martedì, Ottobre 27

Myanmar: Aung San Suu Kyi sempre più costretta a scoprire le carte : è indotta al silenzio da accordi coi militari birmani o non è essa stessa la più chiara espressione del comune modo di sentire della maggioranza buddhista del Paese?

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La componente paramilitare che raccoglie il fronte combattente sorto intorno e a difesa della Comunità Rohingya ha dichiarato unilateralmente un mese di moratoria nei combattimenti per consentire la creazione di un corridoio umanitario attraverso il quale veicolare beni di prima necessità e cibo a sostegno dei Rohingya i quali sono in fuga dalla pressione dell’Esercito di Yangon nei loro confronti per cercare riparo nel territorio del confinante Bangladesh. Si accavallano racconti raccapriccianti circa le violenze subite dalla Comunità Rohingya da tempo, nel balbettio delle Istituzioni sovranazionali e nello strabismo dei media globali particolarmente attratti come falene dalla luce a causa della questione del nucleare militare minacciato da Kim Jong-un nella Corea del Nord. Alla moratoria unilaterale proclamata dai miliziani Rohingya il Governo Centrale di Yangon ha risposto a muso duro non riconoscendo alcuna moratoria poiché non riconosce alcuno status né ai Rohingya né tantomeno a coloro che –in armi- vogliono farne le veci.

Nella giornata di Mercoledì 14 settembre 2017 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rotto gli indugi ed ha chiesto con durezza di fermare le violenze condotte dai militari di Yangon, attraverso il Capo del Servizio di Sicurezza ONU Antonio Guterres il quale ha definito la campagna militare birmana un vero e proprio genocidioQuando un terzo di una intera popolazione è in fuga dalle violenze e rischia la vita per la repressione, voi questo come lo chiamereste?», ha detto ai media Guterres). La riunione tenutasi tra i 15 Membri del Consiglio di Sicurezza, compresa la Cina, un alleato storico del Myanmar e della sua ex giunta militare, ha espresso viva preoccupazione sulla eccessiva forza applicata durante le operazioni condotte dalle forze di sicurezza birmane nello Stato Rakhine a seguito di alcuni attacchi compiuti da miliziani Rohingya. Bisogna pure annotare che è la prima volta in assoluto che il Consiglio di Sicurezza ONU si è espresso sul tema dei Rohingya.

Circa 380.000 appartenenti alla comunità musulmana minoritaria del Myanmar hanno attraversato il confine col vicino Stato del Bangladesh e si è ingrandito notevolmente il fronte civile mondiale che chiede apertamente ad Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace ’91, di esprimersi in difesa dei Rohingya.

Finora il Premio Nobel ha scelto volutamente un profilo basso, anche nei contesti diplomatici internazionali, visto che è sì il Premier birmano in pectore ma è –allo stesso tempo- la responsabile del Dicastero del Ministero degli Esteri. Oggi, però, visto il livello drammatico assurto dalla questione, Aung san Suu Kyi è sempre più costretta a scoprire le carte in tavola. È obbligata al silenzio da accordi pre-esistenti con la ex Giunta militare che l’ha tenuta in stato di detenzione e perseguitata per 15 anni o non è piuttosto lei stessa l’espressione di un comune modo di sentire della comunità buddhista maggioritaria del Paese che odia i Rohingya e li ritiene responsabili non solo di una serie di atti di violenza verso i cittadini birmani limitrofi e nello Stato Rakhine ma è anche –attraverso il suo movimento paramilitare- la potenziale porta d’accesso a fenomeni affiliabili all’ISIS?

La popolazione Rohingya che consta di circa un milione e centomila abitanti, subisce violenze di ogni sorta da lungo tempo, soprattutto sopravvive in una condizione di discriminazione, in quanto viene negato lo status di cittadinanza dal Governo di Yangon, nonostante si tratti di una Comunità esistente in Myanmar da Secoli. Lo status giuridico di Rohingya consentirebbe loro l’accesso alla cittadinanza, alla territorialità e l’accesso ad una rete di servizi “normale”, il Consiglio di Sicurezza ONU infatti, ha chiesto di poter facilitare proprio questo processo tra le prime cose da adottare dopo la cessazione delle violenze ovviamente. Il Consiglio di Sicurezza ONU ha anche chiesto di poter creare un corridoio umanitario per l’accesso a beni di supporto e di sopravvivenza per i Rohingya nello Stato Rakhine. La Cina, però, ha bloccato una proposta dell’Egitto di aggiungere la definizione di lingua autoctona per i Rohingya e così consentire il diritto al ritorno ai luoghi di rifugio in Bangladesh.

Aung Suu Kyi, che terrà un discorso pubblico alla Nazione il prossimo 19 settembre, è stata condannata a livello mondiale per una certa mancanza di leadership morale e per la assenza di spirito compassione di fronte a una crisi che ha sconvolto la comunità internazionale. Il portavoce della leader del Myanmar ha affermato che Aung San Suu Kyi non parteciperà alla riunione mondiale annuale dei Capi di Stato che si terrà la prossima settimana presso le Nazioni Unite, dove è già in Calendario che la situazione dei Rohingya sarà ampiamente posta sotto i riflettori.

Al margine dell’Assemblea Generale, la Turchia ha annunciato che sta pianificando una riunione dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC) sul Myanmar e la Gran Bretagna ha confermato che terrà una riunione a livello ministeriale su pari tema.

Il Bangladesh sta lottando con forza per fornire qualche sollievo ai profughi esausti e affamati – circa il 60 per cento dei quali sono bambini e minori – mentre quasi 30.000 Buddhisti di etnia appartenente allo Stato Rakhine così come gli indù sono stati a loro volta sfollati all’interno del Myanmar.

Aung Suu Kyi, primo leader espresso dalla società civile in Myanmar dopo decadi, non ha alcun controllo sulle potenti forze militari, che hanno guidato col pungo di ferro il Paese per 50 anni. Nel 2015 si è tenuta definitivamente un’elezione libera. Alla fine della quale il Premio Nobel (cui era stata vietata la poltrona di Premier per una Legge messa a punto proprio dai militari) ha assunto il ruolo di leader morale del Paese che oggi guida come rappresentante diplomatica nel Mondo. C’è anche storicamente una scarsa simpatia tra la maggioranza buddista del Myanmar per i Rohingya, che sono marchiati in modo sprezzante “Bengalis” – dizione utilizzata per gli immigrati clandestini che giungono prevalentemente da zone non riconosciute come birmane.

I rifugiati Rohingya hanno raccontato che i soldati birmani da lungo tempo sparano impunemente sui civili e hanno abbattuto interi villaggi nello Stato settentrionale di Rakhine con l’aiuto ed il supporto di truppe buddhiste spesso composte alla rinfusa da cittadini locali e delle zone limitrofe.

Oltre alla riunione del Consiglio di Sicurezza, vi è da annoverare il fatto che ben 12 Premi Nobel hanno firmato una lettera aperta che invita l’organismo ONU a “intervenire immediatamente utilizzando tutti i mezzi disponibili” per porre fine ai “crimini contro l’umanità” che si svolgono nello Stato Rakhine.

Aung Suu Kyi aveva fatto il suo debutto a New York a margine dell’assemblea delle Nazioni Unite ottenendo calorosi applausi proprio grazie ad un discorso in cui assicurò che si sarebbe impegnata per trovare una soluzione per l’odio etnico e religioso a lungo covato ed oggi esploso nello Stato Rakhine. Evidentemente, così non è stato. Oggi si affollano sempre più numerose le petizioni popolari affinché il Comitato del Premio Nobel ritiri l’onoreficenza concessa ad Aung San Suu Kyi perché ritenuta non più meritevole.

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