martedì, Maggio 21

‘Nano’ Campeggi: quando l’arte dipingeva il cinema Il fascino dell’affiche da Lautrec agli Anni Settanta rivive nei manifesti dedicati dall’artista scomparso al grande cinema americano: Via col Vento, Gigì, Ben Hur e all’ icona più amata: Marilyn

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Se ‘Nuovo cinema Paradiso’ è la più autentica dichiarazione d’amore del cinema  per il cinema, anche i manifesti di ‘Casablanca’ e ‘Via col Vento’ che, tra le foto e le ‘pizze’ si intravedono nella cabina di proiezione di Alfredo, possono essere considerati, non solo da  Tornatore, tra i più significativi dell’ arte dell’affiche cinematografico. Entrambi portano la firma di Silvano Campeggi, per tutti Nano.  Fiorentino doc,  classe 1923, Nano se n’è andato, circondato dall’affetto del figlio Gianni e della moglie Elena, il 29 agosto scorso.  Il 23 gennaio, col sorriso di sempre, aveva festeggiato in Palazzo Vecchio a Firenze il suo 95 compleanno e la chiusura della grande e affascinante Mostra antologica – ‘Tra divi e diavoli’ –  con le sue opere esposte e proiettate sulle pareti della storica Sala d’Arme. L’ultimo degli omaggi che la città   ha dedicato ad uno dei suoi figli più illustri che ne hanno accresciuto il prestigio nel mondo, tant’è che nella Galleria dei celebri autoritratti degli Uffizi vi è anche il suo. Molto particolare:  “si tratta in realtà, di un doppio autoritratto” –  dice il Direttore Eike Schmidt –  “in cui il volto compare nella parte posteriore della tela, mentre nella parte anteriore, quella esposta, Campeggi si mostra di spalle. Uomo sorprendente, con grande senso dell’umorismo, anche quando doveva immortalarsi per le Gallerie degli Uffizi. Schmidt aggiunge che Campeggi è una vera e propria star nel panorama internazionale del cinema, per cui ha realizzato moltissimi manifesti (oltre 3000 ndr)  tra i quali spiccano quelli, iconici, di vere e proprie pietre miliari della filmografia di Hollywood: Via col vento, Casablanca, Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi, West Side Story, La gatta sul tetto che scotta, Vincitori e vinti, Exodus, Colazione da Tiffany, Ben Hur”. Nano Campeggi è  un artista a tutto tondo, pittore e scultore, ma è soprattutto la cartellonistica cinematografica che l’ha reso celebre nel mondo. Ripercorrere, anche se brevemente la sua storia, è non solo l’occasione per raccontare la vita di un grande talento artistico che ha divulgato il grande cinema americano,  – ma è soprattutto motivo di riflessione sulla parabola del Cinema disegnato, del manifesto cinematografico che si pose, al suo apparire, ricordava il semiologo Egidio Mucci, come neo-linguaggio dotato di un proprio codice espressivo. Quale fosse allora  l’importanza come elemento comunicativo del manifesto cinematografico si può cogliere di riflesso anche in una scena di uno dei più celebri film della storia del cinema: ‘Ladri di biciclette’, il capolavoro  neorealistico di Vittorio De Sica, quando il protagonista Lamberto Maggiorani, nei panni di Antonio Ricci, disoccupato al suo primo giorno lavorativo, affigge su un muro alcuni Manifesti tra i quali spicca quello del film Gilda, realizzato da Capitani,  che mostra una Rita Hayworth flessuosa e sensuale. Ebbene, quel grande manifesto era nato da un primo bozzetto di Nano, che nell’immediato dopoguerra aveva lasciato, come  altri giovani fiorentini attratti dal cinema, il borgo natio per cercare fortuna a Roma. “Roma prima della Dolce vita” – ha scritto- “era piena di fermenti giovanili alla ricerca del proprio personaggio, una parte da recitare da esprimere con forza alla conquista del domani. C’incontravamo all’Open Gate per ascoltare Giuliette Greco, al Piper con Luttazzi o alla Buca dell’Orso per Trovaioli, per una commedia in qualche teatrino d’avanguardia, insieme ad Anna Magnani, Totò, Pasolini, Pavese, Sofia Loren, Guttuso, ad inventare una rivincita alla banalità”. Di tutti loro e di altri, Fellini, Mastroianni, la Masina, era solito abbozzare il ritratto.  

Il giovane Nano frequentava allora i grandi cartellonisti del momento: Martinati, Capitani, Bellesterveri e propri giganti’, dirà,  dei quali – in particolare di Luigi Martinati –  seguì i consigli fino al momento in cui non spiccò il volo solitario. Il suo primo cartellone firmato era stato Aquila nera, di Riccardo Freda protagonista  un altro fiorentino: Rossano Brazzi (1947). Ma il suo grande successo, durato per oltre un trentennio, è legato al  cinema americano il cui mercato aveva invaso le sale del nostro paese: 600 addirittura le pellicole prodotte dalla  MGM. Nano, dotato di una grande talento e di una straordinaria rapidità esecutiva, fa del manifesto il principale medium: le sue immagini- uno, due volti, un paio di colori e pochi altri elementi sullo sfondo-  arrivano a colpire l’immaginazione del pubblico, forse più della stessa pellicola. “Il Manifesto ti deve restare attaccato addosso”, diceva.  Se è ben fatto, non te lo scordi più.  E come dimenticare il suo primo capolavoro dedicato al celebre  ‘Via col vento?’ ( 1949),  O l’abbraccio tra Clark Gable e Vivian Leigh, il  Bogart e la Bergman di ‘Casablanca’, il Marlon Brando del Giulio Cesare, Vivian Leigh e Robert Taylor de ‘Il Ponte di Waterloo, Paul Newman ed Elisabeth Taylor de ‘La gatta sul tetto che scotta?’ O i sette profili della stessa grandezza  ( tanti erano i protagonisti) di  ‘Vincitori e vinti’ su uno sfondo rosso che ritroveremo anche nel Manifesti di ‘Gigì’ e ‘Ben Hur’? “Per me il rosso era il fuoco, l’amore” racconta Nano  nel libro del critico cinematografico Giovanni Bogani. E’ il colore di sfondo  quello che richiama subito l’attenzione del pubblico.  Poi l ‘artista muove i suoi personaggi seguendo una sua  ispirazione, tratta comunque dalla visione in anteprima della pellicola in lingua originale  e dalle foto. E in pochi tratti trasmette il sogno, il senso del film, anche a costo di andare contro le idee  del committente, come nel caso del Ben Hur, nel quale, al protagonista Charlton Heston  Nano  preferisce mettere in primo piano la corsa dei cavalli.  Ma per la critica questo Manifesto (1959) è uno dei suoi capolavori. In Gigì l’elemento che più colpisce il semiologo Mucci è dato più che dal volto di Leslie Carondalle lettere che campeggiano sull’intero rettangolo trasformandosi esse stesse in immagine logotipica del film reclamizzato”.

In quegli Anni Cinquanta, il giovane Campeggi è già una star del cinema americano: ha un proprio ufficio nella sede della MGM, disegna in media 3 Manifesti la settimana ( 150 in un anno), è ben pagato ( 100 mila lire a manifesto), incontra e fa amicizia con i divi di Hollywood: in particolare con Liz Taylor, Ava Gardner, Robert Redford, per il quale disegnerà, in anni recenti, il poster per il suo ‘Sundance Festival’ ( il festival del cinema indipendente). E’ conteso dalle grandi case di produzione ( Metro-Goldwyn-Mayer,  Warner Brothers, Paramount e Universal), viaggia molto: Londra, Parigi, Hollywood, dov’è chiamato a ritrarre Marilyn Monroe per l’affiche del film Il Principe e la ballerina (1957). Ha un’ora a disposizione. Lei  appare lusingata di trovarsi di fronte ad un artista italiano, anzi fiorentino, la città culla del Rinascimento, si mette in posa e chiede: “Maestro devo  spogliarmi?  Generalmente dipingo la modella nuda…l’abito lo aggiungo dopo… “ E lei, sorprendendo tutti i presenti, incomincia a spogliarsi  e mentre lui dipinge lei chiede notizie dell’Italia e se davvero Firenze è piena di artisti. Alla fine il foglio è riempito del fascino che la diva emana. Lui è  emozionato, lei soddisfatta lo congeda con un bacio. Uno degli ultimi manifesti porta la data del 1969: Exodus. E’ allora che cessa di disegnare il cinema poiché il manifesto cinematografico si apre ad una nuova stagione: sempre meno disegnato e sempre più occupato dalla fotografia. Se ne torna a Firenze, la città in cui era nato ed aveva compiuto gli studi prima all’Istituto d’Arte poi si era perfezionato  sotto la guida di due grandi del Novecento come Ottone Rosai e Ardengo Soffici, in realtà si stabilisce nella collina di Bagno a Ripoli da cui può avere una straordinaria visione d’insieme  della sua città. Qui inizia una nuova stagione, fatta di Mostre ( pittura, scultura, ritratti) di iniziative di grande successo (il drappellone del Palio di Siena, la Battaglia di Campaldino, Le donne di Puccini, i manifesti per il teatro ) che lo vedono instancabile protagonista. E che lo vedranno ancora se sarà allestita quella grande mostra sul Diavolo cui teneva particolarmente e della quale cinque schizzi sono apparsi nell’ultima rassegna antologica di Palazzo Vecchio.    

All’arte del manifesto però è rimasto profondamente debitore e legato, consapevole della grande eredità raccolta  dal Toulouse Lautrec de la Belle Epoque – siamo alla fine dell’800 – e da Jules Chèret considerato il padre  dell’affiche, poi quest’arte dal teatro si applicò al cinema e dai grandi cartellonisti  fortemente innovata. Un’arte dunque non secondaria, che ha attinto dalle varie correnti artistiche ( Liberty, Jugendstil, Art Nouveau, Cubismo, Futurismo, Dadaismo, Surrealismo, Astrattismo), oggetto di libri ed esposizioni ( il Mo.ma di New YorK ha pubblicato un volume dedicato proprio  ai Poster del cinema italiano) e i cui esemplari valgono migliaia di euro. Di quest’Arte Silvano Campeggi, detto Nano, è uno dei più alti interpreti e come tale avrebbe meritato vari Oscar, come il suo amico e coetaneo Franco Zeffirelli, se   fosse stato  istituito un premio per questo genere di racconto  cinematografico! Ma le icone del suo passato “americano”  lo hanno sempre accompagnato, tant’è che le ha riproposte per varie Mostre anche su formati giganti ( in un recente passato anche al Lincoln Center di New York).  Su tutte Marilyn è l ‘ icona che l’artista ha riprodotto infinite volte: un volto appena accennato, dentro una gamma tenue di colori. Una Marilyn ben diversa la sua da quella seriale  e consumistica di Andy Warhol, il principe della  Pop art ( ma arrivato dieci anni dopo Nano):  “Marilyn Monroe” – nota infatti  Francesco Guerrieri – “è per Campeggi un dato esistenziale che disegnerà, che ritrarrà, che interpreterà in vari modi….insomma  si lascia alle spalle il ‘ritratto di massa’ (il ritratto pop) e ci propone la distillazione di tutta la sua opera sotto forma di poesia, con un inconfondibile linguaggio che lo fa protagonista dell’attuale pittura italiana ed europea, storicamente ancorata alla primazia del disegno”. Parole le sue che trovano riscontro in quanto detto da Cristina Acidini, Presidente dell’Accademia delle Arti e del Disegno (fondata da Michelangelo) riguardo alla sua arte che non ha niente da invidiare a quella dei grandi del passato.  

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