giovedì, Dicembre 12

NAFTA, vent'anni dopo field_506ffb1d3dbe2

0

Nafta

Il 2014 segna, per il Messico, il ventennale di due eventi diversi, tra loro correlati, eppure avvertiti in modo molto differente dalla popolazione del Paese. Il 1° gennaio 1994, infatti, entrava ufficialmente in vigore il Trattato di Libero Commercio per l’America del Nord (TLCAN), più noto nel suo acronimo anglofono NAFTA (North America Free Trade Agreement). Il Messico, allora governato dal Presidente Carlos Salinas de Gortari, si univa a Stati Uniti e Canada in un processo di progressiva abolizione delle barriere commerciali, che gli altri due contraenti avevano in realtà già avviato cinque anni prima. Ma lo stesso 1° gennaio veniva anche lanciata l’insurrezione zapatista nello Stato messicano del Chiapas, che portò all’occupazione armata di alcuni comuni della regione ed alla dichiarazione di guerra allo Stato federale Messicano. In realtà, la data per il «levantamiento» era stata scelta apposta, proprio per definire in modo netto le ragioni del conflitto con il Governo messicano.

Ad oggi, però, lo scontro sembra essersi risolto a favore dei sostenitori dell’accordo di libero commercio. La politica governativa non sembra aver subito svolte: anzi, per dieci anni la residenza presidenziale di Los Pinos è stata occupata da esponenti dell’ancor più neoliberista Partido Acción Nacional (PAN), mentre oggi, ad un anno dal ritorno al Governo del Partido Revolucionario Institucional (PRI), si registra l’approvazione di importanti riforme in chiave neoliberista, in particolare con la fine del monopolio statale sulle risorse energetiche, e ci si appresta ad approfondire le relazioni commerciali coi Governi dell’America Settentrionale. Per contro, un’inchiesta della società di analisi Parametría indica come il 48% dei cittadini messicani consideri l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) «rimasto nel passato». Nonostante l’ampio dissenso da parte di diversi ambiti dell’opinione pubblica, è invece pacifico che il TLCAN/NAFTA abbia mantenuto la propria preminenza nel discorso politico messicano, ed è quindi necessario tracciarne il percorso, in modo da comprendere meglio quali direzioni possa prendere a vent’anni dal suo lancio.

Va detto che non si tratta di un compito facile: pochi argomenti come il TLCAN hanno sollevato commenti e valutazioni tanto contrastanti, anche se spesso fondati su dati parziali. È certo che, con l’eliminazione immediata dei dazi per più della metà delle merci esportate negli Stati Uniti, la bilancia commerciale messicana abbia ottenuto un beneficio, anche a fronte della corrispettiva apertura all’importazione di più di un terzo dei prodotti statunitensi. Ciononostante, il rispettivo incremento del 500% e del 350% non ha prevenuto la quasi totale assenza di saldi positivi negli ultimi vent’anni, sia a livello globale che nelle relazioni con gli Stati Uniti, come dimostrato dai più recenti dati dell’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia messicano (INEGI).

Allo stesso modo, l’accusa lanciata sovente dagli Stati Uniti, ossia che il NAFTA abbia danneggiato il mercato del lavoro statunitense a favore di quello messicano, non significa necessariamente un miglioramento per il secondo. La possibilità per le aziende nordamericane di impiegare la più economica manodopera centroamericana ha infatti portato, dopo il 1994, ad un significativo incremento (+84% nei primi cinque anni) delle note ‘maquiladora’, stabilimenti industriali prossimi al confine e sovente oggetto delle critiche delle organizzazioni per il lavoro. Il fatto stesso che Washington abbia deciso di investire in Messico in seguito alla crisi che, nel 1995, svalutò fortemente il peso, fornisce un altro indizio del mancato miglioramento economico per i lavoratori messicani.

Anche nelle analisi più ottimistiche, come quella dell’opinionista del ‘Wall Street JournalMary O’Grady, i vantaggi offerti in questi vent’anni di NAFTA riguardano soprattutto l’economia statunitense. Quando si analizza l’economia messicana, come nello studio pubblicato nel dicembre del 2009 dal Carnegie Endowment, si ritrova che «l’evidenza indica in modo schiacciante che le riforme messicane, supportate dal NAFTA, si sono rivelate in ampia parte una delusione. Nonostante rilevanti aumenti negli investimenti esteri e commerciali, la crescita economica è stata lenta e la creazione di lavoro debole. Ora, con la propria economia così strettamente legata a quella del vicino settentrionale, il Messico sta soffrendo la crisi più dura nella regione».

Ad oggi, in effetti, in Messico i maggiori gruppi di pressione per l’approfondimento del TLCAN rappresentano perlopiù grandi conglomerati internazionali, spesso con base a Washington, come nel caso del Consejo Mexicano de Hombres de Negocios (CMHN). Proprio questo organismo, presieduto dall’amministratore delegato di Kimberly-Clark in Messico, ha infatti fatto pervenire in ottobre un memorandum al Presidente Enrique Peña Nieto, in cui veniva sostenuta la necessità di accelerare il processo di integrazione fra le tre economie dell’accordo. Ed anche la riforma energetica, che Peña Nieto è riuscito a far approvare a poca distanza dalla chiusura delle sessioni parlamentari ordinarie, sembra poter diventare uno degli stimoli per un ulteriore avanzamento del trattato. Quando questo fu firmato, infatti, il settore petrolifero messicano – che fino a un mese fa non prevedeva la possibilità di investimenti privati – era stato posto in uno stato di «riserva permanente». Ora, benché l’apertura sia generale, è chiaro che le società statunitensi e canadesi potrebbero trovare nel NAFTA un canale preferenziale per inserirsi nel mercato energetico messicano.

Ma le dinamiche commerciali sviluppate dal TLCAN hanno per il Messico anche altri risvolti. Nonostante sia frequente l’incitamento a fare dell’accordo un mezzo per sostenere la competizione con le economie emergenti, soprattutto quelle asiatiche, non va dimenticato che proprio Cina, India e Giappone vedono nel Messico un ‘ponte’ per accedere ai mercati nordamericani esattamente grazie all’accordo stesso. Come affermato in ottobre da delegati giapponesi allo scorso Vertice Commerciale di Guadalajara, la possibilità di accesso privilegiato al mercato statunitense garantita dal NAFTA è un elemento essenziale nel rendere competitiva l’economia messicana. Né va dimenticato che, parallelamente al NAFTA, gli Stati Uniti stanno spingendo il Messico perché entri nei partenariati che vanno istituendosi lungo l’Oceano Pacifico, come ad esempio il Partenariato Transpacifico.

Attraverso il TLCAN, dunque, sta passando gran parte del cambiamento nelle politiche messicane. Quel che è significativo rilevare è però che, al contrario delle merci, il passaggio sia ancora interdetto per molte persone, come dimostrano i dati sull’immigrazione diretta verso il confine statunitense. Ciononostante, flussi migratori e TLCAN si ritrovano connessi attraverso il ruolo del narcotraffico, propenso ad inserirsi in ogni interstizio illecito dell’accordo. Non si tratta solo di canali per la droga, bensì anche di settori meno evidenti: ne è un esempio il settore agropecuario, fortemente ridimensionato dagli sviluppi del TLCAN (le mandrie sono diminuite del 30% in vent’anni, riporta ‘La Jornada’) e presto divenuto preda dei cartelli, pronti ad acquisire, sfruttando l’assenza dello Stato e l’impulso alla migrazione, terreni agricoli abbandonati da proprietari ormai stremati. Quello del narcotraffico è, quindi, uno degli effetti collaterali più deteriori del TLCAN, tanto che lo stesso EZLN si è trovato, nel 2011, a raccogliere l’appello dello scrittore Javier Sicilia contro il fenomeno dei cartelli e, così, ad uscire dal silenzio autoimpostosi proprio per protesta contro la controproducente ‘guerra della droga’ lanciata nel 2006 dall’allora Presidente Felipe Calderón.

È però difficile che il movimento guidato dal Subcomandante Marcos possa far sentire le proprie ragioni durante il vertice trilaterale che si terrà proprio in Messico a metà febbraio (con tutta probabilità, il 19) tra i Presidenti di Messico e Stati Uniti ed il Primo Ministro del Canada. I temi stanno venendo discussi dai diversi ministeri, ma, come ha affermato il Segretario all’Economia Ildefonso Guajardo, l’obiettivo è l’approfondimento di un’integrazione considerata di successo – in estrema sintesi, la strada è quella indicata dalle necessità esposte dal CMHN, ossia dall’industria transnazionale. Per cogliere meglio la portata dei cambiamenti apportati ed attesi dal TLCAN/NAFTA in questo momento, abbiamo chiesto il parere del Dr. Gustavo Esquivel, ricercatore presso il Collegio del Messico.

 

Dottor Esquivel, quali sono stati, a suo parere, i maggiori vantaggi e svantaggi del TLCAN per il Messico in questi vent’anni?

Il maggior vantaggio per il Messico ha riguardato i flussi commerciali esteri. Prima del TLCAN, il Messico aveva un leggero deficit commerciale con gli Stati Uniti e, in cambio, ora abbiamo un superavit di più di 100 miliardi di dollari con quel Paese. In generale, il volume del commercio internazionale è aumentato in maniera molto significativa e ciò è stato positivo per i consumatori messicani, che ora possono ottenere una gamma di prodotti molto più ampia di quel che potevano consumare prima del TLCAN. Lo svantaggio per il Messico è che non è stato possibile trarre tutti i benefici offerti dal TLCAN per ragioni differenti, per la maggior parte di natura interna. In quest’ottica, il TLCAN è stato molto deludente in termini di capacità di generare occupazione, crescita economica ed aumenti salariali. Quasi nulla di tutto ciò si è realizzato e le differenze di sviluppo con gli Stati Uniti si sono perpetuate.

Che ruolo può avere la riforma energetica messicana nei futuri sviluppi dell’accordo?

Il tema energetico era stato uno di quelli rimasti stabili al margine del TLCAN, fondamentalmente perché così avevano voluto i negoziatori messicani. La recente riforma rappresenta un’apertura unilaterale da parte del Messico verso tutto il resto del mondo e, per ovvie ragioni, verso i Paesi che formano il TLCAN. Quest’apertura, tuttavia, è stata unilaterale e, in quest’ottica, sarà difficile che il Messico possa negoziare qualcosa in cambi di un’eventuale futura negoziazione a tre con Canada e Stati Uniti, dato che quest’apertura è stata decisa in maniera indipendente rispetto al trattato di libero scambio.

Che possibilità ci sono per un miglioramento delle condizioni lavorative degli operai messicani, in particolare per quelli impiegati nelle maquiladoras? Un eventuale miglioramento in quest’ambito potrebbe renderlo meno attrattivo per i suoi soci?

Le possibilità sono state molto poche, benché non necessariamente a causa dell’accordo commerciale. Si tratta più che altro del risultato di una serie di decisioni di politica interna che non hanno favorito né la crescita dell’economia, né la crescita delle opportunità lavorative. La parte commerciale ha aiutato un po’ a creare alcuni posti di lavoro nell’industria, ma è stato chiaramente insufficiente per il Paese, data la dinamica demografica attualmente vissuta dal Messico. Quanto detto vale certamente per tutti i lavoratori e, in particolar modo, per quelli delle maquiladoras, i cui salari sono praticamente gli stessi, in termini reali, di quelli di vent’anni fa. Ovviamente, un aumento dei costi salariali potrebbe avere ripercussioni per la competitività del Paese, ma ciò non può essere considerato come un pericolo, bensì, al contrario, dovrebbe essere qualcosa di desiderabile e un obiettivo di politica economica. Competere con salari bassi è un’idea sbagliata, soprattutto perché in questa dimensione c’è un’enorme quantità di manodopera a buon mercato a livello mondiale. La competitività, in ogni caso, deve provenire da altre fonti, tra cui il costo degli investimenti intermedi, l’infrastruttura, la qualità della manodopera e la produttività.

Il Messico è stato scelto dagli investitori asiatici perché rappresenta una porta per gli Stati Uniti attraverso il TLCAN. Questo ruolo può essere davvero un beneficio?

Sì, sicuramente ciò è stato un beneficio per il Paese, perché gli ha permesso di attrarre inversioni che, in altro modo, sarebbe stato molto difficile attrarre. A sua volta, ciò ha generato opportunità di impiego e di crescita economica in alcune aree e industrie specifiche. Tuttavia, come detto innanzi, tale investimento estero è stato insufficiente per promuovere la crescita accelerata dell’economia messicana.

Ci sono possibili rischi che le opportunità fornite dal TLCAN e le strategie del narcotraffico possano coincidere?

Certo, anche se è inevitabile. Il flusso commerciale tra Messico e Stati Uniti è cresciuto in maniera sostanziale, ragion per cui le possibilità che i flussi commerciali si utilizzino per trasportare mercanzia illecita tra Messico e Stati Uniti sono sempre maggiori. Ciò, tuttavia, è il rischio o il costo che bisogna pagare per un maggior flusso commerciale che, in principio, beneficia le comunità di entrambi i Paesi.

Che opposizione può trovare il TLCAN in Messico oggigiorno, dopo che il suo maggior avversario, l’EZLN, sembra ‘appartenere al passato’ secondo molti messicani?

Credo che da molto tempo non vi sia alcuna opposizione reale al TLCAN in quanto tale e tutti hanno capito che si tratta di una politica volta a permanere e che comporterebbe molti costi modificare. Oggigiorno, tuttavia, ci sono certamente voci critiche per l’assenza di risultati del TLCAN, ragion per cui sono state proposte diverse modifiche o estensioni al TLCAN originale. Queste modifiche non si oppongono al TLCAN in quanto tale, bensì suggeriscono un nuovo accordo, più ampio e che coadiuvi davvero nella riduzione della differenza di sviluppo tra Messico da un lato e Canada e Stati Uniti dall’altro. Ciò implica riforme possibili in ermini di accordi migratori, di infrastruttura, di accordi in nuove aree (servizi medici, per esempio) o, incluso, fondi strutturali per l’educazione e le infrastrutture in zone marginali dei 3 Paesi, ma soprattutto del Messico.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore