giovedì, Aprile 25

Myanmar: tra persecuzione dei Rohingya e mancata evoluzione della democrazia L’ONU denuncia pubblicamente il sostanziale mancato rispetto dei patti che consentivano l’ingresso di osservatori per verificare lo stato delle cose circa i Rohingya mentre i sopravvissuti alle torture della dittatura militare lamentano il fatto che la democrazia non è ancora realmente partita e loro son stati dimenticati

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Il Myanmar nicchia sulla concessione di visti di ingresso per UNHCR e UNDP  affinché propri staff di indagine indipendente possano controllare i fatti che riguardano lo Stato Settentrionale del Rakhine, in special modo riguardo alla situazione relativa all’etnia minoritaria dei Rohingya . Le risposte del Governo del Myanmar alle richieste presentate in sede internazionale per propri osservatori autonomi arrivano col contagocce. Quando arrivano. Il che è esattamente quanto contestato ai media di tutto il Mondo dalle Agenzie ONU visto che il monitoraggio sul ritorno in territorio birmano dei Rohingya era già da quasi tre mesi oggetto di accordo intercorso con le Autorità governative birmane. Lo scopo principale dell’operazione di monitoraggio di UNHCR e UNDP è proprio verificare lo stato di messa in sicurezza dei Rohingya nella fase di rimpatrio. Le due Agenzie facenti parte delle Nazioni Unite hanno chiarito ai media internazionali che il pieno accesso al territorio birmano consente di consultare liberamente ed indipendentemente le comunità locali giorno per giorno soprattutto nello Stato del Rakhine. La consultazione quotidiana sulle necessità della popolazione transfrontaliera permette ovviamente di controllare anche lo stato delle cose sullo stato di messa in sicurezza della etnia minoritaria perseguitata.

Perché questo accada, il Governo del Myanmar s’era detto di accordare una facilitazione nelle procedure burocratiche di concessione di visti temporanei agli osservatoti ONU anche adottando pratiche più flessibili e semplificate, concedendo altresì un tempo necessario e sufficiente perché i membri degli staff UNHCR e UNDP potessero introdursi nei territori dove quelle comunità risiedono e sono -in molti casi-originarie. «Sono i criteri basilari perché si venga messi in condizione di condurre il nostro lavoro nelle aree dello Stato Rakhine nelle cure del Memorandum d’Intesa MoU», hanno affermato le Nazioni Unite, pressando le Autorità del Myanmar affinché mostrino progressi tangibili nella direzione del miglioramento delle condizioni nello Stato Rakhine dove la gran parte della etnia di estrazione musulmana dei Rohingya ha la propria sede, territorio però, contestato dalla maggioranza della popolazione birmana che afferma i Rohingya siano estranei alla cultura birmana e siano più vicini al vicino e confinante Bangladesh, dove pure i Rohingya non sono accetti e vengono accettati solo per brevi lassi di tempo a scopo umanitario. Allo stesso tempo, proprio il Bangladesh ha accusato il Myanmar di non aver accolto né dato risposta alle preoccupazioni di più di un milione di Rohingya, compresi i 300.000 che per primi erano fuggiti dal territorio birmano per sfuggire alla prima ondata di violenze ed ha chiesto in modo forte e pressante al Consiglio di Sicurezza ONU di intraprendere azioni in tal senso, per garantire la sicurezza sulla via del ritorno dei Rohingya in Myanmar. Più di 720.000 Rohingya sono stati messi in fuga da una vera e propria campagna militare ostile nei loro confronti nello Stato del Rahine fin dalla fine dell’Agosto dello scorso anno, in una di quelle che le stesse Nazioni Unite hanno definito senza mezzi termini una pulizia etnica. L’Esercito del Myanmar è anche accusato di omicidi, violenze e stupri oltre che di aver incendiato ogni sorta di abitazione o luogo di ricovero dei Rohingya nel corso delle operazioni condotte in territorio birmano.

Il Myanmar ha fissato un rimpatrio bilaterale concordandosi con il Bangladesh nel mese di Novembre dello scorso anno, il 6 Giugno di quest’anno ha siglato un patto tripartito con UNHCR e UNDP sul rimpatrio dei Rohingya. Il Memorandum d’Intesa con le Agenzie ONU viene considerato un primo passo verso la creazione di condizioni che preludano ad un ritorno sicuro dei Rohingya nello Stato Rakhine. Le Agenzie ONU hanno affermato che, in effetti, il Myanmar ha intrapreso qualche passo incoraggiante nella direzione di quanto pattuito all’interno del Memorandum d’Intesa, compresa la formazione di un Gruppo Tecnico Tripartito di Lavoro a sostegno della implementazione del Memorandum stesso, inoltre il Myanmar ha consentito una importante visita di ufficiali anziani di UNHCR e UNDP verso la parte settentrionale dello Stato Rakhine agli inizi di Giugno scorso. Poi ha incentivato una visita congiunta nel Rakhine condotta dal Gruppo Tecnico di Lavoro a metà luglio.

Nel testo ufficiale delle Agenzie ONU tra altre cose si riporta: «In ogni caso, c’è bisogno di progressi sostanziali ed anche urgentemente soprattutto in tre aree chiave interessate dal Memorandum d’Intesa: garantire un accesso effettivo nello Stato Rakhine; assicurare la libertà di movimento per tutte le comunità; identificare le radici alla base delle cause della crisi». La parte restante delle comunità facenti parte dell’etnia Rohingya nel Nord Rakhine continuano a vivere nel terrore. Un po’ tutte le comunità di quell’etnia sono state variamente colpite dalla mano violenta dell’Esercito birmano ma la comunità Rohingya è quella che le ha subite tutte con maggiore devastazione, come riporta il testo ufficiale delle Agenzie ONU.

Nel frattempo, si susseguono le manifestazioni, sempre più folte, dei parenti dei “desaparecidos” birmani, un numero vasto sebbene ancora imprecisato, di persone scomparse o disperse a causa della dura repressione militare nei tempi della dittatura birmana che ha relegato a lungo il Myanmar nel buio della Storia mondiale In quel tempo, il regime militare imprigionò circa 10.000 persone dalla presa del potere nel 1962, costringendo così il Paese a decenni di isolamento. Molti furono imprigionati negli anni dopo gli scioperi nazionali dell’8 Agosto del 1988, nelle manifestazioni contro la giunta militare pose la leader birmana Aung San Suu Kyi sotto i riflettori dei militari. La figlia del leader dell’Indipendenza del Myanmar, Aung Sau , finì in carcere o ai domiciliari coatti sotto stretto controllo dei militari al suo ritorno in patria dall’Inghilterra per assistere sua madre ammalata. Ma nonostante la leader politica sia stata complessivamente 15 anni sotto arresto da parte di un regime diventato sempre più violento e paranoico, Aung San Suu Kyi ha sempre parlato di riconciliazione con i generali dopo aver vinto le elezioni del 2015. I sopravvissuti alle torture ed alle carcerazioni, al cospetto dello stato delle cose attuali, lamentano di essere stati messi nell’angolo e dimenticati dopo così tanti sacrifici e mentre constatano che la vera Democrazia in Myanmar non s’è mai veramente liberata dalla presenza oscura dei militari e non s’è mai davvero realmente evoluta.

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