sabato, Dicembre 7

Nagorno, elezioni e tensioni nello Stato che non c'è Unanime la comunità internazionale nel definire 'illegittime' le elezioni amministrative del 13 settembre

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Il Nagorno Karabakh è un Paese che non esiste. Difeso dall’Armenia, conteso dall’Azerbaigian e dimenticato dal resto del mondo, questo piccolo territorio incastonato nel Caucaso meridionale lotta ogni giorno per affermare un’indipendenza che nessuno Stato o organismo al mondo gli riconosce, neppure l’Armenia. Indipendenza ribadita con le elezioni amministrative tenutesi in data 13 settembre, che la comunità internazionale si è tuttavia affrettata a bollare come illegittime.

Domenica scorsa 52.765 elettori (il 56% degli aventi diritto) si sono recati alle urne nei 207 distretti in cui è suddiviso il Nagorno, secondo i dati diffusi dalla Commissione elettorale centrale della Repubblica del Nagorno Karabakh (NKR). Il risultato di maggior rilievo è quello della capitale Stepanakert, dove il sindaco uscente, Suren Grigoryan, membro del Partito Democratico di Artsakh (dall’antico nome del Karabakh), prima formazione politica nazionale, è stato rieletto con 10.686 voti; mentre il suo sfidante, Aris Grigoryan, del Partito Comunista di Artsakh, si è fermato a quota 3.303 preferenze.

La particolarità di queste elezioni sta nell’aver fatto notizia non tanto per i risultati – pressoché ignorati dai media non armeni – quanto per le reazioni internazionali che hanno suscitato. Dalle principali organizzazioni sovranazionali (OCSE e Organizzazione per la cooperazione islamica, OIC), alle grandi potenze europee (Germania e Regno Unito) e mondiali (Stati Uniti e Cina), passando per i Paesi a maggioranza musulmana di tutte le latitudini (dalla Turchia all’Indonesia), un coro unanime ha ribadito l’inopportunità di queste consultazioni e la conseguente volontà di non riconoscerne l’esito, come già avvenuto per le politiche dello scorso maggio.

Per tutti, il voto nel Nagorno Karabakh rappresenta un guanto di sfida lanciato sul tavolo dei negoziati, poiché tenuto in palese violazione degli accordi raggiunti OCSE e in generale della legalità internazionale. Per quanto ineccepibile, questa ragione di principio ne sottende anche un’altra dettata da un più concreto interesse: all’estero nessuno desidera irritare l’Azerbaigian, ricco di petrolio e attore geopolitico di primaria importanza nel Caucaso e nel quadrante dell’Europa orientale, ma nemmeno la Russia, sponsor degli armeni e già ai ferri corti con l’Occidente in conseguenza della crisi ucraina.

La guerra tra le due Repubbliche ex sovietiche per il controllo di questo fazzoletto di terra, all’inizio degli anni Novanta, ha causato circa 30 mila morti e un milione di profughi. Sospese le ostilità nel maggio del 1994 con l’accordo di Bishkek, gli equilibri tra le parti furono ristabiliti sulle fragili basi una pax armata. Poiché la fine delle operazioni militari non portò al disarmo, il cessate-il-fuoco è stato spesso violato (si vedano i duri scontri di fine agosto) e i negoziati sono da anni intrappolati in un vicolo cieco.

L’irrisolta questione del Nagorno Karabakh è così diventata un tipico esempio di frozen conflict, ‘conflitto dimenticato’, che ha fatto di questo territorio la zona più militarizzata d’Europa, dove le ostilità e la conta delle vittime non si sono mai del tutto arrestate. Un calcolo difficile, quest’ultimo, perché mancano osservatori imparziali e le uniche notizie – fornite dai Governi – sono spesso discordanti. Si stima che il 2014 sia stato l’anno più sanguinoso dalla fine della guerra con 72 morti, 39 azeri e 33 armeni, con il picco registrato nel mese di agosto. L’apice della tensione è stato raggiunto però nel mese di novembre, in seguito all’abbattimento di un elicottero militare armeno nei cieli di Ağdam. Naturalmente le parti non sono d’accordo sulla ricostruzione: per le autorità di Baku si è trattato di legittima difesa da un attacco di due elicotteri armeni in volo sul territorio azero; per Yerevan e Stepanakert l’elicottero era un mezzo dell’NKR in addestramento.

Non stanno andando meglio le cose in questo 2015. Dopo diverse violazioni del cessate il fuoco, gli scontri si sono intensificati nell’ultima decade di agosto: il giorno 22 un gruppo di soldati armeni ha sferrato un attacco alle postazioni azere tra i villaggi di Ağdam e Khojavand, dando vita a una battaglia che ha lasciato complessivamente sul campo 9 morti e 23 feriti. Nei giorni successivi gli armeni avrebbero poi aperto il fuoco più volte lungo il confine, verso i villaggi situati nella regione di Qazakh. Nella notte tra il 27 e il 28 agosto, invece, sarebbero stati gli azeri a sferrare un nuovo attacco, aprendo il fuoco 110 volte nella sola notte del 27 agosto, per poi provare un’avanzata con circa una guarnigione di una ventina di uomini, venendo però respinti dalle forze armate dell’NKR. Il giorno dopo, sarebbero stati gli armeni, secondo fonti azere, a violare il cessate il fuoco per ben 130 volte. Infine, nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre, si sono contate altre 120 violazioni, questa volta da parte armena.

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