giovedì, Luglio 18

Myanmar e Trump le ‘maglie nere’ del rapporto di Amnesty International Un documento forte come un pugno nello stomaco quello pubblicato dall'organizzazione e riguardante i diritti umani

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Un documento forte come un pugno nello stomaco quello pubblicato da Amnesty International.  Parliamo del Rapporto 2017-2018 sui diritti umani, che ha riguardato ben 159 Paesi.

Il documento non poteva che partire ricordando «l’orribile campagna militare di pulizia etnica contro la popolazione Rohingya in Myanmar, che in poche settimane ha causato un esodo di circa 655.000 persone verso il vicino Bangladesh, la crisi dei rifugiati esplosa più velocemente del 2017». Una tragedia, quella in Myanmar, ancora in corso e che, secondo il rapporto, era stata preceduta da segnali d’allarme quali «discriminazione e segregazione su larga scala». Tanto che «per molti anni la popolazione Rohingya è stata demonizzata e privata delle condizioni basilari per vivere in dignità».

Dalla discriminazione e dalla demonizzazione si è passati in fretta alle violenze di massa. «È qualcosa di tragicamente familiare e le sue conseguenze disastrose non possono essere facilmente cancellate».

Dentro ci sono anche gli Usa, per colpa di Donald Trump: «Il gesto, apertamente mosso dall’odio, dell’amministrazione Usa che nel gennaio 2017 ha impedito l’ingresso nel paese a persone provenienti da alcuni stati a maggioranza musulmana, ha dato il là a un anno in cui i leader hanno portato le politiche dell’odio alle loro più pericolose conclusioni», ha dichiarato il segretario generale di Amnesty International Salil Shetty.

E quello di Donald Trump non è certo un caso isolato, stando all’analisi fatta da Amnesty. Dice ancora il segretario generale dell’organizzazione :«Lo scorso anno il nostro mondo è stato immerso nelle crisi e importanti leader ci hanno proposto una visione da incubo di una società accecata da odio e paura. Ciò ha rafforzato coloro che promuovono l’intolleranza ma ha ispirato ancora più persone a chiedere un futuro di maggiore speranza».

 

(video tratto dal canale Youtube di Associated Press)

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