abitatori della politica, italiana ed europea, convinti che le infezioni passino da sole. Fermare Matteo Salvini, un uomo attardatosi nel cammino dell’evoluzione della specie, rimasto impantanato nell’era in cui il cervello dei nostri progenitori pesava circa un terzo rispetto a quello attuale, è una scelta difficile da contestare, soprattutto se riguarda un soggetto concettualmente violento, che per anni si è esercitato in modo strafottente e volgare contro tutte le diversità, contro tutti i diritti, compreso quello di pregare il proprio dio, nonché contro la gente la Sud, primo bersaglio della Lega degli inizi. Li ricordo bene quegli anni, dentro di me ne registravo, sgomento, la violenza implicita, esibita solo in branco, mai individualmente, giacché il leghista medio è un fragile che necessita dell’esoscheletro del partito e della cultura dell’esclusione per definirsi, per sentirsi qualcuno. Capita anche ad altri fanatici della politica di indossare partiti e movimenti per proteggere i propri vuoti, ma nel caso della Lega il retroterra è pericoloso.

Spiace per i disordini verificatisi nel capoluogo campano, ancora di più per i soliti violenti che approfittano di ogni occasione per sfogare scontentezze spesso del tutto estranee al merito delle proteste, ma il corteo, almeno nelle sue intenzioni migliori, resta uno scossone positivo, un cambio di passo, la prova che il nostro continente può ancora battere la rassegnazione e giocarsi la partita contro il populismo senza timori reverenziali. Ma dice anche che devono essere i cittadini più solidi a prendere sulle loro spalle il peso di contrastare i populismi, che non sono un’astrazione bensì pericolose mutazioni della coscienza civile, foriere di involuzioni inarrestabili. Proteggere la democrazia è un esercizio che non ammette pause, deve poggiare su una perenne prevenzione.

E’ un merito portare in piazza migliaia di persone contro la nuova destra, che nelle viscere e nelle pretese non differisce troppo da quelle che in passato si sono rese responsabili di milioni morti (i comunismi di quegli anni sono da includere, pure essi, nelle destre). Fenomeni sociali e politici spesso sottovalutati, facendo si che insignificanti mucchietti di sassi si trasformassero in micidiali valanghe. I semi sono ancora gli stessi, anche la coralità di certi risvegli deve farci pensare.
Oggi come allora, le democrazie europee sono minacciate da individui incoscienti, mossi da turbe interiori spesso gravi, abilmente dissimulate in proposte politiche irragionevoli, radicali e sempre contro un nemico, unico legante di questi disperati. Ancora ai giorni nostri, i governanti mostrano timidezza, attaccandosi a parole d’ordine che servono solo a sottovalutare le preoccupazioni. Affermare che la forza della democrazia è anche permettere a tutti di esprimere le proprie opinioni, può essere accettabile in astratto, non quando ci si trova di fronte a comunicazioni e comportamenti che alimentano l’odio e in definitiva negano i valori della democrazia, il primo dei quali è la solidarietà verso i propri simili.
Prendere subito posizione favorevole verso un ristoratore che poche ore prima aveva ucciso un giovane rapinatore disarmato, usare parole intollerabili contro i migranti, dopo avere riservato per anni lo stesso trattamento ai meridionali, cercare di impedire sistematicamente ai musulmani di potere pregare in luoghi dignitosi, fomentare la ribellione contro tutto ciò che arriva da altrove, non è confronto e nemmeno libera espressione del pensiero, ma patologia mentale scaraventata nelle istituzioni e nella società, con effetti imprevedibili. Sicuramente rovinosi, qualora i candidati populisti che sono in lizza nelle varie elezioni europee dovessero simultaneamente prendere il potere.

Occorre uscire dalla narrazione poetica della democrazia e difenderla in tutti i modi possibile, possibilmente evitando quella violenza che a Napoli è riuscita a soffocare le buone intenzioni di molti manifestanti, finendo per trasformare in vittima un volgare provocatore. L’Europa spesso confonde gli auspici con la realtà. Non serve a nulla istituire giornate della Memoria o del Ricordo, se poi ci si dimentica che a rovinare le comunità sono sempre state persone senza storia, senza talento, senza prudenza, tormentate da sentimenti di inadeguatezza irrisolti, persone che cominciano a scalare il lato inutile della montagna, quello antisociale, usando la politica come ascensore, perché la politica è in assoluto la scorciatoia più rapida verso l’elevazione personale. Costoro non potrebbero mai arrivare in cima se dovessero fidare nelle proprie esigue capacità, ed è proprio questo a renderli così violenti, ossia la certezza inconfessabile di essere dei mediocri e di non avere speranze al di fuori del recinto spesso manicomiale della politica, unico spaccato sociale dove trovano dimora individui come il leader leghista, altrove condannati alla marginalità, a causa della loro evidente mancanza di dotazione umana e intellettuale. Ingredienti e premesse alla radice di personalità violente e vendicative, abilissime a muoversi nel malessere sociale facendolo diventare benzina che potrebbe ferire molti innocenti.

Sette anni fa il Sindaco leghista del comune di Ponteranica, nella bergamasca, aveva revocato l’intitolazione della biblioteca comunale a Giuseppe Impastato, un gesto di ottusità che solo un leghista potrebbe immaginare. Una ferita ancora sanguinante, che nessuno dei leghisti si è mai sognato di contestare, né allora e neppure oggi. Questa è la Lega e questo è quello che accadrebbe ordinariamente se non ci fosse una società civile disposta a mettere dei freni. La società civile, certo, perché la politica è troppo impegnata a tenere in vita i propri rituali per potersi accorgere dei sentimenti che si agitano sotto il suo naso, anzi li registra ma solo per inseguirli, compiacerli e trasformarli in consensi. Nelle fessure che si creano con questo modo di procedere opportunistico, che detesta l’impopolarità e lisca il pelo alle mode del momento, passano elefanti di ogni taglia, che alla fine presentano il conto.
A Napoli qualcuno si è messo di traverso e ci chiede di imitarlo.

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